Quando la contingenza economica è quella di una recessione globale gli interventi di stimolo monetario assumono una risolutezza quasi salvifica.  Il loro effetto principale, l’abbassamento dei tassi, è infatti essenziale per permettere all’economia reale di ripartire. Quando il 9 marzo scorso il QE prese avvio, esso fu accolto come il primo passo fondamentale per dirimere i nodi della crisi economica europea. Ad oggi,  a fronte di quei 60 mld mensili di liquidità immessi nel sistema sottoforma di acquisti di covered bond, Abs e titoli di Stato, non riusciamo a stabilire quale sia stato effettivamente l’impatto positivo. Si intersecano infatti numerosi fattori che sembrano aver influenzato l’economia degli Stati membri più della politica monetaria francofortese: la crisi dei mercati asiatici, il prezzo del petrolio in caduta libera e la perdita di terreno dell’euro sul dollaro (quest’ultima non del tutto efficace nel rilanciare le esportazioni, data la necessità sempre più urgente di un riallineamento di valute fra gli Stati membri).

Per statuto la Bce dovrebbe monitorare la stabilità dei prezzi: a febbraio l’inflazione è stata ancora negativa attestandosi allo – 0,2% . L’avvio del QE fu voluto proprio per contrastare l’andamento deflattivo ma le stime sull’inflazione sono state abbassate per ben due volte. Ad oggi, per il 2016, non ci si aspetta un tassi di inflazione superiore all’1%. Gli acquisti di titoli pubblici (rigorosamente sul mercato secondario) hanno visto i titoli tedeschi al primo posto; Italia e Spagna rispettivamente al terzo e quarto posto. La Grecia, quella che più avrebbe giovato di un easing sui titoli pubblici, non appare neanche fra i primi 10.

Il tasso medio sui prestiti è (prevedibilmente) sceso: secondo la Bce di 80 punti base nella sola eurozona. Evidentemente, però, ciò non è bastato a stimolare l’emissione del credito da parte di quegli istituti privati che dal Q.E hanno tratto beneficio. Ancora una volta la trasmissione fra credito ed economia reale risulta poco oleata.  Ed è proprio su questa discrasia che nascono le modifiche al Q.E annunciate in questi giorni.

Prima di tutto la politica monetaria espansiva verrà reiterata, non essendo ancora stata stabilita una data in cui essa verrà a mancare. Anche i più accesi sostenitori dell’espansione monetaria sono consci che essa ha il suo tallone di Achille nelle dinamiche di aggiustamento che la portano ad essere inefficace anche nel medio periodo. Fra le nuove misure annunciate vi sarà un ulteriore abbassamento dei tassi sui depositi delle banche presso la Bce. Per ora sono già negativi (-0,30%,  senza che ciò abbia inciso notevolmente sulla propensione al credito) ma potrebbero essere abbassati di altri 10 punti base. Mai così bassi. Sarebbero proprio i tassi d’interesse negativi l’aspetto più controverso della manovra di potenziamento del Q.E . Naturalmente le banche con più alta liquidità, quelle tedesche, non sono affatto d’accordo. Anzi: si chiedono ormai da tempo quando verranno rialzati i tassi (misura anticiclica solo per l’economia tedesca). Non è d’accordo nemmeno la Banca regolamenti internazionali.

Ancora una volta il QE continua ad agire solo sulle banche, senza supporto di un piano di investimenti. Da sola la politica monetaria (soprattutto quando è arrivata eccessivamente in ritardo rispetto alla crisi) non è una soluzione di medio periodo. Stimolare il credito solo dal lato dell’offerta non ha portato, e non porterà, ad avere risvolti consistenti sulla domanda.