Immigrazione e immigrati, fenomeni oramai diventati da emergenziali a strutturali e di portata mondiale nei numeri che stanno avendo (e che questi flussi avranno nei prossimi 20 anni) in Europa e nella nostra penisola. Dall’inizio del 2015 Italia e Grecia, tra gli stati più colpiti dagli sbarchi in Europa, hanno complessivamente ricevuto 350 mila arrivi. A queste cifre va poi aggiunta la percezione dei cittadini. I dati da questo punto di vista impongono una seria riflessione su temi quali la sicurezza, l’impatto socio-economico e demografico. Non ci dilungheremo troppo invece sulla possibile correlazione tra immigrazione e terrorismo anche perché sono entrambe -se pur indirettamente- creazioni occidentali. E in questo caso andrebbe fatta una riflessione matura sulle cause che portano così tanta gente a spostarsi.  L’Italia da questo punto di vista, pur contribuendo in modo decisivo a finanziare l’Unione Europea, sta affrontando da parte sua un problema creato da altri: in primis da Francia e Inghilterra, paesi che hanno foraggiato non senza interessi, le primavere arabe. Negli ultimi mesi anche il governo inglese, per bocca del suo ministro degli interni, si è detto contro l’immigrazione economica, ovvero quel tipo di immigrazione che avviene non per motivi politici, ma per cause lavorative o di migliorie welfaristiche. Il caso inglese non deve però generare confusione come è proprio dei media mainstream: stiamo parlando di un profilo d’immigrazione differente rispetto all’Italia. L’abolizione del Trattato di Schengen non cambierebbe nulla per la nostra penisola. Schenghen infatti poco ha a che vedere con i flussi migratori dalla Libia o dalla Siria proprio perché questi stati di provenienza non fanno parte dell’area Schengen. Quindi…che fare? Beh, qualche critica ai promotori di Mare Nostrum prima e di Triton dopo è doverosa. Il buonismo, caratteristica tipica di una cultura cristiana e caritatevole come la nostra, non fa di per sé bene. Per governare questa ondata di flussi migratori bisogna stabilire quale è il limite di risorse che uno stato è disposto a impiegare e per quanto tempo. E deve farlo in modo realistico e razionale anche per disinnescare un’arma dalle mani dei populismi. Con un’aggiunta: ridiscutere anche dal punto di vista normativo il Regolamento di Dublino. Cavillo non da poco e che doveva essere posto almeno a partire dalla fine del 2011, cosa che non è stata fatta per una lettura sbagliata e non realista degli eventi ancora in corso. A questo proposito bisognerebbe considerare due questioni che toccano personalmente l’attuale politica italiana. Primo, chiedersi se l’ingresso di forze fresche, in presenza di una popolazione locale mediamente più vecchia e in alcuni casi costosa da mantenere, non sia un lievito demografico. Oppure se tutto ciò non debba invece essere ascritto alle difficoltà economiche e sociali di un paese che non cresce e che dal fenomeno della globalizzazione (del quale l’immigrazione è solo una componente) ha ricevuto più costi che benefici. Secondo, il fatto che la sinistra, in particolare quella italiana, anche sulle politiche migratorie non faccia la sinistra (questo non vuol dire automaticamente erigere muri).

Sul primo punto, come detto, non tutti i migranti (così come non tutti gli uomini) sono uguali. I paesi da cui partono queste persone – e ci riferiamo a paesi martoriati dalla guerra e per i quali valgono le regole di connivenza del diritto internazionale- sono migranti politici. Allo stesso tempo abbiamo un’immigrazione di carattere socio-economico. Rintracciare le cause che hanno generato queste partenze non è facile. Direi che per i primi- i migranti che scappano da zone instabili-  le avventate politiche internazionali degli ultimi anni hanno giocato un ruolo molto grave: l’esportazione del modello dominante delle democrazie occidentali ha prodotto focolai di miseria in nome di un’ingiustificabile scontro di civiltà. Perché se è vero che la democrazia non deve essere messa sotto-pressione e ha bisogno di sicurezza, questo vale anche per gli altri regimi: l’autodeterminazione dei popoli non è un principio che necessita di bombe, continue destabilizzazioni e guerre umanitarie. E se la frontiera, il concetto di limite, è un elemento che dovrebbe essere considerato come sacro, allora tocca in primo luogo agli occidentali rispettarlo.

Per quanto riguarda l’immigrazione di tipo economico che si origina da paesi che non hanno saputo svilupparsi, non certo per mancanza di risorse (se pensiamo all’Africa o al Medio Oriente) sia  il loro continuo sfruttamento, sia una distribuzione di risorse molto ristretta e diseguale, hanno comportato la ricerca da parte delle popolazioni di prospettive di vita migliori. Legittimo, sia chiaro. Solo che il migrante odierno non giunge come accadeva all’italiano un secolo fa nel Nuovo Mondo, ma bensì nella Vecchia Europa. L’interrogativo a questo punto- altrettanto legittimo- è chiedersi il costo dell’immigrazione e se vi sia un limite. Dipende. Da che cosa? Dal fatto se nei paesi europei è richiesta domanda di lavoro oppure no: l’Italia necessita di domanda di lavoro oppure questa manodopera di riserva mette in concorrenza, come diceva Marx, il lavoratore italiano con quello straniero? Questo a sua volta dipende dalle qualificazioni dei migranti economici

Venendo al secondo punto, di carattere politico-ideologico le posizioni della sinistra come detto sono idealmente bizzarre. Il principio del libero scambio di beni, servizi, capitali così come la mercificazione delle persone, è un’idea codificabile nella “Ricchezza delle Nazioni” di Smith, non certo nel Capitale di Marx. Ripeto, è bizzarro che il diritto globalizzato alla mobilità e all’accoglienza tout court siano tra le politiche cardine della sinistra. Questo potrebbe anche essere un argomento da archiviare se consideriamo come morte le ideologie. In realtà è attualissimo perché ci pone il vero interrogativo, dominus di tutti gli altri; vogliamo un mondo completamente globalizzato – dalla finanza ai diritti globali fino agli esodi biblici e alle delocalizzazioni- oppure vogliamo un mondo che invochi il senso del limite? Quel limite che sotto certi aspetti è stato  valicato?