Il tanto discusso decreto non è in realtà nulla di nuovo; che i governi intervengano in soccorso delle banche accade da un pezzo, e quantomeno dalla crisi americana la cosa è più che manifesta. Dopo la crisi del 2008 infatti tanto la Bce quanto la Fed hanno immesso nel sistema creditizio migliaia di miliardi di dollari per parare quella parte degli istituti che si trova sotto il coccige. I pagatori di ultima istanza di quel malloppo furono ovviamente gli Stati e dunque i cittadini, per quello strano e famigerato fenomeno secondo cui gli istituti di credito privatizzano gli utili ma socializzano le perdite. Più tardi Mario Draghi avrebbe ripetuto la procedura, chiamandola Quantitative Easing; è cambiato il nome ma il risultato è rimasto lo stesso: a pagare sono i cittadini. A questo punto è evidente allora che anche il “bail in” è semplicemente un modo diverso per permettere la stessa cosa: che le banche possano speculare per proprio porco comodo con il denaro dei depositanti, chiedendo anche a quest’ultimi (oltre che ad azionisti e obbligazionisti) di pagare il conto (salato) in caso di fallimento.

Queste mosse ad ogni modo non servono neppure a salvare le banche, ma una loro depravazione, il “lato oscuro”. Difatti a questi “salvadanai” comunitari è stato affidato da generazioni e secoli un importante compito imprenditoriale, quello ossia di finanziare le imprese (dunque il lavoro e l’economia) con il risparmio delle famiglie. Quest’ultimo non è un compito ma una delicata missione, della quale tuttavia le banche sembrano essersi dimenticate. La salvezza infatti non serve tanto a mantenere intatta questa funzione, per la quale in realtà difficilmente un istituto può fallire, bensì per permettere a pochi farabutti di perseguire nei loro perversi giochi d’azzardo, nel trading borsistico, con obbligazioni e derivati. Ecco allora, cittadini e risparmiatori messi al muro per far continuare un gioco di fuffa, bolle speculative ed oniriche illusioni finanziarie.

Eppure le soluzioni ci sarebbero, e facili da applicare. Prima di tutto ridurre le dimensioni delle banche, dividerle in un esteso arcipelago di banche popolari e di microcredito, le uniche che finora non hanno mai chiuso i rubinetti per le aziende o per giovani dalle nuove idee e progetti imprenditoriali; le banche piccole hanno poi un grande vantaggio, che quandanche dovessero fallire i danni sarebbero circoscritti e limitati. Secondo poi nazionalizzare la banca centrale e farla tornare davvero ad essere “d’Italia”, non si può infatti credere che soggetti privati possano perseguire il bene pubblico, per questo è necessario che finalità comunitarie siano ricercate dallo Stato e non da investitori. Avere una banca nazionale e dunque la sovranità della propria moneta ci permetterebbe oltretutto di liberarci dal giogo della Bce, la quale al momento ci relega ad una condizione simile ad un Paese del terzo mondo; l’euro infatti non è di nostra proprietà, pertanto il denaro che circola sui nostri conti e nelle nostre tasche ci viene letteralmente prestato, e i prestiti, si sà, hanno un costo, una spesa stupida che potremmo (e dovremmo) non pagare. Infine bisognerebbe vietare a banche ed istituti di credito la possibilità di fare operazioni di investimento, dunque diverse dalla natura imprenditoriale che sarebbe propria di queste strutture; anche qui non si sta inventando nulla di nuovo, se si pensa anche soltanto al glass steagal act, una legge nata in seguito alla crisi del ’29 e che fino al 1999, anno in cui è stata abrogata, ha impedito alle banche l’attività speculativa. Se invece, come purtroppo probabilmente, questi stravolgimenti non rivoluzionari ma reazionari non dovessero esser presi in considerazione nè attuati, le soluzioni restano due: o il buon vecchio materasso, od il baratto.