Gli ultimi dati sull’occupazione ci hanno finalmente mostrato come la riforma del lavoro approvata ormai un anno fa sia totalmente sbagliata. Ma perché è accaduto questo? Non che i libri di economia queste cose non le dicano, ma evidentemente o non sono stati letti, o non sono stati capiti. Per capire il tutto facciamo un passo indietro e rivediamo alcune semplicissime leggi economiche. In economia, da sempre, esiste una domanda e un’offerta, sia in forma aggregata che in forma microeconomica. Questo accade anche nel mercato del lavoro dove esistono anche qui una domanda e un’offerta di lavoro. La domanda di lavoro è rappresentata dalle imprese che vogliono assumere, mentre l’offerta è rappresentata dai lavoratori che offrono la propria manodopera.

Tralasciamo però il settore microeconomico e pensiamo a livello aggregato, ovvero macroeconomico, dove la dinamica è invertita, giacché la domanda è rappresentata dal settore dei consumi e l’offerta dal settore delle imprese che offrono i prodotti da consumare.  Fatta questa doverosa premessa, trovandoci in deflazione, la nostra condizione è quella di una crisi di domanda, ovvero le persone, le famiglie non vogliono spendere. E non sempre perché non hanno soldi, a volte per paura, perché hanno l’aspettativa di un inasprirsi della crisi. Stiamo affrontando adesso uno dei casi in cui le aspettative si auto-avverano, cioè le persone non spendono perché pensano ci sarà maggiore crisi. Così le imprese non vendono, non ripartono i consumi e quindi la crisi continuaIn un quadro come questo, si capisce che le politiche dal lato dell’offerta sono prettamente inutili, perché, per definizione, quando sussiste deflazione l’impianto produttivo di un sistema economico è sottoutilizzato. Se il nostro impianto produttivo è sottoutilizzato significa che non ci serviranno maggiori lavoratori, perché le macchine che dovrebbero far andare sono ferme, ma maggiori consumi, per poter sfruttare appieno il sistema produttivo.

E’ evidente adesso come aumentare la flessibilità in uscita o in entrata nella nostra attuale condizione non serva a niente. Tanto più se consideriamo che la disoccupazione strutturale che viene indicata nel DEF (documento di economia e finanza) è a quota 11%. E questo è motivato dal fatto che serve una tale disoccupazione per mantenere l’inflazione ai livelli che chiede la Germania, cioè rasente lo zero (0,16% a luglio 2016). Al nostro sistema economico farebbe bene invece una spruzzata di liquidità direttamente sul mercato reale emessa dalla BCE, perché il QE di Draghi, ovvero l’acquisto di asset sul mercato finanziario, non sta ottenendo i risultati sperati perché questi soldi rimangono fermi nel mercato del credito, a ripianare i debiti delle banche che con i tassi d’interesse ridotti al minimo sono in grave sofferenza. La conclusione è che le riforme strutturali messe in campo dal Governo non hanno e non avranno nessun risultato, come dimostrano le statistiche del Ministero del Lavoro e dell’INPS. E questo perché non si vuole ammettere che il vero problema è la moneta unica. Finché non si avrà questa consapevolezza, che comincia a maturare ai livelli più alti dell’establishment, non si andrà da nessuna parte. Ma fino a quel momento, il Jobs Act è morto, viva il Jobs Act!