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Nell’era delle post-ideologie l’entrata in scena di figure caratterizzanti quali Theresa May e Donald Trump (a breve sapremo se ci sarà François Fillon a completare il trio, ma l’ascesa di Emmanuel Macron, il candidato progressista e liberale, sembra inarrestabile) segna una netta rottura con la tradizione politica che ha preso piede in Occidente dalla caduta del muro di Berlino. Personaggi differenti, indubbiamente, nondimeno accomunati dalla proposta di un nuovo modello di Destra conservatrice-liberista, di stampo quasi ottocentesco, favorevole ad un globalismo economico ma non (ancora) culturale.

may e trump chruchill

Prove di alleanze strategiche tra le due sponde dell’Atlantico. Theresa May e Donald Trump davanti al busto di Winston Churchill nello Studio Ovale alla Casa Bianca, Washington D.C.

Dall’altra parte dell’Oceano il nuovo presidente in carica intende far ritornare gli Stati Uniti un paese esportatore, con alti salari, consistente inflazione e soprattutto una bilancia commerciale positiva. A livello teorico, assunto supportato dall’evidenza dei fatti storici, il keynesismo, di qualunque tipo, tende a rivelarsi poco sostenibile sul lungo periodo. Nella fase discendente del ciclo macroeconomico i consumi, specie per i beni di valore durevoli nel tempo (macchine, case, etc…), tendono a scemare, ma l’inflazione rimane alta per via dei salari costanti e del benessere collettivo cumulatosi negli anni precedenti di forte espansione economica. Inoltre, una minima variazione nei costi delle materie prime importate può causare aumenti non indifferenti nei costi di produzione. Infine, altre economie meno sviluppate, quindi con salari e costi più bassi, ma comunque in crescita e che hanno accesso agli stessi mercati possono esercitare una concorrenza notevole attraverso una svalutazione simmetrica sui tassi di cambio.

Così, con la rivoluzione neoliberista-monetarista-finanziaria dei mid-seventies, si aprì alla delocalizzazione industriale, all’abbassamento della pressione fiscale  e agli investimenti nel settore dei servizi (soprattutto finanziari, ma non solo), capaci di riassorbire la disoccupazione. Si decise scientemente di trasformare l’America da paese produttore ed esportatore a paese importatore. E l’allora Presidente della Fed Paul Volcker (lo stesso che ha poi contribuito con gli altri sgherri di Mr. Obama alla stesura di quella grande farsa del Dodd-Frank Act) iniziò a pagare il disavanzo stampando moneta, attitudine portata alle estreme conseguenze dal suo successore Greenspan. Con questo escamotage gli Stati Uniti hanno potuto avere sempre una bilancia commerciale negativa senza mai doverne pagare le conseguenze, mantenendo spese militari esorbitanti e senza causare problemi al bilancio pubblico. Deprezzamento? Inflazione? Assolutamente no. Anzi, sul breve periodo (metà anni ’80) ci fu un discreto apprezzamento del dollaro (*).

Alan Greenspan served as the Chairman to the Federal Reserve from 1987 to 2006.

Alan Greenspan, leggendario governatore della Federal Reserve tra il 1987 e il 2006, da molti ritenuti come gravemente corresponsabile della crisi finanziaria del 2007-2008 per la sua politica monetaria ultra accomodante.

Oggi Trump vuole invertire questa tendenza, riportando in casa le produzioni e smantellando le cosiddette global value chains che piacciono tanto ai modernisti dei nostri giorni. Pare che in questa chiave siano da leggere le parole di Malloch e Navarro, molto critiche verso non solo la moneta unica, bensì anche verso il dilagante sovranazionalismo del Vecchio Continente. Mentre a Bruxelles e a Francoforte si nega a tutti i costi l’evidenza, whatever it takes, la nuova amministrazione americana punta il dito contro un re non solo nudo, ma anche quasi in ipotermia. Con l’Euro la Germania ha svalutato il Marco contemporaneamente rispetto a tutte le valute dei paesi che hanno aderito alla malaugurata unione monetaria e ha inoltre guadagnato cambi più vantaggiosi con la Sterlina ed il Dollaro. Tutto questo agli occhi di Trump costituisce una forma di concorrenza fraudolenta ai danni delle imprese americane.

Anche la deregolamentazione rispetto alle politiche ambientali, che si presta a facili quanto condivisibili critiche, è pensata dal nuovo inquilino della Casa Bianca come salvaguardia dell’occupazione. Il fatto è che, purtroppo, al di là delle belle parole di circostanza e delle buone intenzioni dem, ben poco è stato fatto in termini di investimenti sostenibili nell’ultimo decennio ed è rischioso intraprendere un progetto di riconversione del settore a lungo termine in un momento delicato come questo. Ma se fossero queste le nostre più grandi preoccupazioni, allora potremmo davvero tirare un sospiro di sollievo.

Dal primo bailout di Obama da oltre 700 miliardi di dollari – dei quali una larga fetta presi dal bilancio pubblico, in un’ottica di socializzazione delle perdite diffusa un po’ dappertutto oggi, come abbiamo potuto constatare in Europa col MES e in Italia col Fondo Atlante – e il conseguente quantitative easing che ha ormai superato quota 12 mila miliardi per il salvataggio di banche d’investimento oggettivamente insalvabili, il sistema creditizio americano ha raggiunto livelli di riserve di liquidità senza precedenti. E con la BCE che continua a stampare banconote sperando di risollevare invano un’inflazione letteralmente assassinata da almeno un lustro di austerità espansiva, se anche solo una goccia di quell’oceano di carta in pancia alle banche dovesse cadere nell’economia reale, nelle nostre tasche, assisteremmo ad una fiammata inflazionistica senza precedenti. Gli Stati del mondo si sono indebitati verso prestatori privati (che hanno creato quel denaro dal nulla) per quasi il doppio del valore del PIL globale e non c’è modo possibile di rimborsare quel debito. Come se non bastasse, le banche centrali continuano ad emettere un flusso ininterrotto di denaro per permettere agli speculatori di continuare con i propri perversi giochi, mentre l’ammontare complessivo di titoli tossici nell’economia mondiale aumenta sempre di più.

Volgendo invece lo sguardo dove tutto ebbe inizio, la City di Londra, dove venticinque anni fa iniziò la cartolarizzazione su vasta scala, troviamo un Regno Unito intenzionato a negoziare con l’UE termini commerciali favorevoli per continuare ad esportare i propri prodotti finanziari. Se da una parte May ha detto espressamente di “volere un Regno Unito globale”, dal canto nostro abbiamo già sottolineato come il Leave sia stato un successo liberista – guidato dall’hayekiano Farage e dal pro-TTIP Johnson – e non una rivolta degli sconfitti della globalizzazione, in quanto i relativi problemi dell’economia britannica sono causati in minima parte dall’Unione Europea. Anche perché in realtà, la globalizzazione, intesa come estensione su scala mondiale dei fenomeni locali, non è necessariamente una tendenza perniciosa, in quanto in parte naturale conseguenza del progresso tecnologico. Il problema consiste nell’abbattimento delle sovranità statali e nell’appiattimento morale ed identitario propri della non-cultura democratica, derivanti da una concezione della Cosa Pubblica non più come emanazione della sovranità collettiva, bensì come espressione della volontà sovrana del popolo (**).

Margaret Thatcher ribadisce la sua opposizione all’integrazione europea a discapito della sovranità nazionale (30 Ottobre 1990). La vittoria del Leave al referendum sulla Brexit può essere letta in continuità con la tradizione sovranista-liberale del partito conservatore britannico più che come una rivolta degli sconfitti della globalizzazione.

Questo vento di cambiamento che può sicuramente annoverare tra le proprie cause il lento processo di involuzione delle sinistre globali degli ultimi trent’anni e che ha portato all’abbandono dell’Unione Europea da parte del Regno Unito e alla presidenza Trump, rischia di soffiare alimentando la fiamma dell’impoverimento mondiale. La grande belva finanziaria neoliberista, paragonabile per disumanità al mostrum horrendum ingens del IV libro dell’Eneide, un informe agglomerato di piume, occhi, bocche, lingue ed orecchie, allegoria della fama e dello scandalo, sta già consumando uomini e terre e finirà presto per divorare sé stessa pur di placare la propria demoniaca fame. Non è accettabile che un mercato finanziario, nato per permettere ai risparmiatori di investire fornendo capitali a chi ne ha bisogno, diventi del tutto svincolato dall’economia reale. Non è accettabile che il valore di mercato delle azioni e delle obbligazioni di un’impresa non sia strettamente legato, con un rapporto 1:1, agli utili prodotti dalla suddetta impresa. Non si può permettere ad un’unica banca di operare contemporaneamente nei settori più disparati, che istituti di credito privati possano creare denaro dal nulla, che esistano contratti derivati da altri contratti che a loro volta non hanno nessun legame con beni e servizi reali. Il fiat money system, che ha consentito decenni di espansioni economiche, la creazione di milioni di posti di lavoro e vite dignitose ad almeno due generazioni, oggi ha un futuro incerto. Come tutti i sistemi fondati unicamente sulla fiducia collettiva, si è sempre esposto al rischio della truffa da parte di chi detiene il potere di governare i flussi monetari. Alla luce degli ultimi mutamenti che abbiamo analizzato in questo articolo, nonché dell’incognita dell’imminente rialzo dei tassi della Federal Reserve, gli scenari globali che si prospettano sono sempre più incerti. Com’è incerto il futuro di una società sedotta dal mito sfavillante del denaro e che ha da tempo dimenticato la dignità del lavoro e dello sviluppo delle virtù dell’uomo.

 

(*) Nonostante l’elaborazione di complicatissime equazioni econometriche negli ultimi anni ancora non si è riusciti a tracciare un modello unitario e lineare che descriva la funzione del valore assoluto di una valuta. E, con ogni probabilità, non ci si riuscirà mai, poiché vi sono infinite variabili ed infinite casistiche da prendere in considerazione. In questo articolo non si approfondirà ulteriormente l’argomento, ma ci si limita a ribadire non vi è alcuna corrispondenza univoca tra base monetaria, deprezzamento ed inflazione.

(**) Il termine popolo è comunemente riferito all’insieme di individui che costituisce la parte più bassa e meno istruita della società (si pensi alla dicitura Senatus Populusque Romanus e all’evidente contrapposizione settaria che implica). La volontà sovrana del popolo, e la sovranità popolare da essa scaturita, possono essere facilmente influenzate o aggirate, come quasi sempre è accaduto nella storia. Il popolo può sovranamente decidere di privarsi della propria sovranità, come infatti è più volte successo.