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La festa è finita, tutti a casa che tocca pulire. Ma come, proprio sul più bello? Sì. L’euforia ci sta, per carità, ma il realismo certe volte ci sta anche di più. Se è vero che la crescita annuale del PIL, +1,4%, andrà meglio delle attese è altrettanto vero che l’Italia (come gli altri paesi manifatturieri dell’Eurozona) ha goduto di uno scenario unico e irripetibile. Roba da difficoltà principiante a Fifa, in cui anche un novizio della console riesce a dribblare senza difficoltà qualsiasi giocatore. Sarà bene realizzare al più presto che gli eventi interverranno per reimpostare la difficoltà corretta, se non superiore. Dal 2015 il petrolio è sceso sotto i 60 dollari al barile, fluttuando attorno ai 50 fino ad oggi. L’Opec non intende per il momento ridurre la produzione, spingendo sull’offerta e calmierando il prezzo. Colossi come la Shell si sono spinti a definire la quotazione del greggio lower forever, ovvero bassa per sempre, in preparazione del picco di domanda che dovrebbe manifestarsi attorno al 2030: ma siamo veramente sicuri che il petrolio non si rialzerà? Il sito The Balance stima che il Brent possa toccare i 75 dollari al barile prima del 2020, che non è poi così tanto in là nel tempo.

Il petrolio incide in maniera consistente sui costi del settore produttivo: eccezionalmente e costantemente basso negli ultimi anni

Il petrolio incide in maniera consistente sui costi del settore produttivo: eccezionalmente e costantemente basso negli ultimi anni

Poi ci sarebbe anche la questione Stati Uniti. Nonostante la si definisca una potenza in declino rimane tutt’oggi il maggiore importatore mondiale, con una bilancia commerciale di oltre 40 miliardi in deficit (42,4 ad agosto con 237,7 miliardi di importazioni). Chi importa compra dall’estero, per definizione, e traina l’economia mondiale. Se gli USA dovessero rallentare sicuramente la crescita italiana non ne risentirebbe in positivo. Il ciclo economico di Washington è già troppo duraturo rispetto ai dati in nostro possesso: l’espansione permane dal 2009. Secondo gli analisti di Deutsche AM siamo di fronte ad una situazione anomala, che potrebbe resistere seppur sotto forma di crescita debolissima. Il motivo? I parametri sono inquinati da una politica monetaria mondiale totalmente inedita per la storia dell’economia moderna, rendendo di fatto impossibile stimare la crescita a stelle e strisce nel lungo periodo.

La crescita negli States permane, ma per gli esperti si tratta di una situazione insostenibile, destinata a rallentare nel medio termine

La crescita negli States permane, ma per gli esperti si tratta di una situazione insostenibile, destinata a rallentare nel medio termine

Il tasso ufficiale della Fed è super-accomodante dal 2009, quando fu ridotto a 0,25% (oggi in aumento lento e costante a 1,25). Stessa situazione anche per l’Eurozona, che ci tocca ancor più da vicino: il costo del denaro è ai minimi (tasso ufficiale a zero) da oltre un anno e comunque non superiore all’1% da cinque anni a questa parte. Anche da noi, come negli States, è in atto l’alleggerimento quantitativo (c.d. QE) con cui la Banca Centrale Europea sta acquistando asset sul mercato al ritmo di 60 miliardi al mese, in discesa rispetto agli 80 dell’anno scorso.

Che casino, direte voi. Tranquilli, ora sintetizziamo: in poche parole la pacchia è finita. È il tempo delle mele e l’Italia sarà costretta a cadere dall’albero senza aver raggiunto la maturazione. La politica monetaria espansiva (l’immissione di liquidità nel sistema, si spera, produttivo) punta ad aumentare l’inflazione sino ad un tasso inferiore ma prossimo al 2%: questo è assodato. L’inflazione tedesca è all’1,8%, mentre quella italiana è ferma all’1,1%. Indovinate un po’? I tedeschi chiedono a gran voce la fine dell’era del denaro facile. Li chiamano falchi, non a caso.

L’uomo della Bundesbank è da sempre restio alle politiche monetarie accomodanti: la fobia dell’inflazione ce l’ha nel sangue, l’incubo di Weimar è vivido nella sua mente

L’uomo della Bundesbank è da sempre restio alle politiche monetarie accomodanti: la fobia dell’inflazione ce l’ha nel sangue, l’incubo di Weimar è vivido nella sua mente

Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e naturale successore di Mario Draghi alla guida della Bce, ha già tuonato: non c’è bisogno di prolungare il Qe oltre il 2017. E sono dolori, perché l’influenza dei tedeschi sulla politica monetaria europea è a dir poco pesante. Nel momento in cui l’inflazione raggiungerà il 2% in Germania (e prossimamente nell’Eurozona), il problema diventerà politico: Draghi non potrà più rimandare la fine del QE. Non avrà più scuse.

Il QE, come sappiamo, non solo spinge in alto l’inflazione (in maniera piuttosto inefficace, tra l’altro), ma calmiera il costo del debito pubblico, specie quello dei mediterranei. Sì, anche il nostro. Quando la Bce smetterà di acquistare i BTP nessuno sa precisamente come il mercato reagirà, narcotizzato com’è dalla cascata di fresca liquidità che inonda gli scambi ormai da anni. Sicuramente i rendimenti (interessi sul debito) aumenteranno, spinti da una minore domanda, riducendo i margini di manovra del governo italiano (ingessati da stolte discipline di bilancio). Ergo: tasse e tagli. Ancora? Sì, ancora, tranquilli. Qualcuno in sala conosce gli effetti di una politica fiscale restrittiva in regime di crescita economica stagnante? Bravissimi: recessione.

Elsa Fornero durante l’ormai celebre conferenza stampa dalle lacrime di coccodrillo, spiega come “i vincoli finanziari oggi sono severissimi”: a questo può portare l’obbligo di una ferrea disciplina di bilancio.

La finanziaria (per usare un termine retrò) sta prendendo forma lentamente e Padoan fa già fatica oggi con la flessibilità concessa da Bruxelles e Berlino, Dèi generosi a cui non dispiace vedere l’Italia soffrire per il proprio debito (nonostante l’avanzo primario da vent’anni, con una gestione più virtuosa di quella teutonica). Beh, sappiate che Schauble è in uscita dal Ministero delle finanze tedesco: al suo posto (probabilmente) arriverà un giovane austero e scattante, tale Christian Lindner.

Questo goldjunge liberale sostiene la necessità di più rigidi vincoli di bilancio, meno flessibilità e, udite udite, la fine dell’assistenzialismo sul finanziamento del debito pubblico. Un falco vecchia maniera, insomma. In effetti gli basterebbe far leggere a Gentiloni (o chi verrà per lui nel 2018) l’articolo 81 della Costituzione: ehi carissimo, ce l’avete scritto voi che dovete perseguire il pareggio di bilancio, schnell! (più o meno così). Tra Fiscal Compact e Costituzione il nostro bilancio dovrebbe contrarsi notevolmente, di quasi tre punti di deficit. Una enormità. A rischio non c’è solo la crescita ma la sopravvivenza del nostro welfare.

Christian Lindner, qui in una posa da playboy, è sostenitore dell’austerità ferrea e irriducibile: a confronto Schauble è un keynesiano

Christian Lindner, qui in una posa da playboy, è sostenitore dell’austerità ferrea e irriducibile: a confronto Schauble è un keynesiano

Come ciliegina sulla torta bisogna ricordare che l’Euro, spinto in basso dalla politica monetaria della Bce e dal tapering della Fed (gli USA hanno premuto il freno prima, apprezzando la loro moneta), è sotto al cambio 1,2 col Dollaro dal 2015. Quando anche i tassi Bce si rialzeranno e il QE si ridurrà (presto, molto presto) l’Euro sarà destinato ad apprezzarsi strozzando così la ripresa delle economie esportatrici (su tutte Italia e Germania, anche se è bene ricordare la preponderanza degli scambi intra-comunitari). Euro basso, petrolio ai minimi, domanda degli USA relativamente forte e flessibilità (esilarante usare questo termine) concessa tutto insieme: è uno scenario paragonabile al più torbido e proibito dei sogni erotici di Padoan, destinato però a finire presto.

Se con questa congiuntura non siamo riusciti a ripartire ci si chiede cosa potrà accadere nei prossimi mesi (e anni). La classe politica italiana è priva di polso, attributi, armi e competenze per affrontare l’inverno che sta arrivando. Lo spread, senza la Bce ad intervenire, è dietro l’angolo. A questo va sommato l’aumento del costo del denaro, la fiacca crescita USA, l’arrivo dei falchi tedeschi nelle posizioni di potere europee e le nuove norme bancarie, che potrebbero mettere in ginocchio l’intero nostro sistema. Con una alleanza PD/Forza Italia già scritta nel dopo elezioni politiche, di exit strategy ancora non se ne parla. Senza quest’ultima non c’è potere contrattuale e senza potere contrattuale si soccombe. L’inverno sarà freddo e il Natale, che tutti hanno cominciato a festeggiare in anticipo (a cominciare da Renzi e dai media tradizionali) sarà molto duro, a luci quasi spente, come direbbe un mio amico di Correggio.