Le negoziazioni fra i dodici principali contraenti del TPP, il Partenariato Trans-Pacifico, si sono concluse. La firma dell’accordo finale non è però sufficiente alla ratifica dello stesso: il testo, infatti, deve passare al vaglio dei parlamenti nazionali degli Stati interessati, a seconda delle modalità di ratifica delle singole giurisdizioni domestiche. I dodici Paesi contraenti sono: Stati Uniti, Giappone, Vietnam, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Perù, Singapore, Canada, Brunei, Messico e Malesia. Un accordo di libero commercio fra Stati Uniti e Giappone, rispettivamente la prima e la terza economia globale, non è certamente trascurabile. Considerando in toto i dodici Stati l’accordo interesserebbe il 40% del volume degli scambi mondiali. Nonostante la presenza di tre Paesi latinoamericani, l’innovazione dell’accordo risiede sicuramente nel suo orientamento verso l’Asia. Possiamo parlare del primo accordo multilaterale in tal senso, mentre nel continente americano è già presente la NAFTA. Questo non è un caso: la politica estera di Obama ha subito una traslazione, senza bilanciamento, dal pivot europeo a quello asiatico. Il che vuol dire che l’Asia è vista come il centro delle nuove dinamiche economiche globali, ma al tempo stesso gli Usa non sono affatto inclini a sottrarre risorse ed attenzioni  ai vecchi alleati europei, soprattutto in questa contingenza storica che vede la Russia di nuovo fra gli attori protagonisti.

Se la cortina di ferro è stata ideologicamente smantellata, il suo equivalente asiatico, la cortina di bambù, sembra tuttora sopravvivere. Se nel vecchio continente il TTIP esclude la Russia, in Asia il grande escluso è la Cina. L’intera natura dell’accordo è in chiave anti-cinese, spingendosi a sedurre il Vietnam, Stato socialista e grande alleato di Pechino. Questo perché oltre alla manodopera vietnamita a basso costo, la forma peninsulare e la presenza di basi strategiche sono altamente appetibili per Washington. L’accordo, inoltre, giunge dopo la recente modifica della Costituzione nipponica che consentirebbe al più grande alleato della regione pacifica l’invio di truppe all’estero. Le tensioni fra Giappone e Cina e quelle fra Cina e Vietnam sono ampiamente note, ed hanno la medesima natura: dispute territoriali su isole contese. Gli Usa mirano a fomentarle e contemporaneamente, tramite accordi di natura economica, a riservarsi la fedeltà degli Stati interessati.

La natura geopolitica dell’accordo è quindi chiara, mentre lo è di meno quella economica. La segretezza dei negoziati e dei contenuti quando si parla di accordi di libero scambio multilaterali è ormai ordinaria amministrazione. Quello che trapela sono le solite ricette neoliberiste: dall’azzeramento dei dazi, al bando delle politiche protezionistiche non tariffarie e quindi all’armonizzazione degli standard produttivi. Il partenariato toccherà il mercato del lavoro, proponendosi un miglioramento dei salari ed il forte contrasto al lavoro minorile, per spingersi poi fino alle politiche ambientali e alla proprietà intellettuale. Vi è l’impegno a non ricorrere alla svalutazione competitiva: nonostante le pressioni del FMI tale clausola sembra non essere stata inserita nel testo finale, ma sia stata “ridotta” ad un gentlemen agreement. Non mancherà di certo l’evergreen dell’arbitrato internazionale fra Stati e multinazionali, ovvero la prerogativa delle aziende private di citare in giudizio uno Stato che, tramite la legislazione ordinaria, vada ad inficiare la loro attività economica.

Le analogie con il TTIP non si esauriscono con la possibilità degli arbitrati internazionali: la stessa analisi costi e benefici potrebbe indurre policy makers di buon senso ad accantonare progetti di questo tipo. Se per il TTIP esiste una stima autorevole degli immensi “benefici”, un aumento annuo del Pil dello 0,03% spalmato in 13 anni, non esistono stime esatte per il TPP. Sappiamo però che dallo scandalo wikileaks emersero pareri contrastanti di diversi accademici, sia a livello economico che a livello ambientale. Vi sono delle reticenze interne anche negli Usa, espresse sia dalla Clinton che da Trump.

Abbiamo poi l’esperienza del KORUS, il trattato di libero scambio bilaterale fra Usa e Corea del Sud. Decantando il libero scambio come una panacea, e rivolgendo cori beceri ed insulti alle barriere commerciali, i firmatari del KORUS si sono dimenticati di includere al suo interno il mercato del riso, recando un’ingente danno all’economia coreana (la Corea si posiziona fra i primi quindici produttori mondiali del cereale). Le asimmetrie tecnologiche fra i Paesi firmatari e gli Stati Uniti, naturalmente escludendo il Giappone, potrebbero distorcere la presenza di beni un determinato mercato. La supremazia tecnologica è spesso accompagnata da economie di scala e gli Usa potrebbero sfruttare vantaggi assoluti per “bombardare” i mercati asiatici con i loro beni che sbaraglierebbero la concorrenza interna in virtù di un prezzo inferiore.