Grave fallacia della maggior parte dei corsi di scienze economiche è la mancanza di riflessione sui fondamentali dell’economia. Scarsissima, ad esempio, è l’attenzione che si riserva alla moneta. Forse, la tendenza a costruire complicatissimi modelli monetari e finanziari, spacciandoli come alta sapienza, maschera l’incapacità di rispondere a questa banale eppure cruciale domanda: che cosa è la moneta? Incapacità deplorevole se si considera che, nell’era della finanza smaterializzata e inafferrabile, “[il denaro] pretende di essere l’unico oggetto pragmatico di una considerazione economica” (M. Amato, L’enigma della moneta, Et al. Edizioni). I testi di introduzione all’economia monetaria offrono, grosso modo, la medesima risposta: la moneta è un’istituzione atta a facilitare gli scambi commerciali che si comporta simultaneamente come unità di misura, mezzo di scambio e riserva di valore. Interessante notare che all’assunzione di questa triplice funzione, relativamente recente (XVII-XVIII secolo), corrisponda la nascita della finanza e della moneta moderne, ovvero i presupposti degli attuali mercati finanziari. Ed è proprio questa triplice funzione a segnare la contraddittorietà della moneta contemporanea: una merce tra le merci, incapace di fungere da misura e quindi crescente a dismisura, scambiata più sui mercati finanziari che in quelli reali.

La storia monetaria, questa illustre sconosciuta, mostra come, almeno fino al 1600, sussistesse una differenza sostanziale tra unità di misura (o conto) e mezzo di pagamento. In altre parole, alla moneta reale, utilizzata per pagare le merci, si affiancava una moneta immaginaria, che fungeva da unità di conto e da denominatrice dei prezzi, sia delle merci che delle monete circolanti. Ad esempio, Carlo Magno, nella riorganizzazione della compagine europea, fissò, come unità di conto, la lira: quest’ultima non corrispondeva a nessuna delle monete coniate ma permetteva di esprimere i prezzi sia delle merci che delle monete circolanti. In altre parole, il rapporto tra le varie valute locali non era affatto bilaterale, come lo è oggi, ma passava sempre attraverso l’unità di conto vigente. Non a caso, le monete non portavano impresso il proprio valore (il cosiddetto valore liberatorio), come accade con gli euro o i dollari, ma piuttosto il loro nome, ad esempio ducato o fiorino. Per scambiare in fiorini una partita di merci denominata in ducati era pertanto necessario stabilire prima quanto valesse un fiorino in termini di ducati e tale rapporto si esprimeva, appunto, per mezzo dell’unità di conto. Il rapporto tra le varie valute locali veniva fissato, secondo regole e criteri riconosciuti a livello internazionale, al fine di chiudere i conti commerciali internazionali, operazione che avveniva con cadenza periodica, spesso stagionale, durante le fiere. Ai mercanti era infatti concesso di comprare e pagare merci tramite l’emissione di lettere di cambio, denominate nelle diverse valute, che però non potevano continuare a circolare in eterno. Ad esempio, in occasione della Fiera di Lione, la più importante in epoca rinascimentale, banchieri e mercanti si riunivano, analizzavano la contabilità multilaterale e poi convergevano, secondo regole prefissate che tenevano conto dell’indebitamento generale, su un tasso di cambio che stabiliva il valore liberatorio delle varie valute circolanti. Si evince, così, perché la moneta come riserva di valore non avesse di per sé alcun senso e come la moneta stessa fosse davvero a servizio dell’economia reale. Oltretutto, il sistema era concepito per onorare il divieto canonico di prestare ad interesse, ovvero il divieto di prestare ad usura: quale guadagno spettasse a banchieri e mercanti non era fissato a priori (come avviene oggi con l’imposizione di tasso di interesse all’accensione del debito) ma dipendeva dall’andamento degli affari. Se si chiudeva in surplus, tutti guadagnavano. Se si chiudeva in deficit, allora non guadagnava nessuno.

Furono la spersonalizzazione del commercio internazionale, da un lato, e la nascita dello Stato moderno, dall’altro, a rompere questi equilibri monetari. Un commercio sempre più slegato dalle comunità territoriali e sempre meno animato da relazioni di fiducia necessitava una moneta che avesse di per sé un valore. Se i mercanti potevano scambiare senza necessità di rivedersi in futuro, come potevano garantirsi dal rischio di “prendere un bidone” se non con una moneta con un controvalore fisso? D’altro canto, il sistema delle fiere collassò con l’avvento della finanza moderna, ovvero con la nascita dello Stato moderno, della Banca Centrale e del debito pubblico che sdoganò, de facto, il divieto di prestare ad usura (cos’è, infatti, il debito pubblico se non la promessa di un interesse infinitamente perpetuantesi?). È quando accadde, in primis, con l’istituzione della Banca di Inghilterra (1694). Sorta per sostenere le spese militari di Guglielmo d’Orange, la Bank of England fu finanziata da un gruppo di mercanti di Londra che, in cambio dell’oro depositato, ricevettero in cambio delle “note di banco”, ovvero delle banconote, a cui corrispondeva una certa quantità di oro e che potevano essere utilizzate come mezzo di pagamento. In altre parole, all’antico binomio mezzo di pagamento-unità di conto si sostituì la controvertibilità della banconota in oro (il cosiddetto gold standard) che istituì, de facto, una moneta che poteva essere utilizzata come riserva di valore (e dunque come merce), perché sempre controvertibile. Nonostante la controvertibilità della moneta cartacea in oro non sia più vigente (dal 1971), l’idea che il denaro abbia valore in sé e che quindi abbia senso accumularlo piuttosto che cederlo permane. Ma se, come notava Kant ne La Metafisica dei costumi, l’unico uso possibile della moneta risiede nella sua cessione, che senso ha una moneta che è anche riserva di valore? Come può essere la moneta misura del valore dei beni se la moneta viene misurata con la moneta stessa? Non a caso, come nota l’economista Amato, in assenza di una vera misura, ciò a cui si assiste è la crescita a dismisura della stessa moneta circolante.