“Are you such a dreamer to put the world to rights? I stay home forever, where two and two always makes a five” (Sei un tale sognatore da voler riordinare il mondo? Io resterò per sempre a casa dove due più due fa sempre cinque). Così si apre l’album “Hail to the Theif” dei Radiohead. La verità sarà sempre quella imposta dall’alto, come la migliore scuola orwelliana insegna. Potrebbe essere di natura fatale l’uscita del nuovo album della band di Thom Yorke in concomitanza con l’annuncio della Procura di Trani: Deutsche Bank è indagata. Il colosso bancario tedesco è accusato di aver manipolato il prezzo dei titoli di Stato italiani durante quel caldissimo 2011 che portò alle dimissioni dell’ormai ex-premier Silvio Berlusconi. “Manipolazione del mercato” è il reato in questione, 7 sono i miliardi di titoli di Stato italiani di cui la banca tedesca si sarebbe sbarazzata in blocco nel primo semestre 2011: si è di fronte ad una faccenda decisamente rilevante. Sono ormai diversi anni che voci fuori dal coro (ma anche dentro), tra tutti l’eterno discusso e Paolo Barnard e l’autorevole Lorenzo Bini Smaghi, sostengono l’idea che Berlusconi sia stato letteralmente estromesso dalla carica di primo ministro attraverso il ricatto dello spread. Tale termine è ormai scomparso dalle cronache e la tesi del “golpe” finanziario sempre relegato alla sfera dei complottisti: “Io resterò per sempre a casa dove due più due fa sempre cinque”.

Si, l’infame spread: la differenza tra il tasso di rendimento dei titoli di Stato italiani e tedeschi era esplosa, toccando la spaventosa cifra di 528 punti base (5,28%). Agli occhi della popolazione potrebbero sembrare complicate operazioni di alta finanza. In realtà le cose sono molto più semplici. Durante l’ormai leggendaria estate 2011 i mercati vendevano i nostri titoli di Stato come il pane: abbondava l’offerta di BTP italiani. La voglia degli investitori di sbarazzarsi in fretta dei nostri bond ha spinto i prezzi al ribasso, facendo schizzare di conseguenza i tassi di interesse alle stelle. Mai come in quei giorni la mancanza di una Banca Centrale sovrana si è fatta sentire. È cosa risaputa che, senza un ente prestatore di ultima istanza, uno Stato viene esposto al rischio di divenire insolvente: i capitali necessari al funzionamento della “macchina Italia” arrivano tutti dal mercato, in pieno spirito liberista, relegando alla sfera dei privati il destino di un intero popolo. Per questo la “manipolazione del mercato” di Deutsche Bank diviene così determinante ai fini del nostro recente passato, nonché del nostro presente: è giusto scavare a fondo alla faccenda dei 7 miliardi venduti di colpo, proprio nello stesso momento in cui il colosso tedesco classificava come “sostenibile”, attraverso i suoi papers, il nostro debito. “Oh, hail to the thief, hail to the thief!” esclama Yorke. Complici del furto della sovranità politica italiana, con la destituzione dell’eletto Presidente Berlusconi e la nomina del potestà forestiero Mario Monti. Se sarà confermata tale accusa, il complicato puzzle (ma neanche troppo) dell’eterna estate in cui gli italiani scoprirono l’Economia Politica sarà più vicino al completamento. Non è poi necessario un Nobel per l’economia per notare come gli indicatori economici fossero migliori allora rispetto ad oggi: eppure nel 2016 non si è parlato di crisi degli spread. Si potrebbe supporre che tale nervosismo sui mercati fosse determinato dal non gradimento del governo, dalla mancanza di riforme tanto volute dalla letterina della BCE, dalla fretta tutta nordica di voler mettere al sicuro i propri crediti verso i “PIIGS”. Forse sono solo discorsi da complottisti, da Barnard o da “rinnegati” come Bini Smaghi. Forse davvero “due più due fa sempre cinque”. I Radiohead urlano “Don’t question my authority or put me in the dock!”. Forse davvero non ci si dovrebbe permettere. Forse, davvero, “It is too late now”, è troppo tardi ora.