General Ludd è il nome del mitico personaggio, in bilico fra storia e leggenda, che alla fine del XVIII secolo sfasciò con rabbia un telaio nella fabbrica in cui lavorava, conquistandosi il titolo di leader immaginario del movimento dei Luddisti. Due secoli più tardi sembra riemergere prepotentemente lo stesso conflitto – invero mai del tutto sedato – fra macchina e lavoratore. Il processo di meccanizzazione della produzione è proseguito in modo ininterrotto dalla rivoluzione industriale ad oggi. Lo sviluppo tecnologico ha progressivamente marginalizzato l’importanza del fattore produttivo lavoro, a vantaggio degli altri due, capitale ed energia. Lo ha fatto dapprima sostituendo la forza biomeccanica dell’uomo – liberando milioni di braccia dalle fatiche dei campi – e poi anche la sua precisione, la sua tecnica, sostituendosi ad esso in gran parte dei processi industriali. La nuova minaccia tecnologica dell’era contemporanea sembra spingersi ad un livello più alto rispetto a quelle del passato, con la creazione della finora solo vagheggiata “intelligenza artificiale”. Macchine in grado di pensare, apprendere, valutare e decidere. Tradotto in pratica, automobili in grado di guidarsi da sole, servitori robotici che smistano le nostre merci, preparano i nostri pasti, si relazionano al cliente o elaborano diagnosi mediche. Non più solo lavori meccanici e industriali quindi, ma anche una parte considerevole dei cosiddetti servizi, delle mansioni che oggi occupano la maggior parte degli occidentali. Non ci sarà più bisogno di nessuno che si sveglia in piena notte abbandonando la moglie a letto per percorrere l’autostrada in solitudine. Nessuno dovrà più telefonare dall’India alle casalinghe per provare a vendere contratti elettrici. Non ci sarà più nessun bisogno di strisciare confezioni di ogni forma e colore possibile sopra un sensore laser, per otto ore, per tutti i giorni della propria vita. Si dovrà smettere per sempre di pulire cessi putridi ricoperti dell’urina di centinaia di estranei.

“Evviva!”, esclamerebbe una qualsiasi entità, umana o robotica, dotata di un briciolo di ragionevolezza. Se il lavoro un tempo svolto da otto uomini può essere rimpiazzato da una macchina e un solo operatore che la controlla, allora gli otto uomini potranno benissimo lavorare un’ora al giorno invece di otto, ottenendo lo stesso risultato. Fuor di paradosso, i vantaggi in termini di produttività che la tecnologia comporta sarebbero più che sufficienti sia per remunerare il possessore della tecnologia, sia per liberare i cittadini da una parte del lavoro che svolgono, mantenendo inalterato il reddito. La questione è solo di ripartizione, fra proprietario e collettività, dei profitti prodotti dall’innovazione, in un contesto concorrenziale dove le regole siano le stesse per tutti. Non si tratta di smantellare il capitalismo e proporre alternative radicali e rivoluzionarie, bensì soltanto di regolarlo, in un’ottica puramente riformista e socialdemocratica. Per quanto possa sembrare utopistico al cospetto della persistente etica del lavoro, e per quanto violi i principi basilari del mercato autoregolato, era proprio questa la speranza che già gli illuministi riponevano nel progresso tecnologico. Ancora Keynes, negli anni Trenta, profetizzava una diminuzione progressiva degli orari lavorativi che avrebbe finalmente liberato l’uomo dalla maledizione biblica del lavoro. Basta uscire per un attimo dalla folle ideologia economica che raffigura come naturali e inesorabili le leggi tutte umane del libero mercato, per capire quanto sia logico e razionale – per una collettività che si definisce democratica – indirizzare i progressi materiali del capitalismo verso il benessere collettivo.

Eppure, la reazione che scaturisce oggi dalla consapevolezza di una nuova minaccia tecnologica pare del tutto simile a quella del Generale Ludd, che si vedeva sottratto da una macchina quell’unico diritto che il lavoro gli garantiva, ossia il salario.  Allora come oggi “le macchine ci rubano il lavoro”. Allora come oggi, in barba a secoli di rivendicazioni ed innegabili progressi, la nostra posizione nella società sembra coincidere ancora perfettamente con il ruolo che ricopriamo nel mercato. Ogni diritto deriva in ultima istanza non dalla condizione di appartenente alla comunità, di cittadino o di essere umano, ma solo ed esclusivamente dalla funzione produttiva che il mercato riconosce all’individuo. La società e le sue istituzioni, come ben ci ricorda il primo articolo della Costituzione italiana, sono organizzate per intervenire nelle nostre vite soltanto a margine del ruolo svolto in qualità di merce, per formare forza lavoro, ripararla quando difettosa, e al massimo assisterla quando inabile o invenduta. Cittadini si, ma solo in quanto involucro giuridico posto a protezione della nostra essenza primaria di produttori-consumatori. A conferma di tutto questo, la vita di molte persone che si identificano in modo totalizzante con il ruolo che svolgono pare perdere di qualsiasi altro senso possibile – che sia civico, affettivo o culturale – una volta sottratta dalla loro quotidianità la dimensione lavorativa. Quella stessa dimensione lavorativa che contemporaneamente avvilisce, degrada e riduce a bieca abitudine l’irriducibile multidimensionalità dell’esperienza umana. Se il valore della nostra vita è dato soltanto dalla funzione che svolgiamo nel mercato, se la nostra esistenza è legittimata solo dal nostro essere fattori produttivi e individui consumatori, allora si, c’è da temere, perché il progresso tecnologico arriverà prima o poi al punto di far funzionare il perverso meccanismo senza più alcun bisogno dell’uomo.