di Gianmaria Vianova

Per tutta la seconda metà del XIX secolo Karl Marx si dedicò alla stesura della sua opera magna, “Il Capitale”. Mattone inesorabile, una sua lettura integrale gareggia con “Alla Ricerca del Tempo Perduto” di Proust. Oggettivamente, però, si è di fronte all’opera di un genio. Tra le altre brillanti esposizioni emerge prorompente l’intuizione del concetto del “feticcio automatico”. Il denaro sotto forma di capitale, secondo Marx, è in grado di autoriprodursi, di “partorire valore”. Il filosofo di Treviri pittura quindi il denaro come il Dio delle merci, un dio senza dubbio maligno, un’entità inarrestabile che si autogenera e altera lo scambio originario M-D-M. La produzione di merce, la sua vendita con conseguente acquisizione di denaro, e l’acquisto di nuova merce. L’obiettivo finale dell’uomo è quello di possedere beni necessari alla sua esistenza. Già alla fine dell‘800, Marx comprese l’evoluzione di questo processo, che da M-D-M divenne D-M-D. Comprare per vendere. Perdere denaro per riacquisirlo nuovamente. Il bene, indicato con M, diventa soltanto un tramite attraverso cui il capitalista si arricchisce. Il rapporto, ben esposto nel libro III, rilega la produzione “reale”, quella delle merci tangibilmente utili e concrete, ad una sfera meramente funzionale all’arricchimento. Proseguendo nella lettura, si incontra poi lo step successivo: D-M-D’, dove D’ indica una quantità di denaro superiore a D. In effetti, che senso avrebbe perdere una quantità X di denaro per ritrovarsi dopo uno scambio con la stessa quantità? Nessuna, si farebbe prima a non muoverli proprio, quei soldi. E dopo questo excursus si arriva alla forma definitiva, quella che omette definitivamente la componente M: D-D’, ovvero denaro che autogenera valore. “Il rapporto sociale è perfezionato come rapporto di una cosa, del denaro, con sé stessa”, dice Marx, “il denaro è precisamente quella forma in cui le diversità delle merci come valori d’uso è cancellata, quindi anche la diversità fra i capitali industriali che si compongono di queste merci e delle loro condizioni di produzione; […] Il valore esiste come valore di scambio autonomo”. Le condizioni di produzione, i capitali industriali e i valori d’uso vengono annichiliti al cospetto del Dio delle merci, tesi mai come oggi verificabile.

Basti pensare alla Grande Recessione del 2008, generatasi dalla crisi dei mutui subprime. Prestiti concessi a soggetti che oggettivamente non erano in grado di adempiere ai propri obblighi verso la banca, venivano impacchettati in prodotti finanziari e catapultati nel “Wall Street World”. Le diversità dell’economia reale erano state ignorate, perché il rapporto D-D’ non coinvolge M. Obbligazioni, azioni e titoli sono essi stessi D, denaro, in quanto titoli di credito e/o debito, fondamentalmente liquidità che in un tempo più o meno lungo dovrebbe entrare/uscire dalle tasche dei possessori. Anche se fisicamente si manifestano sotto forma di pezzi di carta, essi non sono merce M: lo sarebbero se quei fogli venissero usati per prendere appunti. Il problema è che la riproduzione virale del denaro, anche sotto questa forma, è fuori controllo. Con la Grande Recessione divengono celeberrimi gli strumenti che compiono in toto il “feticcio automatico”: i derivati. In soldoni sono titoli finanziari basati sull’andamento di altri titoli, denaro potenziale virtuale creato da altro denaro potenziale virtuale. La tipologia più diffusa è quella degli “swap”, una sorta di assicurazione contro le perdite da eventuale default (ne “La Grande Scommessa”, Ryan Gosling & Co ne illustrano brillantemente la natura). Quindi, anche se ufficialmente la loro funzione è quella di “copertura dei rischi”, i derivati sono lo strumento ideale per le speculazioni, in quanto permettono a tutti di scommettere su eventuali eventi, anche di non poco conto: basti pensare agli swap sul debito pubblico dell’Eurozona, vere e proprie scommesse sull’insolvenza di interi Stati. Paragonabili alle carte poste più in alto nel castello costruito dal nonno campione di Briscola, essi sono strumenti finanziari ad oggi non quantificabili con certezza, dato che buona parte delle relative contrattazioni avviene al di fuori dei mercati regolamentari (“over the counter”). Si può solo parlare di stime, che però mettono i brividi.

L’analista Stephen Lendman parla di un valore complessivo di 1,5 quadrilioni di Dollari (si, esistono, ndr). Il “Money Project” in una sua recente infografica indica invece un valore tra 630 trilioni e 1,2 quadrilioni di Dollari statunitensi. Per farsi un’idea basti pensare che “1,5 quadrilioni” per esteso ha quattordici zeri, che il totale delle banconote in circolazione equivale a 0,005 quadrilioni, oppure che l’ammontare del PIL mondiale si ferma a 0,077 quadrilioni di dollari: i derivati equivarrebbero al PIL di 19 pianeti Terra. Scommesse fatte su altre scommesse a loro volta fatte su altre scommesse. Inutile dire che se il destino volesse giocare a “Domino” con questi titoli, sarebbe l’Armagheddon. E’ il processo Marxiano di autovalorizzazione, D che crea nuovo denaro, sotto forma di titoli, e diventa D’, senza alcun controllo. I derivati vengono stipulati ignorando totalmente il mondo delle fabbriche, della M, ed è qui che si cela il particolare più inquietante. La finanza si è ufficialmente emancipata dal mondo reale, rendendosi conto che la produzione di beni utili alla sussistenza della popolazioni non è necessaria e men che meno è funzionale al processo autogeneratore D-D’. E’ il feticcio portato all’ennesima potenza, il Dio delle merci che si è pienamente realizzato e, tiranno, rischia di trascinare l’intero universo capitalista in un buco nero: la maggior parte degli analisti è infatti d’accordo sulla impossibilità di sopravvivenza di questo sistema nel lungo termine. Dal momento in cui si vengono a creare rapporti finanziari derivati dal valore pari a 19 volte il PIL mondiale, la componente umana all’interno del sistema economico perde qualsiasi diritto e importanza: la ricchezza finanziaria cresce perpetuamente per il solo fatto di esistere. “Per il fatto di essere valore, ha ricevuto la proprietà occulta di partorire valore”, dice Marx nel libro I de “Il Capitale”. Il filosofo di Treviri non poteva anticipare l’esistenza dei derivati, creazione degli uomini puramente finanziaria, ma c’è andato, concettualmente, incredibilmente vicino. In quanto creazione umana, si è quindi di fronte ad una costruzione suscettibile di avere, in seno, delle problematiche. Di certo ne ha. E’ paragonabile alla costruzione di un bambino con i mattoncini. L’unica speranza è che quel bambino non voglia mai togliere il primo mattoncino, quello poggiato sul pavimento: altrimenti poi chi raccoglie tutto?.