“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. 

Questo non è l’obiettivo di organizzazione economica dello Stato a cui mira la Repubblica di Cuba; né un gruppo di guerriglieri sudamericani di ideologia marxista; né qualche “nostalgico” della legge fascista sulla socializzazione delle imprese, ma ciò che sancisce l’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana, ancora in vigore; esso fa parte dei cosidetti “principi fondamentali”, i quali dovrebbero essere posti a base dell’azione di tutti gli organi dello Stato. Eppure, i dati dimostrano irrefutabilmente che la situazione economica del nostro paese è ben lontana da come la avevano immaginata i padri costituenti. Uno studio della banca d’affari americana Morgan Stanley – riportato dall’edizione online di BloombergBusiness, uno dei più importanti siti di informazione economica a livello mondiale – mostra come l’Italia sia uno dei paesi dove la disuguaglianza economica è maggiore, addirittura di più che negli Stati Uniti, comunemente additati, anche da certi operatori dell’informazione nostrani che vogliono apparire “de sinistra”, come uno dei paesi dove più grande è la distanza che separa i più ricchi dai più poveri. Il report di Morgan Stanley pone al primo posto di questa ingloriosa classifica il Portogallo, seguito da Italia, Grecia, Spagna, Stati Uniti e Germania, la quale, al sesto posto, è ben lontana dall’essere quel paradiso di meritocrazia ed efficenza redistributiva che ci viene comunemente propalato dai media euristi. A metà classifica troviamo, tra gli altri, Polonia, Gran Bretagna, Giappone e Francia, mentre tra i paesi meno diseguali vi sono Olanda, Belgio ed i paesi scandinavi, sebbene anche nella “virtuosa” Svezia la sperequazione sociale sia comunque cresciuta in questi anni di neoliberismo rampante.

Riassumendo brevissimamente (ma doverosamente), l’aumento della diseguaglianza nel nostro paese è espressione dell’azione combinata di più fattori, interni ed esterni, quali: 1) lo sostanziale smantellamento delle conquiste sociali faticosamente conquistate attraverso durissime lotte operaie avvenuto a partire dagli anni ’80, in cui si verificò il contemporaneo declino dell’Unione Sovietica (nel bene e nel male “garante”, anche militarmente, di quelle conquiste); 2) la contemporanea rivincita dell’ideologia neoliberista sul socialismo nelle sue diverse varianti; 3) il processo di delocalizzazione dell’attività produttiva in paesi a basso costo di manodopera, come la Cina di Deng Xiapoing, apertasi all’influenza occidentale proprio in quel periodo; 4) le innovazioni tecnologiche, come la robotizzazione del lavoro o la facilità nelle comunicazioni garantita dalle tecnologie informatiche; 5) l’adozione della moneta unica che, favorendo le assimmetrie economiche tra paesi europei, è stata funzionale al progetto di sostanziale deindustrializzazione dell’Italia e all’arricchimento senza limiti delle classi dominanti, finalmente in possesso di quella valuta forte tanto agognata, dannosissima per le esportazioni delle PMI, ma fondamentale per valorizzare i loro capitali (tra l’altro i lettori dovrebbero interrogarsi sul fatto che tra i paesi europei più diseguali vi siano proprio Portogallo, Grecia e Spagna…).

Spostando la nostra attenzione dalla situazione specificatamente italiana a quella generale dei paesi ad economie avanzate (a cui l’Italia è comunque legata a doppio filo), la migliore scienza economica internazionale ha pienamente riconosciuto che un alto livello di diseguaglianza economica e sociale danneggia anche un sistema, quale quello capitalistico, che comunque sulla diseguaglianza è basato, in virtù del principio per cui senza di essa chi ha di meno non avrebbe alcun incentivo a rischiare per cercare di migliorare la propria posizione sociale. Così BloombergBusiness riassume le conclusioni raggiunte dagli economisti di Morgan Stanley:

Secondo la banca, la diseguaglianza economica persistente danneggia la crescita economica nel lungo periodo. Rendendo più difficile l’accesso a nuove opportunità, essa riduce l’incentivo a lavorare duro, a migliorare il proprio livello educativo e le proprie capacità. Può indebolire la fiducia dei cittadini nel legislatore e nelle istituzioni sociali e condurre a scelte di politica economica quali maggiore regolamentazione dei mercati, protezionismo e misure contro l’immigrazione.

A parte la denuncia delle politiche antiliberiste, ovviamente non condivisa da chi scrive, appare degno di nota il fatto che secondo gli autori dello studio l’aumento della diseguaglianza danneggi proprio un’economia di tipo capitalistico, che, come già messo in evidenza, su un certo livello di diseguaglianza si fonda. Le conclusioni che si possono trarre da ciò sono che il capitalismo, se lasciato libero di esprimersi senza alcuna costrizione o limite, come i sostenitori del liberismo da sempre auspicano, alla fin fine distrugge se stesso, finendo con il soffocare proprio quell’anelito alla libertà che esso rivendica come suo carattere distintivo. L’incatenamento dell’animal spirit capitalistico ed il suo incanalamento verso l’ottenimento del bene comune, e non l’esclusivo vantaggio di pochi, invece di soffocare la libertà dell’individuo, come sostengono i fautori del neoliberismo, diventerebbe allora una condizione imprescindibile per impedire che il sistema, lasciato alla libera espressione anarchica delle sue forze recondite, finisca con il divorare se stesso, come il famoso serpente del mito.

Fonti:

http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-11-25/the-u-s-is-the-most-unequal-developed-economy-outside-southern-europe

http://linkback.morganstanley.com/web/sendlink/webapp/static/research/article/