di Ivan Giovi 

E’ notizia di qualche giorno fa che la Municipalizzata che controlla l’acqua a Roma, la ACEA, dopo la tornata elettorale dello scorso 5 giugno, abbia subito un crollo in borsa, in quanto prima delle elezioni una candidata rivelatasi poi la favorita per il ballottaggio ha dichiarato che dopo la sua vittoria avrebbe cambiato l’intero CdA della società (visto che il 51% è controllato dal Comune di Roma). Non soffermiamoci sui motivi di questa scelta e sulle successive polemiche politiche che si sono susseguite tra i vari schieramenti, ma chiediamoci piuttosto: è legittimo che un candidato sindaco dica cosa intende fare delle municipalizzate controllate dal comune per cui si candida ? E’ altresì giusto chiedersi: fin dove può spingersi il mercato nella limitazione della democrazia?

Sì, è decisamente lecito chiederlo, perché un candidato sindaco deve esprimersi su come si comporterà una volta divenuto sindaco. Il cambiamento del CdA della municipalizzata che controlla l’acqua è una notizia piuttosto importante per i cittadini romani, potrebbe avere direttamente ripercussioni sulle bollette e tanto altro. Questo lo deve poter fare senza ripercussioni dal mercato. Perché le leggi del mercato non devono intromettersi nella scelta democratica dei rappresentanti del popolo. Non può essere il mercato a esprimersi ancora prima della scelta dei cittadini. Altrimenti non si tratterebbe più di democrazia, ma sarebbe la bestemmia del pieno potere del mercato in spregio alle decisioni dei cittadini.

Il problema di fondo è dato dal fatto che l’ACEA è quotata in borsa dal 1996, con il 51% delle azioni societarie in mano al Comune di Roma. Ed è qui che gatta ci cova, perché sarà il mercato a premiare o meno la società, attraverso gli andamenti delle azioni societarie e non più i cittadini attraverso la scelta del proprio sindaco. In Italia le privatizzazioni e le successive liberalizzazioni dei mercati di Monopolio dello Stato cominciarono nel 1992, con la crisi dello SME e il vento liberista che già soffiava da qualche anno, con il primo governo Amato e con il suo fiero collaboratore, Mario Draghi a capo del Ministero del Tesoro. La ragione principale, si disse, era l’altissimo debito pubblico italiano. Dire che l’obiettivo sia stato raggiunto, cioè che il debito pubblico sia stato ampiamente ridotto con le privatizzazioni, è oltremodo una falsità. Difatti, sono state ottenute delle briciole dalle varie vendite delle grandi partecipazioni pubbliche nell’economia Italiana. Basti pensare che attualmente la capitalizzazione di borsa di Enel è di 42 Mld, cioè l’1,90% del debito pubblico italiano. Quante Enel dovrebbe possedere lo stato per ridurre considerevolmente il debito?

Senza contare poi gli effetti diretti sul benessere dei cittadini di queste privatizzazioni. La Corte dei Conti nel 2010 ha effettuato un’analisi delle privatizzazioni dal 1985 al 2007 e tra le conclusioni nota: “Gli effetti delle privatizzazioni sul benessere dei consumatori sembrano ancora più controversi. Lo sono, come si è visto, per quanto riguarda i servizi bancari. E lo sono per i servizi autostradali e delle utilities. In particolare, analizzando nel dettaglio i prezzi dei servizi erogati dalle utilities (acqua, energia, trasporti, telecomunicazioni), si osserva una dinamica dei prezzi molto accentuata soprattutto nei settori dell’acqua, del gas e delle autostrade, e una forte riduzione nelle telecomunicazioni”. E ancora: “Ancora meno soddisfacenti appaiono i risultati della privatizzazione delle banche per ciò che attiene al livello degli oneri che il sistema bancario pone a carico della clientela, che da tutte le indagini anche di recente condotte risulta sistematicamente e considerevolmente più elevato di quello riscontrato nella maggior parte degli altri paesi europei.”

Oltre a questo, l’obbiettivo occulto delle privatizzazioni è sempre stato (almeno in Italia) quello di smobilizzare e vendere i più importanti asset dello stato italiano, che all’epoca aveva in carico il 16% dei lavoratori italiani, e l’80% del settore bancario, con alcune delle migliori aziende del mondo nei rispettivi settori, gioielli produttivi e realtà in forte crescita. Una follia. Per concludere le privatizzazioni, culto del mantra liberista, dove vi è la divinizzazione del mercato e la partecipazione statale nell’economia è un utopia, in Italia hanno portato: scarsa riduzione del debito pubblico, aggravio di costi (soprattutto nei marcati prima Monopolio di Stato e poi liberalizzati), peggiore qualità del servizio e limitazione della democrazia (caso ACEA a Roma). Insomma un’affare tutto all’Italiana.