La società per azioni Bayer, che opera sui mercati della chimica e della farmaceutica, ha lanciato la più grande OPA preventiva totalitaria dell’anno – 66 miliardi di dollari – per acquistare un titano del settore delle biotecnologie agrarie: Monsanto. Se le autorità garanti della disciplina antitrust dovessero concedere il nullaosta all’operazione, il nuovo mostro, creato dalla fusione delle gigantesche compagnie, tedesca e statunitense, si ritroverebbe a controllare una fetta mastodontica del mercato mondiale di semi e pesticidi: rispettivamente il 29% ed il 24%. I problemi di concentrazione del mercato sono evidenti. Cerchiamo, ora, di analizzare quali potrebbero essere le ripercussioni pratiche dell’ingordigia atavica dei colossi industriali coinvolti, a partire dallo sfruttamento incondizionato della forza agricola.

Monsanto, svetta nella classifica delle aziende più odiate al mondo. Sono innumerevoli le volte in cui si è trovata nell’occhio del ciclone a causa di comportamenti poco rispettosi sia dell’ambiente che della razza umana. Ricorderete sicuramente la storia dell’Agent Orange, miscela di pesticidi e diserbanti, utilizzata senza remore durante la guerra in Vietnam – dove la moralità e l’etica dell’esercito statunitense hanno regnato sovrane – per distruggere la foresta pluviale, nascondiglio prezioso delle truppe Vietcong. Solo a posteriori (sic!) si scoprì che l’intruglio chimico lasciato cadere dal cielo fosse altamente tossico anche per gli esseri viventi. Quest’ultimo fu la principale causa di: tumori, malformazioni alla nascita, pesanti disturbi psicologici e gravi eruzioni cutanee. Naturalmente colpì, senza fare distinzione, sia i soldati arruolati tra le fila vietnamite che quelli statunitensi. Oggi, però, non sono tanto i diserbanti ed i pesticidi a ricordare al mondo che il profitto non guarda in faccia a nessuno, anche se la tematica risulta essere ancora molto calda, lo fanno però i semi. 

Paradossalmente quegli stessi semi, fonte primaria della vita, dai quali nascono e sono nate colture e piantagioni di qualsiasi specie, sono mietitori di centinaia di migliaia di vite umane. Secondo uno studio portato avanti qualche anno fa da un entourage di organizzazioni non profit e pubblicato da Navdanya, organizzazione Indiana, sono più di 250mila le anime che dal 1996 al 2011 si sono tolte la vita poiché ridotte sul lastrico dal regime di sudditanza imposto dai produttori delle sementi. Monsanto si occupa, per l’appunto, di produrre semi geneticamente modificati – grano-cotone-soia in maniera particolare – in grado di resistere ad intemperie ambientali di vario genere. E’ di vitale importanza per comprendere al meglio le problematiche derivanti dalla possibile riuscita dell’operazione, che accrescerebbe ulteriormente il potere contrattuale delle società in questione, osservare il fatto che i prezzi di acquisto della materia prima, indispensabile per la sopravvivenza dei lavoratori agricoli soprattutto in Paesi in via di sviluppo come l’India, raggiungano non di rado cifre degne di essere estorte dal migliore degli strozzini. Prezzi d’acquisto cosi gravosi sono giustificati dal fatto che quegli stessi semi, che da milioni di anni vagano liberamente, pieni di vita, sulla superficie terrestre sono, oggi, registrabili e brevettabili, quindi suscettibili di essere trasformati in proprietà privata. Nel 2013 erano 1676 i brevetti detenuti da Monsanto. Discorso che ricollegato ad un generale crollo dei prezzi delle commodity, che non permette di vendere il prodotto finale a prezzi soddisfacenti non garantendo nemmeno la copertura dei costi di produzione, fa comprendere la delicata posizione dei lavoratori della terra.

Ma il problema non si manifesta solo nelle economie ad alto tasso di crescita. Roger Johanson presidente del National Farmers Union, sindacato che si occupa dal 1902 di tutelare i diritti degli agricoltori statunitensi, si è preoccupato di dichiarare che la creazione di un mostro cosi potente andrebbe a discapito degli agricoltori in particolare, ma anche di tutta l’economia rurale in generale. Persino il presidente Coldiretti, Roberto Monclavo, ha fatto sentire la sua, dichiarando che l’operazione, che segue altre due grandi acquisizioni nel settore: Syngenta da parte di Chemchina e la fusione tra Dow Chemical e Dupont, rischi di creare una eccessiva concentrazione di poche multinazionali su mercati strategici per la sovranità alimentare dei singoli Paesi.

Ed è proprio quest’ingordigia a non permettere all’idea Smithiana della “mirabile armonia”: in cui gli interessi delle classi sociali si bilanciano autonomamente fra loro, di realizzarsi. Chi non si fosse assopito leggendo queste prime righe si ricorderà che il paradigma economico della concorrenza perfetta auspicherebbe di assicurare un’offerta flessibile ed eterogenea, capace di garantire, quindi, a chi non fosse entusiasta dei prezzi praticati dal proprio fornitore la possibilità di cercarne un altro che ne offra di più competitivi. Purtroppo non è sempre così, e in questo caso gli oligopoli di fatto sono uno standard. Infatti il mercato è già concentrato nelle mani di pochi e grandi giocatori. Se l’acquisizione dovesse andare in porto non farebbe che consolidarne la posizione, a discapito di imprenditori agricoli schiavi, a questo punto, di un regime economico appositamente deregolamentato. 

Sarebbe sbagliato credere che sia solo la categoria degli agricoltori a correre il rischio di essere risucchiata dall’incredibile forza di attrazione creata da un satellite di queste dimensioni. Quegli stessi principi del libero mercato, glorificazione ultima dell’ideologia individualista, tanto cari a Milton Friedman, hanno un bisogno essenziale di altri individui altrettanto vogliosi di competere. Altrimenti la macchina si inceppa: l’adrenalina secreta per il tallonamento continuo dell’avversario sempre pronto a scipparti fette di mercato essenziali per la sopravvivenza del tuo gargantuesco complesso aziendale, è infatti, produttrice di innovazione. Cherosene della ricerca e dello sviluppo, bacini informativi che esondano di esternalità positive per la collettività. E’ pacifico il fatto che dal punto di vista della massimizzazione dei profitti, per un’impresa, controllare una porzione maggiore di mercato rappresenti un’opportunità considerevole, ed è altrettanto pacifico che l’intervento da parte dello stato sia più che necessario nel momento in cui il perseguimento della volontà del singolo conculchi senza pietà il destino dei più. 

L’avidità, purtroppo, è intrinsecamente legata alla natura dell’uomo, come lo è il profitto a quella del potere, e queste enormi corporazioni hanno un potere di influenzare la politica che spesso va oltre l’immaginario comune. Effettivamente il giro d’affari che smuovono è cosi cospicuo da essere in grado di guidarlo, senza, naturalmente, dover rispondere in alcun modo al pubblico. Potete, dunque, immaginare con semplicità come ciò si colleghi alla questione Bayer-Monsanto. Non esiste la voglia di essere governati da entità totalitarie, autoreferenziali e prive di qualsiasi responsabilità pubblica e ciò dovrebbe risiedere per bene nella mente di coloro i quali si occuperanno di scrutinare la richiesta di acquisto promossa da Bayer. La questione, per quanto sia importante, non si ferma alla tutela di chi ne subirà direttamente le conseguenze: gli agricoltori, ma si estende, indirettamente, a colpire la società nella sua interezza. Quella mano invisibile, fallata dalla definizione stessa della sua natura: creazione diretta dell’essere umano, ha bisogno di una mano molto più che visibile, e non solo, di tutto un corpo chiamato Stato che si opponga con fermezza alle irresponsabili politiche del profitto che si astengono deliberatamente dal tenere in considerazione gli effetti delle loro azioni sugli altri.