Cosa sarebbe successo se a salvare Banca Etruria, CariFe, CariChieti e Banca Marche fossero stati i soldi dei contribuenti e non degli investitori? I promotori finanziari incriminati avrebbero presumibilmente un morto in meno sulla coscienza (il pensionato di Civitavecchia suicidatosi dopo aver visto andare in fumo i suoi soldi investiti in obbligazioni subordinate, ovvero non garantite). Detto ciò, è altamente probabile che non ci saremmo risparmiati la gazzarra mediatico-politica su colpe e responsabilità del pasticcio in questione. Anzi, non avremmo mancato di aggiungere del nostro. Ce la saremmo presa col governo ladro servo delle banche, invece che col governo assassino, e ci saremmo bevuti predicozzi vari, da parte dei medesimi media, sul bail out quale fattore incentivante al cosiddetto azzardo morale. Ci saremmo ricordati vicendevolmente come la crisi finanziaria del 2007-2008 fosse in parte dovuta proprio all’esistenza di supporti statali impliciti al settore bancario che hanno portato i banchieri a ragionare come se non dovessero rimetterci mai. Logica riassumibile dalla laconica espressione inglese: head we win, tail taxpayers lose (testa, vinciamo noi; croce, perdono i contribuenti). E avremmo altresì deprecato l’utilizzo di soldi pubblici per salvare banche relativamente poco importanti. Avremmo infatti convenuto su quanto siano già abbastanza problematiche le too big to fail, le banche troppo grandi per fallire, quelle che il governo si trova de facto a dover sostenere quando si rende necessario, a dispetto di ogni promessa di non intervento finanziario.

Scopo di queste considerazioni non è quello di ingrossare le fila della narrativa filo-renziana (Dio ce ne scampi e liberi), quanto quello di sviscerare l’ipocrisia che si cela nel rapporto di amore e odio che ci lega ad un’istituzione, quella bancaria, che, insieme alla Borsa e ai mercati finanziari, è stato il motore dello sviluppo capitalistico di cui ciascuno, volens o nolens, si trova a beneficiare. Vorremo vederne solo i vantaggi (accesso al credito, liquidità in – relativa – sicurezza, etc.) dimenticandoci che la banca è per sua incancellabile natura fondata sul rischio giacché opera come “trasformatrice di scadenze”, utilizzando passività a breve o brevissimo termine (ovvero i depositi) per generare attivi a termine più lungo (ovvero i prestiti). Se ne evince che, qualora tutti i depositanti decidessero per un qualsivoglia motivo, razionale o meno, di prelevare simultaneamente le somme depositate, la banca si troverebbe ben presto a corto di liquidità. Da qui la necessità di offrire qualche forma di garanzia o assicurazione ai correntisti onde ridurre il rischio di crisi di fiducia e conseguente corsa agli sportelli, potenzialmente rovinose anche per le banche solventi nel medio-lungo periodo. In questo contesto si sviluppa la diatriba su bail out e bail in: nel primo caso a garantire i correntisti sono i soldi dei contribuenti, nel secondo caso sono gli azionisti, seguiti dai creditori a partire dai detentori di obbligazioni subordinate (il Meccanismo Unico di Risoluzione, cuore dell’Unione Bancaria Europea e pienamente operativo a partire dal 1 gennaio 2016, prevede, come extrema ratio, anche il coinvolgimento dei correntisti con depositi superiori ai 100,000€; ergo, anche i risparmiatori, e non solo gli investitori, potrebbero essere chiamati a compartecipare alle perdite).

La logica del bail in risiede nella volontà di evitare non solo che la collettività si accolli il peso delle perdite ma anche, se non soprattutto, che le banche “scommettano” con i risparmi dei depositanti, confidando nell’intervento pubblico qualora le cose vadano male. Logica del bail in che, a sua volta, chiama in causa quella del caveat emptor: al sottoscrivente di azioni o obbligazioni la responsabilità di valutare se la banca merita fiducia e, dunque, niente piagnistei invocanti all’assistenzialismo statale se la fiducia risulta, poi, esser stata mal riposta. In breve, se si investe, si rischia e se si rischia bisogna essere disposti a perdere. Tale è la ferrea legge del mercato che pur nella sua spietatezza conserva il fascino dell’essere efficiente, dunque preferibile, rispetto al farraginoso intervento statale che si porta dietro le complicanze della politica. Efficiente e preferibile se, ovviamente, si presuppone che l’emptor abbia tutti i mezzi per comprendere la portata del rischio sottoscritto e dell’asimmetria informativa alla quale si espone. Assunto assai azzardato, per non dire irrealistico, se si considera che la maggior parte dei non addetti ai lavori, e non si parla solo di pensionati sprovveduti, non conosce neanche la differenza fondamentale tra debt e equity. È il dilemma di una società sempre più finanziarizzata i cui attori, in moltissimi casi, non hanno assolutamente gli strumenti per orientarvisi e alla quale non si può scegliere di non partecipare pena la squalifica a sub-umano (questa la sorte, ormai, di chi non è titolare di un conto in banca). Disorientati, ci troviamo scissi in una mal taciuta ipocrisia: come contribuenti, verrebbe da essere a favore del bail in; come investitori, a favore, ovviamente, del bail out.