Sono all’incirca vent’anni che l’Italia non cresce più in termini di Prodotto Interno Lordo. La ricerca delle cause del ritardo italiano presenta spiegazioni difformi, molto spesso dettate da una visione ideologica e preconcetta. Indubbiamente, l’incapacità della nostra società ha origini antiche che possono tranquillamente scomodare pensatori come Machiavelli e Guicciardini. Nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, lo scrittore de Il Principe auspicava una definitiva indipendenza dei principati italiani, stretti nella morsa tra Francia e Spagna per il controllo e la sottomissione della penisola. Machiavelli sarà uno dei primi autori moderni a porre in discussione il ruolo della Chiesa di Roma in tutto ciò, anticipando una sterminata letteratura che arriva fino a Mazzini e alle “resistenze” del papato in epoca risorgimentale. La malattia italiana è determinata quindi dalla mancanza di uno stato assoluto nel periodo pre-risorgimentale, ma anche – e questo lo spiegherà molto bene la letteratura marxista che fa riferimento ad Antonio Gramsci- da uno scollamento tra le élite e le classi popolari. Questa chiave di lettura è altrettanto significativa perché ricorre puntualmente nella gran parte delle fasi storiche dell’Italia moderna, dove spesso le nostre serrature sono aperte con le chiavi degli altri.  Di più, sul piano prettamente culturale, Gramsci osserva come in realtà le élite non abbiano – a differenza di molti altri stati del periodo post-risorgimentale – una classe dirigente propriamente nazionale. Al contrario, il pensatore sardo parla di un’ideologia “mercantile, cosmopolita” delle classi dominanti. Questo, da un punto di vista culturale, è certamente molto importante per capire la deriva storica dei ritardi del paese (ce n’è, infatti, più di uno in oltre 150 anni di unificazione)

Non da ultimo, il Risorgimento si trascina fino ai nostri giorni un dualismo che è oggi al centro di alcune battaglie elettorali: la questione meridionale. Le differenze regionali si esemplificano nei divari di reddito per abitante tra Nord e Sud: il gap negli ultimi anni di crisi economica è arrivato al 57%. Un rapporto che sottende una dialettica instabile, spesso conflittuale tra il Nord Italia e il Mezzogiorno. Tuttavia la narrativa per cui il Sud rappresenta un freno per il Nord è fuorviante. Il ritardo economico è italiano e deriva innanzitutto da un’intrinseca mancanza di un forte mercato interno e quindi di una prevalenza di quelli esteri, non essendo oltretutto l’Italia dotata di materie prime. A quest’ultima circostanza, si somma un altro fattore di tipo fiscale: la mancanza di un secolare stato centralizzatore ha determinato un’inadeguata unificazione della raccolta fiscale; infine, un altro aspetto economico da tenere in considerazione all’indomani dell’Unità d’Italia è stato il ruolo di certi gruppi d’interesse, in primis gli agricoltori e i politici locali, i quali hanno bloccato lo sviluppo del Meridione. Qualche piccolo passo avanti è stato compiuto durante il secondo dopoguerra. Si pensi alle politiche che hanno favorito i trasferimenti dalle regioni meridionali a quelle settentrionali. Certo, finanziate con spesa pubblica. Politiche che, tra l’altro, non hanno risolto alcun problema. Piuttosto, l’hanno posticipato a data ancora da definirsi. Eppure, i tassi di crescita che si sono registrati tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 sono un fatto storico di cui prendere atto. Oltretutto, questo ingente trasferimento di capitale umano è stato funzionale allosviluppo dello stesso Settentrione. I benefici del Nord si stimano in 15 miliardi di risorse annuali che hanno favorito le regioni importatrici di capitale umano. Il Sud è anche un mercato di sbocco per il Nord: l’aumento negli anni della capacità competitiva dell’industria settentrionale ha accresciuto le esportazioni nelle zone limitrofe della penisola. Tutto ciò ha favorito un allargamento del mercato interno e della domanda.

Negli ultimi vent’anni di Seconda Repubblica, è il Paese nel suo insieme ad aver avuto grossi ritardi rispetto al resto dell’Europa: le regioni più ricche d’Italia hanno perso competitività, non reggendo ai fenomeni economici e sociali del nostro tempo, in primis la globalizzazione. Gli errori politici sono macroscopici e per la verità proseguono ancora oggi: negli ultimi vent’anni i cittadini hanno assistito passivamente alla de-industrializzazione di questo paese, a giochetti di palazzo che hanno prodotto instabilità nelle nostre istituzioni. Il Meridione e l’Italia intera sono stati lasciati a sé stessi, cristallizzati in un’arretratezza che è da rintracciarsi nei secoli di un non-stato quale è quello della penisola Il Governo Renzi sembra si sia completamente dimenticato di questi problemi, o perché le priorità sono altre o perché, detta brutalmente, i soldi non ci sono e, allora, alimentare tesoretti e facili illusioni potrebbe diventare pericoloso. All’orizzonte non si vede nessuna Banca per il Sud (che non è l’attuale Mediocredito Centrale Spa), nessuna correzione sulla raccolta del credito locale, nessuna politica industriale, nessuna radicalizzazione sui territori che sono invece fondamentali, per poter ragionare su una più vasta gamma di interventi.