L’11 dicembre 2001 è una di quelle date che segnano la storia in modo indelebile. Negli anni di massimo entusiasmo verso la globalizzazione e l’abbattimento di qualunque barriera tra gli Stati, la Cina viene ammessa al WTO (World Trade Organization). Da allora la partecipazione a pieno titolo del Dragone cinese al commercio mondiale ha rivoluzionato non solo l’economia, ma gli equilibri dell’emisfero. Oggi, trascorsi 15 anni dal suo debutto nell’organizzazione del commercio mondiale, la Cina rivendica, di diritto, il riconoscimento di status di economia di mercato da parte degli altri membri. E’ infatti trascorso il cosiddetto “periodo di transizione” durante il quale potevano essere applicati dazi compensativi per contrastare il fenomeno del dumping da parte di Paesi che non rientrano nella categoria di “economie di mercato” (in inglese Mes).

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Container cinesi pronti a riversare le merci del dragone in tutto il globo.

Perché un membro del WTO rientri in questa classificazione, occorre che rispetti dei criteri stringenti, ma allo stesso tempo equivocabili e delicati da valutare. Innanzitutto, non devono sussistere all’interno dell’economia candidata delle interferenze statali nel meccanismo autoregolante di domanda e offerta dei beni, che possano falsarne quello che, secondo i principi del libero mercato, è il naturale equilibrio a cui esso tende laddove non ci sia l’intervento dello Stato.  Ma non solo: è infatti necessario scongiurare che il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e delle norme di sicurezza consentano di esportare prodotti a prezzi più bassi del mercato, altrimenti si incorre nel famigerato dumping. Il neoletto presidente alla Casa Bianca sembra orientato in tutt’altra direzione: durante la campagna elettorale ha promesso agli americani di introdurre dazi del 45% sui prodotti cinesi importati. La risposta da parte di Pechino non si è fatta attendere, minacciando di assegnare alla francese Airbus gli ordini aerei della statunitense Boeing e di far crollare gli ordini di iPhone e di auto americane in Cina. Il tycoon non deve essersi spaventato troppo, e con la telefonata ricevuta dalla presidente di Taiwan ha sferzato e provocato ulteriormente il governo cinese, la cui reazione non si è fatta attendere.

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Il surplus commerciale cinese verso gli USA (in blu) VS il deficit commerciale americano nei confronti della Cina (dati in miliardi di dollari americani, cumulativi su 12 mesi).

Da parte dell’UE tutto tace, nonostante dovesse essere prevista per l’11 dicembre una risoluzione al Parlamento Europeo in merito all’abolizione o meno dei dazi compensativi nei confronti dei prodotti cinesi.  L‘UE è il primo partner commerciale della Cina, il cui export ha una capacità produttiva inutilizzata pari a quattro volte l’intera produzione europea, con prezzi di vendita inferiori fino al 70%. Si stima che l’abolizione delle misure economiche compensative finora adottate porteranno un impatto così forte da provocare la perdita di circa 3 milioni di posti lavoro nel Vecchio Continente. Ed il Paese che più ne risentirebbe sarebbe proprio l’Italia, dove si rileverebbe una crescita della disoccupazione di quasi 415 mila lavoratori, in particolare nei settori manifatturieri e siderurgici. Diversi gli appelli da parte delle associazioni di settore e dei rappresentanti italiani a Bruxelles (in particolare dal M5S), ma dall’Europa nessun segnale. Una posizione ambigua e di ripiego, che però non tutela l’economia degli stati dell’UE e anzi la espone a un rischio di incertezza politica ed economica assai grave. Attraverso il ministero degli esteri, Pechino ha incalzato i membri che non hanno ancora applicato quanto – a suo parere – risulta essere previsto esplicitamente dal regolamento della WTO a provvedere il prima possibile, “in modo da evitare che questo influenzi il normale sviluppo delle relazioni economiche e commerciali bilaterali”. Sempre più specchio di burocrati assorti a controllare i conti di bilancio dei propri Stati membri e a reiterare inefficaci politiche monetarie, chiusa nella sua gabbia (più arrugginita che dorata!), l’UE ignora il bubbone che potrebbe scoppiare. Con un silenzio autistico risponde al pericolo di una minaccia inaudita- frutto di decenni di politiche ultraliberiste incontrollate – dimostrando ancora una volta tutta la sua inadeguatezza e incapacità.