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Qualche ingenuo liberale può anche ostinarsi a credere che la stabilità internazionale dipenda dalla capacità degli Stati di saper approfittare delle virtù offerte dalla globalizzazione. Ma non è così. Il capitalismo finanziario, la crisi delle attività tossiche dopo la bolla del 2008, la deregulation in molti settori, l’immigrazione incontrollata sia ad alta, ma soprattutto (per paesi come l’Italia) a bassa qualificazione rappresentano il lato oscuro dell’economia globale, la sua de-mitizzazione. Questo forse i modelli non lo prevedevano, ma la storia sì. E anche alcuni economisti, quelli che ora, in modo tutto sommato ipocrita hanno cambiato idea probabilmente perché negli Stati Uniti ha vinto Trump e allora la Germania – un paese che da anni sta adottando una strategia simile a quella che il Presidente americano vorrebbe implementare – da paese nemico del disarmo finanziario diventa improvvisamente “buona” e la Merkel un leader amico del benessere sociale. Insomma, una bella favola alimentata dal mainstream informativo.

“La globalizzazione ha spazzato via completamente la classe media. Non si può continuare così”. Trump durante la campagna elettorale.

Dal crollo del muro di Berlino ad oggi sono passati poco meno di trent’anni. Un tempo brevissimo, se analizzato su scala storica. Un tempo nel quale in Occidente è stata tolta ogni responsabilità in capo alla politica per globalizzarla e sottometterla in modo totalitario alle leggi dell’economia. Tanto poi ci avrebbe pensato il mercato, dicevano. Stabilizzare, privatizzare, liberalizzare, questo il mantra a inizio anni Novanta. Una guida morale per il cittadino globale. Un imperativo categorico per i suoi decisori. Solo che le fasi di una globalizzazione non sono tutte uguali, come ci spiega l’economista turco Dani Rodrik, nel suo La globalizzazione intelligente (Edizioni Laterza, 2015). E questa globalizzazione ha mostrato come e quanto i propri effetti distributivi sia fra Stati (l’Occidente versus il resto del mondo), sia all’interno degli stessi paesi (con la polarizzazione crescente tra ricchi e poveri) abbia avuto impatti di diverso tipo, tutto a vantaggio di chi in questo capitalismo finanziario prospera, non tanto perché dotato di un sistema interno democratico, ma proprio perché provvisto di uno Stato sovrano robusto. Questo è in grado di scegliere consapevolmente come potenziare, alle sue regole, i propri vantaggi comparati. Cina e Germania offrono due ottimi esempi di tale atteggiamento, ben prima di Brexit e dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Un atteggiamento che vede nuovamente protagonisti gli Stati, nella loro specifica autodeterminazione interna e nella loro proiezione commerciale all’esterno.

china containers

Il mercantilismo è una politica economica che prevalse in Europa tra il XVI e il XVII fondata sulla convinzione che la potenza di una nazione si misura in termini di surplus commerciale. Al giorno d’oggi, Cina e Germania sono tra i paesi a più spiccata vocazione mercantilista.

Le radici ideologiche di tale pensiero sono assai più antiche dei promotori del libero mercato alla Adam Smith (1723-1790) e provengono dalle posture messe in pratica dagli Stati-nazione nel diciassettesimo e diciottesimo secolo. In una parola, si tratta di mercantilismo. Un approccio nazionalista nel quale la grammatica del commercio internazionale risponde alle logiche del rafforzamento dello Stato e la concentrazione dei flussi di denaro è emanazione del primato della Nazione. Le fasi cooperative emergono da considerazioni di carattere strategico da parte degli Stati sovrani più forti. Questi hanno tutto l’interesse a ridurre il multilateralismo e a rapportarsi con altri paesi, meno consistenti politicamente, attraverso relazioni di tipo bilaterale, consapevoli che in quest’ultima modalità saranno sempre i pesci più piccoli a soccombere.

Rodrik ci dice anche che esiste un trilemma, ovvero l’impossibilità di avere contemporaneamente democrazia, stato sovrano e globalizzazione. L’integrazione economica ha dei limiti intrinseci quando la si rapporta alla democrazia nazionale o, in alternativa, alle classiche funzioni della sovranità dello stato (come per esempio la sovranità monetaria). La Cina ad esempio è un paese con una forte aspirazione egemonica e sta scegliendo consapevolmente di potenziare la globalizzazione traendone i relativi benefici come Stato sovrano, a discapito naturalmente della democrazia nazionale. Il sogno di molti federalisti europei di completare gli Stati Uniti d’Europa rappresenterebbe all’opposto, il tentativo di far combaciare l’attuale tipo di globalizzazione con l’europeizzazione delle regole della democrazia. Il progetto però sta implodendo. In parte perché i mercati hanno sottomesso i maggiori Stati sovrani europei i quali non dirigono, come accade in Cina, ma sono invece eterodiretti. A tutto vantaggio del paese egemone sul continente europeo: la Germania.

VISIONI Palazzo della Provincia Sala Depero IL FUTURO DELLA GLOBALIZZAZIONE Nella foto: Dani RODRIK Festival dell'Economia Trento 02 giugno 2011 Hugo Munoz

L’economista turco Dani Rodrik al festival dell’Economia di Trento nel 2011. Rodrik è noto per il suo trilemma, che postula l’impossibilità di avere simultaneamente globalizzazione, sovranità nazionale e democrazia.

Attualmente la crescente richiesta di chiusura e di protezionismo da parte di alcuni paesi pone in un piano inclinato i così detti valori del mondo occidentale. Questa potenziale fase di instabilità rischia di compromettere alla lunga le democrazie nazionali. La risposta mercantilista offre sul piatto una politica di potenza che non rinunci alla globalizzazione dei mercati, ma li diriga in modo strategico, come sta facendo la Cina. Questo vuol significare un sistema internazionale che includa oltre alla cooperazione anche una strategia legata a dazi e tariffe commerciali. Probabilmente è utopico pensare ad un’altra possibilità che nel complesso risulta meno dannosa per tutti: correggere politicamente gli squilibri connaturati all’attuale sistema globale e intervenire su di esso equilibrando i flussi commerciali e finanziari tra paesi. Servirebbe insomma una nuova Carta Atlantica, con istituzioni internazionali che non rigettino le politiche degli Stati, ma ne rappresentino le istanze nazionali. Con regole internazionali condivise paese per paese e conformi ai principi della loro indipendenza. Per fare questo occorre un inedito codice della globalizzazione riscritto su misura delle democrazie nazionali e non dei mercati finanziari. Altrimenti prevarrà un’anarchia predatoria e senza alcuna morale: la famosa legge della giungla.