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Ai tempi della “crescita debole” e della nuova “stagnazione secolare”, sembra riproporsi con forza il dibattito economico che segna la linea di continuità in tutta storia del capitalismo nel secolo breve: quello fra liberisti e keynesiani. Questa dialettica, che nello scenario politico europeo era scomparsa assieme alla sinistra socialdemocratica, sembra riaffacciarsi nel confuso bipolarismo nuovo fatto di establishment ed anti-establishment. I neo- (ed i post-) keynesiani europei individuano il problema principale nel sistema euro, che, oltre ad impedire il riequilibrio commerciale fra economie diverse tramite la fluttuazione dei cambi, rende impossibile qualsiasi politica di investimento pubblico finanziata in deficit (oltre il famoso 3 percento) che sia in grado di rilanciare i consumi, quindi la crescita e l’occupazione. I monetaristi, partendo da presupposti diversi e motivati spesso da interessi di parte più che da analisi fattuali, difendono il modello neoliberista inaugurato negli anni ’80 e proseguito, in Europa grazie all’Unione e all’egemonia tedesca, fino ai nostri giorni.

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Milton Friedman, uno dei massimi esponenti del monetarismo.

In questo scontro politico per nulla inedito, consumato alle spalle di un sistema prossimo al tracollo, entrambi i contendenti sembrano ignorare la morte annunciata del loro dio comune: la crescita economica. La rivoluzione keynesiana salvò negli anni ’30 quel modello di capitalismo liberale, crollato improvvisamente su se stesso, che le teorie classiche dipingevano come perfetto. Spesa pubblica e stimolo della domanda permisero al mercato di espandersi e all’economia di crescere. Le generazioni dei figli erano sempre più ricche di quelle dei padri, e la crescita economica era la forza dinamica che permetteva al sistema Stato-Mercato di mantenere l’equilibrio. La crescita è allo stesso tempo l’obiettivo ed il requisito essenziale di questo modello di sviluppo. Keynes salvò così il capitalismo, e la socialdemocrazia riuscì a contenere i suoi effetti devastanti sulla società. Ma ai tempi del New Deal, e poi del Piano Marshall, lo scenario economico era ideale per i piani keynesiani: c’era una prateria sociale incontaminata in cui il mercato era libero di espandersi e prosperare, sostituendo i valori tradizionali del mondo contadino, di quello operaio e della borghesia con sfavillanti frigoriferi, palazzine di cemento, rock and roll e minigonne.

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Sfilata di 500 a Torino sul finire degli anni ’50, che annunciano il boom economico.

Oggi i Paesi occidentali vivono in un contesto storico molto diverso, dove il mercato e le logiche del consumo hanno colonizzato anche gli anfratti più profondi della società e dell’uomo. Un’espansione ulteriore dei consumi in una società satura di mercato sarebbe indesiderabile sia per gli evidenti limiti ambientali, ampiamente analizzati fin dai tempi del Club di Roma, sia per gli ancor più insormontabili limiti sociali, dettagliatamente descritti da economisti come Fred Hirsh (e sui quali, a differenza che sui primi, la tecnologia può ben poco). Secondo la teoria della Negative Endogenous Growth, la poca crescita economica occidentale degli ultimi trent’anni è stata provocata per la gran parte dalla distruzione di beni gratuiti (le relazioni sociali, l’ambiente naturale), sostituiti dal mercato. Un’altra parte di questa crescita effimera è stata frutto di politiche monetarie espansive che, in un contesto in cui la produzione non cresce e in cui le regole dei mercati finanziari sono ridotte a zero, si concretizzano nella creazione di immense bolle speculative destinate a scoppiare, come avvenne nel 2008. Un controllo pubblico degli investimenti, accompagnato da un’adeguata regolamentazione, potrebbe indirizzare parte della produzione verso scopi collettivamente desiderabili e limitare le esternalità negative del mercato; Ma il risultato complessivo di queste politiche sul prodotto interno lordo dovrebbe necessariamente essere positivo? E, se anche lo fosse, dovrebbe continuare ad esserlo indefinitamente nel tempo? Se la crescita fosse impossibile nel medio periodo, anche rimettendo nelle mani pubbliche la moneta ed i settori economici strategici, spesa pubblica e debito sarebbero ancora meccanismi sostenibili? In definitiva, com’è possibile conciliare le politiche keynesiane con una prospettiva di a-crescita?

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Il tasso di crescita annuale del PIL a livello mondiale è rimasto sotto la fatidica soglia del 3% dal 2011.

Una riappropriazione pubblica della moneta e di settori chiave dell’economia – educazione, sanità, servizi essenziali – è senza dubbio auspicabile e necessaria. Ancor più necessaria è una redistribuzione massiccia dei redditi, in un’epoca in cui l’1 percento della popolazione possiede quanto il restante 99 e in cui il lavoro, sostituito dalla tecnologia, perde sempre più importanza nella produzione. Ma il progresso economico di cui abbiamo bisogno in occidente è fatto di qualità della vita e non di quantità dei consumi, di riconquista di quegli spazi personali, sociali e civili invasi dalla colonizzazione totalitaria del mercato. Per capirlo, è necessario osservare l’economia nelle sue molteplici sfaccettature, nelle sue interazioni istituzionali, sociali e culturali, e non soltanto attraverso la coda del mostro rappresentata dalla produzione. Potremmo porci nell’ottica assolutistica dell’economia neoclassica e considerare ogni attività umana, dal crescere i figli al passeggiare in un bosco, come produzione e consumo.

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Gary Becker, economista della scuola di Chicago e premio Nobel per l’economia, applicò la scienza economica a numerosi campi del vivere umano, dalla famiglia alla pratica religiosa.

E’ quello che si è tentato di fare con il concetto di “beni relazionali” o con l’economia ambientale, che stima i valori monetari dei beni non di mercato come l’aria o la bellezza di un paesaggio. In un’ottica simile è facile capire che la crescita della produzione misurata dal pil sia un obiettivo parziale e non per forza desiderabile, perché esclude dal risultato economico qualsiasi “consumo” che non si manifesti sotto forma di prezzo. E’ un approccio che evidenzia le storture paradossali della teoria economica, ma che fornisce risposte molto limitate – e spesso poco credibili – a livello normativo. Non esiste e forse non può esistere una teoria organica della decrescita o della società post-crescita. Esistono però molti spunti teorici, forniti ad esempio dalla lunga tradizione istituzionalista, che potrebbero almeno indicarci la via. Una via fatta di decolonizzazione della società e dell’uomo dall’imperativo del consumo, di regolazione del mercato in grado di ridimensionare il suo peso nella società e di indirizzare la produzione verso le esigenze collettive, molto diverse dalla semplice somma di quelle individuali e molto più varie di quella piena occupazione tanto agognata dai keynesiani. Solo abbandonando l’illusoria chimera della crescita, intrinseca tanto nella visione neoclassica quanto in quella keynesiana, potremmo finalmente perseguire il progresso alla maniera in cui lo concepiva Pasolini. Impariamo ad usare quel giocattolino potentissimo che è il capitalismo prima di implodere definitivamente con esso. John Maynard Keynes ci salvò già una volta; se produci-consuma-crepa smetterà di essere la nostra regola, non è detto che possa farlo ancora.

PRODUCI, CONSUMA, CREPA.