“Chi non lavora non fa l’amore”, cantavano Celentano e la moglie Claudia Mori un po’ di anni fa. L’economia insegna che “chi non lavora, non contribuisce al PIL e al progresso della società”, in quanto non è nelle condizioni di dare un apporto al sistema economico del proprio Stato e, più macroscopicamente e in minore entità, al progresso del mondo intero. Non è un caso se il Diritto, nazionale e comunitario, si sia mosso in favore di un regime di piena occupazione, da considerarsi come uno dei capisaldi delle istituzioni che si sono affermate e tuttora governano la vita di milioni di cittadini. L’esistenza e l’attualità di tale principio sono più che note a livello nazionale, giacché la nostra Costituzione sin dall’art. 1, attraverso l’espressione “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, esplicita immediatamente il principio lavorista che concorre ad ispirare la vita della Repubblica Italiana. L’opera dell’Assemblea Costituente, comunque, non si fermò qui. Scorrendo il foglio aiutandosi con l’indice, la mano si ferma all’art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Emerge e si palesa agli occhi del lettore l’importanza cardinale che ricopre questo articolo. Il lavoro, diritto costituzionalmente sancito, scende dall’iperuranio giuridico e giunge ai comuni mortali cittadini attraverso l’azione della Repubblica Italiana. È responsabilità dello Stato rendere effettivo tale diritto e mettere “ogni cittadino” nella condizione di poter adempiere al suo dovere di svolgere attività funzionali al progresso della società. Attraverso un’interpretazione letterale di tale articolo si giunge facilmente a collegare allo stesso una politica di interventismo economico: lo Stato che si intromette nella meccanica del libero mercato e devia il corso degli eventi verso un regime di piena occupazione, sintomo di un’economia che viaggia a pieni polmoni.

Anche a livello comunitario si è affermata l’attenzione verso il tema dell’impiego lavorativo, seppur con una ben diversa connotazione. Recita l’art. 3 del TUE: “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale […]”. Prioritario, considerando l’ordine applicato, è il nodo della crescita equilibrata accompagnata dalla stabilità dei prezzi. La BCE ha, infatti, per statuto, il compito di mantenere l’inflazione ad un livello inferiore ma prossimo al 2%: ad oggi la politica monetaria accomodante, di per sé insufficiente e nel lungo termine controproducente, non sta sortendo gli effetti voluti. Solo successivamente si incontra l’obiettivo della piena occupazione, inteso come scopo raggiungibile attraverso il mezzo dell’economia sociale di mercato. Tale modello economico si prefigge di integrare il libero mercato e la giustizia sociale, attraverso una politica di stampo liberista. Lo Stato viene chiamato in causa nel caso in cui vi sia un rischio di fallimento di tale modello, oppure semplicemente quando all’equilibrio di mercato non corrisponde un’adeguata giustizia sociale. La visione riportata nel TUE è evidentemente in contrasto con la Costituzione Italiana del 1948 che definisce il lavoro come un vero e proprio diritto, e non come un obiettivo subordinato alla stabilità del sistema, all’inflazione e al rispetto del libero mercato.

L’Unione Europea, nei suoi trattati fondamentali, non sancisce alcuna garanzia relativamente alla sfera dell’occupazione negli Stati nazionali. Per una più lucida visione sistemica occorre integrare le parole del TUE con la realtà, attualizzando e contestualizzando. Ad oggi, anno 2016, l’UE sta sperimentando la micidiale stagdeflazione, in cui stagnazione e deflazione convivono, portando alla luce l’impossibile storia d’amore tra “miss stabilità” e “mr occupazione” durante una crisi di domanda. Il libero mercato, lasciato a se stesso, non è in grado di ripristinare il livello di reddito della popolazione, non è in grado di creare occupazione dal nulla, ma è ugualmente nella condizione di soddisfare l’obiettivo prioritario indicato nell’art. 4 del TUE: una crescita economica equilibrata che, nel lungo termine, i vertici dell’Unione Europea ritengono (discutibilmente, ndr) plausibile. In parole povere si considera più indolore prolungare la stagnazione piuttosto che permettere agli Stati nazionali di attuare politiche-shock in grado di dare una scossa al paziente in coma. Non è difficile comunque comprendere come, alla luce del Fiscal Compact, l’intervento dello Stato non sia in alcun modo concepibile: vige il pareggio di bilancio, principio tra l’altro fissato nella Costituzione ad opera del Governo Monti, che rappresenta una castrazione delle sovranità economiche nazionali.

Semplicemente confrontandole, le due visioni relative al tema del lavoro presentano forti divergenze che non permettono alcuna integrazione tra loro: una per necessità deve imporsi sull’altra. Così è stato. Il TUE, essendo un trattato sovranazionale promulgato dall’UE e in quanto manifestazione del diritto comunitario, si trova in una condizione di primato rispetto alla Costituzione Italiana. Tale priorità, combinata con l’assenza di reali sovranità economiche nazionali, si è quindi manifestata in ogni attività economica del continente: la Costituzione e il diritto al lavoro sancito dall’art. 4 vengono meramente bypassati, recidendo ulteriormente i legami con Roma in favore di un freddo e distaccato abbraccio a Bruxelles.