Secondo un report della Spencer Stuart, nel 2013 l’età media dei componenti del Board (consiglio di amministrazione) di un’impresa americana quotata in borsa (imprese appartenenti all’indice S&P 500) era all’incirca pari a 63 anni con leggero aumento rispetto all’anno passato. Si può riscontrare tale situazione anche all’interno dei board italiani, dove l’età media si attesta all’incirca sui 57 anni. Inoltre secondo il report della Consob che riguarda la Corporate Governance di tali imprese, l’85% dei componenti del board è in possesso di una laurea e, tra questi, il 16,5% possiede anche un titolo di studio post laurea. Prevalgono principalmente le lauree nelle discipline economiche, seguite da quelle in giurisprudenza ed ingegneria, dove il profilo professionale più frequente è quello manageriale, seguito da consulenti-professionisti e accademici. La differenza principale tra imprese italiane e americane quotate si sostanzia in un notevole divario tra proprietà e controllo, nel caso italiano si riscontra una coincidenza tra proprietà e controllo nelle mani di nuclei familiari, dove studi attestano un basso livello di produttività rispetto ad altre forme di controllo, mentre in America e nei paesi anglosassoni sono più diffuse le Pubblic Company in cui vi è una separazione tra proprietà e controllo.

Molto spesso vi è una correlazione positiva tra l’età e l’esperienza acquisita, questo non è sempre vero in quanto esiste un divario in termini tecnologici. Tale gap potrebbe essere risolto abbassando l’età media dei board, immettendo carne fresca all’interno di essi. Uno studio che può avallare questa tesi è quello redatto dalla Georgia Institute of Technology and International Telecommunication Union in Atlanta. Il report esplicita che tra i nati dagli anni ottanta ai primi del nuovo millennio (generazione Y) il 96% sono nativi digitali; quindi avere all’interno dei board figure professionali giovani permette alle imprese di costruire e mantenere relazioni attraverso strumenti social on line. Per tanto avere un board completamente omogeneo in termini di età può determinare problematiche nel divenire dell’impresa. Un altro fattore che supporta tale pensiero è quello relativo al processo di internazionalizzazione posto in essere dalle imprese. Espressamente un report dell’Euromonitor International afferma che il 66% della popolazione nel Medio Oriente, il 52% di quella dell’America Latina e il 48% dell’Asia è al di sotto dei 30 anni. Il buon senso vorrebbe che nel momento in cui tali mercati si espanderanno i board delle imprese abbiano al loro interno figure giovani per fidelizzare i clienti.

Altro fattore è quello relativo alla diversità dei sessi. Le imprese che presentano un maggior numero di donne, non solo nei board ma anche come amministratori delegati, hanno la possibilità di ottenere un maggior livello di performace finanziarie. Come si legge da Catalyst.org la media del ROE è intorno al 53%, il ROS e il ROI rispettivamente il 42% e 66%. È evidente quindi che la diversità sia in termini di età che di sesso genera un maggior livello di dividendi e una maggior efficienza in termini di business. Ma la cosa più importante è il ruolo e l’impatto che può avere la Generazione Y sulla gestione delle imprese. Uno studio della Deloitte, Millenial Survey, ha focalizzato la sua attenzione sul rapporto che intercorre tra la stessa generazione e determinate variabili quali il ruolo delle istituzioni, l’organizzazione aziendale, le abilità di leadership e la valutazione del successo di un’impresa. I soggetti interrogati hanno espresso un totale disaccordo sulle linee politiche ora messe in atto per contrastare la disoccupazione, ineguaglianza e scarsità delle risorse. Per quanto riguarda l’organizzazione aziendale, si è espressa la necessità di imprese che supportino l’innovazione e che diano una maggiore attenzione alla creatività del singolo individuo. Le abilità di leadership, secondo gli intervistati, devono essere disallineate da quelle precedenti, ricercando una nuova linea guida. L’aspetto che più fa riflettere è quello relativo alla valutazione del successo aziendale, il quale, non deve più soffermarsi sulla necessità del profitto ma su un effettivo miglioramento del benessere sociale. Le possibilità di un cambiamento nel lungo termine vi sono, speranza nei giovani e del loro modo di pensare e nelle loro capacità sono degli aspetti fondamentali per una sostanziale inversione di rotta.