di Gianmaria Vianova 

“Ascolta,” disse l’uomo. “È una fregatura. A quel tale gli servono ottocento uomini. Allora stampa cinquemila di quegli affari, e magari li leggono in ventimila. E magari due o tremila di loro si mettono in viaggio per via di quel volantino. Gente che non sa più dove sbattere la testa.” […] Guarda nella tua tenda per vedere se hai ancora roba da mangiare. Se non ce n’hai più ti dice: ‘Vuoi lavorare?’. E tu dici: ‘Certo, signore. Mi fa felice se mi fa lavorare’. E lui dice: ‘Un posto ce l’ho’. E tu dici: ‘Quando comincio?’. E lui ti dice dove devi andare e a che ora, e poi se ne va. Magari gli servono duecento uomini, perciò lo dice a cinquecento, e loro lo dicono ad altra gente, e quando tu arrivi nel posto che t’ha detto ce ne trovi mille. Allora lui dice: ‘La paga è di venti centesimi l’ora’. E magari metà di quei mille se ne vanno. Ma ce ne sono ancora cinquecento che sono così maledettamente affamati che sono pronti a lavorare pure per un tozzo di pane. E quell’uomo ha un contratto per la raccolta delle pesche, o magari del cotone. Ora capisci? Più uomini riesce a mettere insieme, e più sono affamati, e meno li paga.”

I lettori più accaniti (ma neanche troppo) avranno riconosciuto in questo paragrafo un celeberrimo passo di “Furore”, vivida fotografia della Grande Depressione pubblicata da John Steinbeck nel 1939. Lo statunitense vinse nel 1962 il Nobel per la letteratura, ma attraverso i suoi romanzi portò alla luce con inaudita eleganza il dramma della disoccupazione e della deflazione salariale, temi economici, più che letterari, quanto mai attuali. Il frammento sopra riportato descrive il processo di assunzione della manodopera nei campi di raccolta. L’addetto al personale, se così si può definire, è in cerca di un numero X di raccoglitori, quindi stampa e affigge una quantità di volantini decisamente superiore, raggiungendo un largo bacino di disoccupati nullatenenti. In termini economici si viene a formare un’offerta di lavoro che supera di gran lunga la corrispettiva domanda. Questo ha conseguenze devastanti sulla retribuzione per ora lavorata. Nel momento in cui migliaia di affamati disoccupati, magari con famiglia a carico, si contendono un numero consistentemente inferiore di posti, essi perdono ogni potere contrattuale e accettano correzioni al ribasso del salario, qualsiasi siano la loro entità, pur di lavorare. Tutto ciò valeva nella California degli anni ’30 come nell’Eurozona di oggi. La disoccupazione dilagante che il popolo del vecchio continente sta sperimentando non è straordinaria, bensì di una inquietante ordinarietà: è strutturale. Per i non addetti ai lavori, significa che la mancanza di lavoro è necessaria e funzionale al disegno dell’attuale moneta unica e, in quanto tale, condizione destinata a permanere. Alta disoccupazione corrisponde ad un basso potere contrattuale dei lavoratori: un’autostrada appena riasfaltata verso il regno dei salari al ribasso. Il taglio degli stipendi, infatti, permette di reprimere la domanda interna e quindi anche l’inflazione. La conseguenza è che l’Eurozona si ritrova in uno stato di stagdeflazione (crescita anemica e deflazione). In questi ultimi tempi, non a caso, è stata riesumata la Curva di Phillips, partorita dalla mente dell’omonimo economista neozelandese nel 1958: egli sosteneva che disoccupazione e inflazione avessero proporzionalità inversa (ad alta disoccupazione corrisponde bassa inflazione, e viceversa). La storia gli sta dando clamorosamente ragione. È legittimo chiedersi quale sia il movente che spinge i vari governi a comprimere le retribuzioni. Risposta semplice: il recupero della competitività. Chi reprime maggiormente l’inflazione, quindi i salari, ha un vantaggio di svalutazione interna rispetto agli altri Stati che hanno adottato l’Euro. Tutto ciò lo dichiarò persino l’On. Fassina (allora PD) a Servizio Pubblico: “Non potendo svalutare la moneta, si svaluta il lavoro”. In un perverso meccanismo per cui sostanzialmente vince chi esporta di più, il benessere della classe operaia viene a classificarsi come “sacrificabile”. È qui che si compie la quadratura del cerchio, con un John Steinbeck che indossa le vesti di economista e, anticipando Phillips e la sua curva, fa comprendere come si sia imparato così poco dalla Grande Depressione. Errori del passato ripetuti nel presente, che condizionano il futuro delle prossime generazioni.