di Emanuele Mastrangelo

Se c’è un esercizio che le masse dovrebbero fare è riuscire a discernere fra gli annunci pubblici rimbalzati sui media e la realtà dietro di essi. «Migranti, Giorgio Squinzi: “Ora ridiamo lavoro agli italiani”» titola il liberal Huffington Post. Più o meno con lo stesso taglio quasi tutti gli altri quotidiani. Solo il Sole24Ore dà un titolo differente, puntando sullo scontro coi sindacati. Un caso? Forse. O forse no. Dovrebbe infatti incuriosire il fatto che l’apparente svolta filo-nazionale del vertice di Confindustria («sarà una visione un po’ egoistica, ma cominciamo a ridare un futuro ai nostri giovani e una velocità al Paese») non corrisponda affatto a una reale svolta nella linea editoriale dei suoi media, il citato quotidiano Sole24Ore e soprattutto Radio24, che oramai è diventata la Voce dell’Accoglienza del Migrante con un’insistenza che ha dell’imbarazzante per chi conosce i doveri deontologici del giornalista. E dunque, le parole di Giorgio Squinzi appaiono più come una insincera captatio benevolentiae verso quella parte maggioritaria del popolo italiano che non sopporta più l’invasione degli immigrati e come un caveat verso quella parte maggioritaria di oligarchia italiana che dell’invasione degli immigrati sta facendo la propria bandiera, il proprio business e la propria consegna fedele agli ordini ricevuti. Non è un caso che due passaggi del discorso di Squinzi, poco sottolineati dalla stampa, non rinneghino affatto l’ideologia immigrazionista. Anzi, il punto centrale del pensiero squinziano è “peccato che gli immigrati non si fermino in Italia”. Squinzi, infatti, non abiura affatto al dogma centrale dell’immigrazionismo: «le immigrazioni alla lunga sono sempre dei fenomeni positivi».

Il messaggio che traspare per chi vuol leggerlo, dunque, è che l’Italia deve fare di più per far fermare gli immigrati sul nostro suolo. Essere un semplice hub di passaggio non garantisce affatto al paese quella massa di lavoratori a basso costo che oramai tutti riconosciamo essere “l’esercito industriale di riserva” (poco utile in un’Italia che ha il 13% di disoccupati…) ma anche e soprattutto quella massa di consumatori bisognosi di tutto che – come abbiamo visto in un precedente articolo – dovranno ricevere parte del reddito delle famiglie italiane eccedente quello necessario affinché la propensione alla spesa sia massima, cosicché la propensione al risparmio venga azzerata. Giova ribadire, e ribadire, e ribadire una verità di per se stessa evidente: l’immigrato serve al Capitalismo perché dove prima c’era uno stipendio di 1.600 euro – che consentiva al fortunato salariato di potersi mettere un po’ di soldi da parte – ne possano sorgere due da 800 che invece finiranno in spese fino all’ultimo centesimo.

Vi è poi un’altra considerazione da fare circa la buona fede di coloro che predicano l’apertura, l’accoglienza e il futuro migrante per tutti come radioso sol dell’avvenire. Una considerazione che è banalissima applicazione di aritmetica. Il costo di uno smartphone di ultima generazione è più o meno identico in Italia e – poniamo caso – in Senegal: circa 650 euro. Tuttavia lo stipendio medio netto di un italiano in Italia è di 1.520 euro (fonte: Jp Salary Outlook 2015) mentre quello di un senegalese in Senegal è di circa 165€ (fonte: www.numbeo.com). Secondo il sito governativo integrazionemigranti.gov.it, il reddito medio netto mensile di un immigrato regolare senegalese in Italia è di 1.126€, mentre quello di un clandestino soggetto a caporalato si aggira intorno ai 600€ (3 euro l’ora, per otto ore per 25 giorni al mese). Ne consegue che il tempo medio con il quale un italiano può ottenere denaro sufficiente per acquistarsi l’ultimo modello di smartphone è pari a 0,4 mesi contro gli 4,1 mesi di un senegalese in patria. Al contrario, un senegalese immigrato, se clandestino riduce il tempo di accesso all’agognato oggetto di consumo a 1,1 mesi, mentre l’immigrato regolare può permettersi la spesa in poco più di 17 giorni (0,57 mesi).

A seconda della fonte e del netto o lordo dalle tasse questi conti possono variare, ma la sostanza è che un senegalese in patria impiega fino 10 volte più tempo di un italiano per poter accedere all’acquisto di uno smartphone, mentre emigrando in Italia ridurrebbe questi tempi come minimo a un quarto anche nella più bieca delle condizioni di sfruttamento salariale in nero. Il calcolo è dunque illuminante: per vendere prodotti di consumo a un senegalese allo stesso ritmo di come vengono venduti agli italiani occorre aumentare il reddito dei senegalesi. E, visto e considerato che il reddito pro capite in Senegal cresce del 3% l’anno, si fa molto prima a spostare il senegalese in Italia, dove nella peggiore delle ipotesi il suo reddito quadruplicherà. A tutto ciò va aggiunto che gli immigrati spesso giungono privi di tutto non solo perché poveri, ma anche perché nelle loro terre d’origine ancora non esistono molti dei bisogni indotti che la società post-industriale ha creato da noi. Spingerli dunque ad acquistare certi beni o servizi dalle loro parti è arduo mentre invece trasferendoli nei nostri paesi entreranno ben presto nel circolo vizioso dei consumi compulsivi o di quelli ope legis. L’emigrazione “spontanea” e le politiche di accoglienza rappresentano, dunque, un vero e proprio nuovo bacino di sfruttamento per il mercato consumistico. Se un tempo si usava la politica delle cannoniere per aprire nuovi mercati alle merci prodotte nelle metropoli europee, ora i nuovi mercati vengono creati ex novo spostando futuri acquirenti nelle zone in cui innanzitutto acquisiranno redditi sufficienti a entrare nel circolo del consumismo e quindi diverranno preda dei bisogni indotti delle società avanzate post-industriali. La canzoncina “Bongo Bongo Bongo” è dunque grottescamente rovesciata: se là l’africano parodiato da Nilla Pizzi e Luciano Benevene non ci teneva proprio ad avere i frutti della “civiltà” (“scarpe strette, saponette, treni e tassì”) e preferiva rimanersene con la “sveglia al collo” a casa sua, oggi invece parte di buon grado, rischiando perfino la morte, per accedere un po’ più velocemente che in patria al nuovo Vitello d’Oro, l’onnipotente smartphone.