La concezione economica neoliberista si basa su pochi ma fondamentali assunti teorici che possiamo sommariamente riassumere in cinque punti:

  1. Il divieto per lo Stato di imporre alte barriere tariffarie o anche non tariffarie, di regolamentare “eccessivamente” l’economia e di limitare la libera circolazione di persone, merci e capitali.
  2. La privatizzazione delle attività economiche gestite direttamente dallo Stato, con lo scopo di migliorare i servizi offerti e ridurre i costi per i consumatori.
  3. La riduzione della pressione fiscale per i ceti abbienti al fine di liberare risorse per conseguire un miglioramento della capacità produttiva delle imprese ed un correlativo aumento dei posti di lavoro.
  4. Bassa regolamentazione del mercato del lavoro, dell’attività imprenditoriale e finanziaria.
  5. Riduzione dei diritti dei lavoratori e aumento della competitività allo scopo di accrescere la produttività e diminuire il tasso di disoccupazione.

Sebbene il sistema economico neoliberista sia a tutt’oggi ancora dominante, incominciano a levarsi voci critiche rispetto ai benefici che esso apporterebbe all’economia. A seguire questa tendenza è uno studio di due economisti dell’Università di Cambridge, Ken Coutts e Graham Gudgin, intitolato The macroeconomic Impact of Liberal economic Policies in the UK. Lo studio si concentra sugli effetti che le politiche neoliberiste, introdotte a partire dal 1979 dal governo Thatcher, hanno avuto sull’economia britannica presa nel suo insieme. I due studiosi arrivano alla conclusione che, dopo il 1979, il PIL del Regno Unito è cresciuto di meno, non di più, rispetto al periodo precedente, nel quale il paese sperimentò livelli di crescita molto maggiori nonostante la sua economia non fosse organizzata in senso liberista ma “corporativo”. Con tale termine, che ricorda in parte il corporativismo di matrice fascista, gli autori dello studio intendono definire un sistema economico in cui lo Stato interviene direttamente nell’economia, regolando per esempio il livello dei prezzi e dei salari, effettuando investimenti produttivi in zone economicamente svantaggiate, limitando il movimento di merci, persone e capitali, regolamentando l’attività industriale, i servizi finanziari ed il mercato del lavoro etc. Gli autori sostengono che “Il livello attuale del PIL pro capite è oggi nel 2014 inferiore del 20% rispetto a quello che esso avrebbe avuto se la tendenza alla crescita sperimentata negli anni 1950-1979 fosse continuata” (pag. 16). Il fatto che il Regno Unito non sia mai riuscito a riconquistare stabilmente i livelli di crescita economica avuti durante il regime corporativo dimostra chiaramente la fallacia dell’assunto per cui il sistema neoliberista sia l’unico in grado di garantire un aumento costante del PIL.

Rispetto al tema della crescita della produttività, secondo il team di economisti dell’Università di Cambridge “i dati mostrano che la tendenza alla crescita della produttività (PIL per ora lavorata) negli anni precedenti il 1979 si mantenne costante per alcuni anni a partire dall’inizio degli anni ’80 ma deteriorò costantemente subito dopo, fermandosi del tutto dopo il 2007” (pag. 20). La causa più importante di questo calo è da ascriversi alla delocalizzazione dell’attività manifatturiera in paesi a basso costo di manodopera: “Il crescente processo di globalizzazione unitamente alla totale libertà di scambio e di movimento dei capitali hanno portato ad un trasferimento reale e potenziale della produzione manifatturiera fuori dal Regno Unito e principalmente in paesi in cui i costi di produzione sono più bassi, come in estremo oriente e in Europa orientale” (pag. 21). Peraltro, neanche il contenimento del potere dei sindacati e la conseguente diminuzione delle controversie di lavoro, forse, insieme alla finanziarizzazione dell’economia, l’unico vero “successo” del governo Thatcher, è stato d’aiuto nel favorire la crescita della produttività (pag. 26).

Se in merito al tasso d’occupazione gli autori mantengono un atteggiamento moderatamente critico affermando che esso fu “generalmente più basso dopo il 1979 di quanto lo fosse stato prima del 1980” (pag. 21), il loro approccio cambia radicalmente rispetto al tasso di disoccupazione, il cui aumento è da loro considerato come il principale fallimento delle politiche di orientamento neoliberista: “Il più chiaro e macroscopico fallimento dell’ideologia del libero mercato è stata la disoccupazione. Il tasso medio di disoccupazione a partire dal 1979 è stato del 7.8%, ovvero due volte e mezzo più alto di quello registrato mediamente negli anni 1950-1979” (pag. 23). Né la maggiore competitività né la deregolamentazione massiccia del mercato del lavoro hanno ridotto il numero dei cittadini privi di un’occupazione.

La diminuzione del tasso d’inflazione – che, a seguito di vari fattori, tra cui la fine del gold-standard nel 1971 e la crisi petrolifera degli anni ’73-74, aveva raggiunto la cifra record del 25% nel 1974 -, fu sbandierata come uno degli effetti più evidenti dell’efficacia delle scelte politiche neoliberiste. Tuttavia, gli autori dello studio notano che “il miglioramento più marcato del tasso d’inflazione dei prezzi al consumo rispetto alla media dei paesi membri del G7 non fu determinato dalle politiche monetariste del governo Thatcher durante gli anni ’80, ma dall’espulsione del Regno Unito dagli Accordi Europei di Cambio (AEC) nel 1992. Dopo il 1992 i prezzi al consumo nel Regno Unito erano generalmente al di sotto della media dei paesi del G7, a causa inizialmente di un alto livello di disoccupazione e dopo il 1996 di un apprezzamento del tasso di cambio della sterlina” (pagg. 24-25).

Lo studio in esame mostra come, a differenza di quanto solitamente si pensa, durante gli anni del governo Thatcher la pressione fiscale non sia veramente diminuita, in quanto, sebbene le aliquote minima e massima furono ridotte, le soglie di reddito ad esse relative furono abbassate in modo da ricomprendere un maggior numero di cittadini, mentre i contributi di natura sanitaria salirono considerevolmente. Ad aumentare furono anche le disuguaglianze: secondo uno studio dell’OCSE citato dai due economisti dell’Università di Cambridge, il Regno Unito è il paese industrializzato in cui, se si escludono gli Stati Uniti, i livelli di disuguaglianza tra i cittadini sono maggiori  (pag. 27). Le politiche di impronta neoliberista non favorirono nemmeno la creazione di nuove imprese né incentivarono gli investimenti pubblici e privati, di cui, anche a causa dello smantellamento del sistema industriale nazionale, si sentì sempre meno la necessità; la conseguenza di ciò emerge chiaramente da un rapporto OCSE discusso nel nostro studio, secondo cui il Regno Unito è il paese che, tra quelli considerati (Francia, Germania, Giappone, Svezia e Stati Uniti), ha investito di meno in ricerca e sviluppo negli anni 1981-2011 (pagg. 30-31, 36). I processi di privatizzazione dell’apparato industriale di proprietà pubblica non determinarono un aumento generalizzato della competitività ed un miglioramento dei servizi come sperato, ma sfociarono spesso in situazioni molto vicine al monopolio (pag. 35), mentre il livello dei prezzi dei servizi forniti diminuì in alcuni settori (fornitura di energia elettrica e gas, telecomunicazioni) ma aumentò considerevolmente in altri (servizi idrici e trasporti ferroviari). Lo studio sottolinea poi come il miglioramento apparente delle prestazioni dell’economia del Regno Unito rispetto a Francia e Germania negli anni successivi alla salita al potere di Margaret Thatcher non sia da ascriversi ad una maggiore crescita dell’economia britannica, ma piuttosto alla decrescita delle economie di questi due paesi, che avevano già da tempo quasi raggiunto il livello degli Stati Uniti (pag. 53).

Infine, i processi di smantellamento del sistema industriale nazionale e di delocalizzazione, si accompagnarono ad una sostanziale finanziarizzazione dell’economia nazionale e ad un correlativo aumento del livello di indebitamento delle famiglie. Ovviamente, ciò impattò negativamente anche sulle esportazioni, il cui declino, iniziato subito dopo la seconda guerra mondiale, non fu arrestato dalle politiche a favore del commercio attuate dal governo Thatcher (pag. 48). Concludiamo questo articolo con le considerazioni finali degli autori dello studio, le quali ben riassumono la situazione di rischio in cui l’economia britannica si è venuta a trovare in seguito a trent’anni e più di neoliberismo:  “La liberalizzazione dei servizi finanziari ha condotto ad un enorme, ed effettivamente insostenibile, espansione del livello d’indebitamento delle famiglie. Ciò ha temporaneamente accelerato la crescita dei consumi e quindi del PIL e accresciuto il valore degli immobili, ma nel 2008 ha contribuito alla crisi finanziaria e alla più lunga recessione da oltre un secolo. Oltre a questo incremento insostenibile della domanda determinato dalla liberalizzazione dei servizi finanziari, vi sono poche prove che le altre politiche di liberalizzazione dei mercati prese nel loro insieme abbiano migliorato la tendenza alla crescita del Regno Unito, anche temporaneamente, benché esse possano essere state utili in altri modi” (pag. 52).

Fonte: Ken Coutts e Graham Gudgin, The macroeconomic Impact of Liberal economic Policies in the UK (Cambridge, Aprile 2015)