“Non serve bruciare i libri per distruggere la cultura, basta portare la gente a non leggerli più” (Ray Bradbury)

In fondo alla classifica europea per percentuale di laureati, i nostri neodottori, dopo tre anni, sono per la metà ancora alla ricerca di lavoro e spesso costretti ad emigrare (48% contro una media europea del 72%). Se il pezzo di carta, si sa, non è tutto e non rende giustizia alle capacità intellettive e alle abilità professionali dell’individuo, ad offrirci uno spaccato sono i “numeri della cultura” forniti dall’Ocse: ultimi per numero di lettori, frequentatori di cinema e teatri. Oltre la metà della popolazione (54%) non ha letto alcun libro nell’ultimo anno e, surreale ma non troppo, un italiano su 10 dichiara di non possedere alcun libro in casa. Per non mortificare troppo il nostro pudor patrio e i nostri illustri avi, nonché quanti come noi hanno fede cieca nel potere salvifico della rinascita culturale, evitiamo di sciorinare gli umilianti dati sulla capacità di lettura e di comprensione che ci rimandano all’analfabetismo.

Problema che pensavamo aver sradicato dalle fasce povere e svantaggiate del Paese e che invece ci ritroviamo, quasi fosse un boomerang, col cosiddetto “analfabetismo di ritorno” o “analfabetismo funzionale”, scegliete voi quale termine risulti più facile da ingoiare. Specchio del processo di livellamento sociale, l’infelice fenomeno ha perso la sua connotazione sociale e colpisce trasversalmente quello che rimane della un tempo definibile “classe media”. Rimane un certo vantaggio competitivo da parte dei figli di laureati e professionisti, quando a un titolo di studio duramente conquistato faceva seguito un impiego adeguatamente qualificato e retribuito, ma il livello di comprensione e interpretazione dei testi in Italia si rivela il più basso per tutte le possibili disaggregazioni socio-demografiche ed economiche.

Rassicurante, ma non troppo, può essere interpretata la vicinanza negli ultimi posti della classifica degli Stati Uniti, in cui il livello di comprensione è di poco superiore al nostro. Il quadro è ancora più fosco se si pensa che nel Belpaese il divario tra competenze e qualifiche del lavoratore e suo impiego lavorativo supera i livelli medi internazionali, con una percentuale molto alta sia di over-skilled che di lower-skilled rispetto alle mansioni. Qui si chiude il cerchio: i giovani percepiscono che la qualità del loro impiego e del loro riconoscimento non dipenderà dagli studi, e perderanno l’interesse non solo per la formazione scolastica, ma per quella personale, per l’accrescimento di quelle capacità intellettive che se non allenate infiacchiscono.

Per contro, il modello inculcato è quella dell’immediatezza del risultato, della rincorsa del successo sociale da coltivare attraverso le giuste entrature, ereditate o da accaparrarsi ad ogni costo. Lo studioso, per non pronunciare l’invisa parola “intellettuale”, è visto come un individuo noioso, inconcludente, anacronistico nel migliore dei casi. Decenni di propaganda, volta all’affermazione del consumismo di massa quale modello unico di sviluppo e di successo, hanno lavorato allo svilimento dello studio, dell’amore per il sapere, la curiosità di conoscere e di scoprire. La cultura è sempre stata una minaccia per il sistema, ma mai come nel consumismo di massa – in cui l’individuo è impegnato tout court nella ricezione continua di stimoli indotti e da soddisfare – si era riusciti ad evirarla, minandone le radici: l’anelito alla libertà.