Le banche, da che esistono, hanno sempre trovato il modo di lucrare, ovviamente col denaro altrui. Come più volte ricordato, fin tanto che gli istituti bancari si occupano di finanziamenti e prestiti (una funzione necessaria e “imprenditoriale”) i rischi sono tendenzialmente pochi, così però come i guadagni, che arrivano solo nel lungo termine. Chiaro quindi che con speculazioni azzardate, leve finanziarie ed ogni sorta di trucco, i guadagni si facciano invece rapidi e consistenti. Peccato che in caso di perdite a rimetterci è sempre il piccolo risparmiatore (con prelievi forzosi o con la trovata del bail-in), ed in generale tutti i cittadini tramite prestiti internazionali, ad esempio targati BCE (tu chiamalo, se vuoi, debito pubblico).

Quando una banca è in dissesto le soluzioni tendenzialmente sono due: o vengono liquidate le sue riserve ed i suoi titoli “buoni”, od ottiene un prestito pubblico come quello di cui sopra; oppure entrambe le cose. Sottoporre invece una banca a “risoluzione” significa “avviare un processo di ristrutturazione”, che tradotto in maniera brutale significa svalutare completamente le obbligazioni della banca, così da poter svalutare le sofferenze bancarie. Solo che a rimetterci sono stati –come nel caso di Banca Etruria, Carife, Banca Marche e CariChieti- i piccoli e medi investitori che hanno visto azzerare del tutto il loro credito. C’è chi fa notare come questa operazione serva ad evitare un’ingiustizia, ossia che i salvataggi bancari ricadano sull’intera popolazione; peccato che l’alternativa sia parimenti ingiusta, giacché migliaia di obbligazionisti non erano stati assolutamente informati dei rischi cui andavano incontro, e si tratta spesso di risparmi del duro lavoro di una vita, ora dissolti nel vento. Da aggiungere poi, che pur in caso di piena conoscenza, sarebbe comunque e a maggior ragione un’ingiustizia che la speculazione di pochi privati sia pagata col sangue dei lavoratori.

Ciò detto, adesso ad essere a rischio è un’altra banca, la Carige (cassa di risparmio di Genova e Imperia), che ha subito un clamoroso crollo sul mercato. Inutile sottolineare il terrore degli obbligazionisti che temono uno “scherzetto” (chiamiamolo così) simile se non uguale a quello delle quattro banche appena viste. Ed ecco allora, ancora e sempre, la grande salvatrice: la Germania.

Messi nelle stesse condizioni degli istituti bancari italiani sono anche quelli francesi, spagnoli e greci. Molti stanno cercando di liquidare il più rapidamente possibile le proprie obbligazioni, per portare i soldi all’estero. Si sta insomma assistendo a una fuga di capitali di massa, verso le banche del Lussemburgo, di Olanda, Finlandia e soprattutto Germania. Ecco allora il solito cane europeo che si mangia la coda. Le nostre banche vedono fuggire i propri obbligazionisti, che rappresentano gran parte del loro sostegno creditizio, un credito necessario alla stessa banca per offrire i suoi servizi. Questi capitali finiscono però nelle banche “sicure” (ma poi quanto?), come quelle tedesche, che già grasse e pingui ottengono ulteriori risorse, da sperperare in infiniti prestiti e giochi speculativi, e indovinate a danno di chi?