“Stagnazione secolare” è ormai un’espressione che fa capolino non solo nei notiziari economici, ma anche nella stampa popolare e nei discorsi di molti politici e giornalisti. L’espressione è stata coniata nel 1937 – anno fatidico, in cui gli Stati Uniti precipitarono nuovamente in recessione dopo l’effimera ripresa dei primi anni di amministrazione Roosevelt – dal celebre economista Alvin Hansen, il quale teorizzò che un’economia capitalista può bloccarsi indefinitamente a causa di una persistente scarsità di domanda aggregata.

Alvin H. Hansen, 1887-1975, economista keynesiano e teorico della "stagnazione secolare".

Alvin H. Hansen, 1887-1975, economista keynesiano e teorico della “stagnazione secolare”.

 

Con la fine della Seconda guerra mondiale e il dipanarsi dei “decenni d’oro” di crescita economica unita ad aumento del benessere sociale, la stagnazione secolare divenne un curioso oggetto d’antiquariato, degno forse solo dell’attenzione di qualche eccentrico economista dedito a teorie radicali. La crisi mondiale del 2008-09 ha ripescato tanti strumenti considerati desueti, tra i quali anche quell’esotica e antica definizione di Hansen. Il primo a rompere il ghiaccio pubblicamente fu Larry Summers (non certo l’ultimo degli arrivati, essendo nipote di ben due premi Nobel dell’economia, oltre che docente ad Harvard). Nell’ottobre 2013, durante una conferenza del FMI a Washington, delineò con chiarezza le origini della malattia economica occidentale: crescita insufficiente dei salari, iniqua redistribuzione delle risorse e della ricchezza, alta propensione al risparmio precauzionale, assenza di inflazione, frammentazione del lavoro e aumento della disoccupazione, tendenza delle Banche centrali a tenere tassi fermi a zero per lunghi periodi di tempo. Gli anni successivi hanno dato ragione al vecchio Larry: per quanto le rassicurazioni sulla “ripresa globale” siano state frequenti e quasi asfissianti, nessuno – al termine di questo 2016 burrascoso – può dire con franchezza che le economie occidentali abbiano imboccato decisamente la via della risalita.

Lawrence Henry "Larry" Summers è stato tante cose come Segretario al Tesoro degli Stati Uniti per l'ultimo anno e mezzo della presidenza Clinton e rettore dell'Università di Harvard dal 2001 al 2006.

Lawrence Henry “Larry” Summers è stato tante cose come Segretario al Tesoro degli Stati Uniti per l’ultimo anno e mezzo della presidenza Clinton e rettore dell’Università di Harvard dal 2001 al 2006.

Ciò accade non solo a causa delle numerose “mine” piazzate sotto il fragile manto della ripresa: il caso Deutsche Bank, la questione irrisolta delle banche italiane, la tensione USA-UE circa il TTIP, la Brexit. Tutti questi nodi sono certamente fondamentali per capire il contesto, ma per arrivare alla radice del problema basta dare un’occhiata alla recentissima dichiarazione del ministro dello Sviluppo del governo italiano, Carlo Calenda. “Il prossimo anno il commercio internazionale subirà un crollo”, ha detto il ministro davanti a una platea piena di analisti e imprenditori, a margine del convegno “Obbligati a crescere”, tenutosi a Roma il 4 ottobre scorso. Calenda fa riferimento a un dato eclatante svelato dal WTO (l’Organizzazione mondiale per il commercio): quest’anno il tasso di crescita degli scambi internazionali sarà pari all’1,7%, ben al di sotto della stima della crescita globale del Pil 2016 (2,2%). L’espansione degli scambi internazionali è stato, da sempre, un cavallo di battaglia dei “globalisti”: il suo offuscarsi segna indubbiamente un cambio d’epoca.

Un segno inequivocabile di discontinuità è stato il fallimento di una delle più grandi compagnie al mondo di trasporto navale di container: la sudcoreana Hanjin Shipping. La compagnia ha lasciato in mare qualcosa come 65 navi portacontainer, innescando il panico non solo a Seul ma anche nei principali porti marittimi europei e americani, indecisi sul da farsi (far scaricare le merci comunque o procrastinare per evitare sequestri preventivi?). Sui media ufficiali non se ne parla molto, ma la crisi profonda del settore dei trasporti marittimi è ormai acclarata: l’indice Baltic Dry – che registra i prezzi per l’uso di navi che trasportano merci “secche” (ossia le materie non energetiche) – è in continuo calo da un quinquennio e ammonta ad un appena un dodicesimo del valore che aveva raggiunto ad inizio 2008.

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L’andamento del Baltic Dry Index nel periodo 2008-2016 (fonte: Financial Times)

La globalizzazione, per com’è stata immaginata dai suoi epigoni a fine anni Novanta, si sta semplicemente prosciugando: le economie stagnano, i salari sono sempre più risicati, molte nazioni soffrono di sotto-occupazione e disoccupazione cronica. Ma non solo: le nazioni scambiano sempre meno merci tra di loro, nonostante il crollo dei costi di trasporto inter-continentali. Il caso delle navi portacontainer è forse uno dei più facili da comprendere: i cantieri cinesi e coreani fino al 2011-12 hanno sfornato maxi-navi, con capacità di carico immense, immaginando un futuro radioso di consumi crescenti sia in Asia che nell’Occidente; tuttavia, la crisi di domanda, che ora morde perfino in Cina (almeno in confronto ai tempi d’oro della crescita a doppia cifra), ha provocato un avvitamento del settore. Basti pensare che la Hanjin era riuscita ad accumulare 5,5 miliardi di dollari di perdita solo nel corso del 2015.

Tutto ciò conduce a una conclusione piuttosto radicale: senza una vera svolta nelle priorità macro-economiche mondiali, che si sostanzi – ad esempio – in una nuova centralità data alla produzione interna a scapito dell’import, accompagnata da una revisione dei principali trattati internazionali (proposizione di cui si sente eco nei discorsi del candidato repubblicano americano Donald Trump e di cui possiamo vedere alcuni prodromi nella decisione americana di innalzare super-dazi verso l’acciaio di importazione cinese), il nostro destino sarà quello di inseguire una fantomatica crescita destinata a non avverarsi, dato che oggigiorno fare affidamento sul commercio internazionale con il fine di ottenere una ripresa duratura è come costruire le fondamenta della propria casa su un terreno d’argilla.