L’opera letteraria italiana più elevata del XX secolo: ecco di cosa si parla quando si menziona la Costituzione. Il prodotto di intellettuali, giuristi, economisti e uomini politici di taratura incommensurabile si affacciava in una nazione che, nel 1948, prendeva coscienza del significato dei concetti di libertà, diritti imprescindibili, garanzia di poter avere un’esistenza dignitosa. Cultura, in meravigliosa evoluzione, prendeva forma nella speranza, nella necessità di ricostruire e risorgere dalle ceneri di un maestoso e infame incendio. Il contenuto della Costituzione è di un valore inestimabile, spesso bistrattato e stuprato, fermo all’articolo 1 nella mente di cittadini che non sono in grado di apprezzare realmente e non vivono in un contesto tale da incoraggiare la lettura del romanzo narrante la conquista umana. Esplorando la Carta Costituzionale si potrebbe facilmente comprendere l’impostazione economica assistenzialista ed interventista che i Padri avevano delineato per il Belpaese: uno Stato, premuroso e attivo, che prioritariamente dedica attenzioni ai bisognosi, collocando il regno del materiale al di sopra del regno dei numeri, dei parametri, dei limiti. Recita l’articolo 31: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. Agevolare, proteggere, avere riguardo, favorire: il caldo seno che accoglie un bambino necessitante di attenzioni. Intervento pubblico tramite la spesa, manco a dirlo pubblica, che opera per elargire bonus, sgravi fiscali, un nido adatto alla vita. Ancora, l’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Tale affermazione stona pesantemente con i tagli alla sanità operati recentemente anche dal Governo Renzi, per via della subordinazione ai freddi vincoli di bilancio.

La Costituzione è anche conoscenza e cultura. Articoli specifici della Carta fanno comprendere come essa voglia solo il meglio per le giovani generazioni (art. 34): “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. Opportunità lavorative, la creazione di un tessuto di pensatori e intellettuali al passo con i tempi, attraverso il sostentamento statale corposo e convinto. Non parliamo poi dell’attenzione alla manifattura e alla classe operaia (art. 36): “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quest’ultimo principio riporta alla mente il meccanismo della “scala mobile”, lo strumento che indicizzava gli stipendi al tasso di inflazione, consentendo ai salari reali di crescere costantemente, come di fatto è accaduto sino alla sua abolizione nel 1984. La disoccupazione poi, la spinosa questione della povertà che non poteva fuggire agli occhi dell’Assemblea Costituente (art. 38): “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”. Organi predisposti, adibiti, indirizzati all’unico scopo di assicurare la dignità a chi non può, non per causa propria, collaborare al progresso della società. La candida bellezza del principio lavorista è poi popolarmente considerata il cardine della nostra nazione (art. 4): “[…] Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il dolore di non potere prendere parte alla storia materiale del proprio paese è talmente frustrante e lancinante da far contemplare mezzi in grado di garantire una piena occupazione tramite programmi governativi, o comunque un flusso di ricchezza destinato a chi non percepisce reddito alcuno.

Si potrebbe obiettare il fatto che la Costituzione non sia propriamente un gioiello in termini formali, lasciando adito a incursioni e interpretazioni non corrette, nonché ad una certa libertà di azione, non essendovi limitazioni oggettive e cogenti espressamente indicate. È stato forse questo l’errore dell’Assemblea: non contemplare la possibilità di governi anti-patriottici e non sovranamente eletti. Era l’aprile 2012, il mese dell’insulto ai padri costituenti. La fretta imposta dalla burocrazia europea e dal golpe finanziario di fine 2011 obbligò la nazione ad affidarsi al tecnico Mario Monti che, a colpi di mazza e martello incominciò l’opera di smantellamento del welfare state. Come se non bastasse, l’economista riconobbe la priorità goduta dai trattati europei, in questo caso il Fiscal Compact, che impone un austero pareggio di bilancio. Con l’intraprendenza di chi deve guadagnarsi la fiducia dell’eurofinanza, il Governo Monti decise di propria spontanea volontà, complici i due sottomessi rami del parlamento privi di qualsiasi attributo, di inserire il principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Recita la modifica dell’articolo 81: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, […] Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”. Fondamentalmente si è sancita superiorità del principio aritmetico al principio lavorista/assistenzialista della Costituzione originaria. Tale modifica stona in tutto e per tutto con le basi economiche della nazione che, dettate dalla Carta, hanno permesso all’Italia di diventare, pochi decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale, uno dei Paesi con il più alto risparmio privato al mondo. Il pareggio di bilancio rappresenta un vincolo di azione notevole, per non dire assoluto, in quanto non permette allo Stato di creare ricchezza nel settore privato tramite disavanzo e politiche espansive, non permette alcuna progettazione del futuro e inaridisce le casse degli enti locali, lasciando la popolazione in balìa di shock finanziari, economici e naturali. Il vestito bianco dell’Italia strappato e ricucito con pezze di cuoio nero: la metafora più azzeccata per la modifica dell’art 81, assassina della speranza e della promessa Costituzionale. Così si è consumato il delitto verso i Padri Costituenti, l’insulto a coloro che coronarono il sogno inseguito dall’umanità per millenni: la possibilità di creare un luogo felice e sereno in cui spendere la propria esistenza.