Sembrava che la sostanziale capitolazione del governo Tsipras alle richieste dei creditori di implementare ulteriori misure d’austerità (in un paese già vicino al collasso non solo economico ma anche morale) avrebbe messo la parola fine al tira e molla a cui abbiamo assistito in questo mesi. E invece no. Un altro colpo di scena sembra rimettere tutto in discussione: il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha infatti dichiarato la sua indisponibilità a rifinanziare la Grecia senza una previa ristrutturazione del suo debito. Nonostante la decisione dell’FMI fosse stata ampiamente prevista, in quanto per statuto esso non può rifinanziare un governo il cui debito sia palesemente insostenibile (e lo stesso Schaeuble aveva preavvertito i parlamentari tedeschi che l’istituto di Washington si sarebbe mosso in tal senso), essa è importante per tre ragioni:

  1. Mette palesemente in discussione l’idea, sostenuta dal governo di Angela Merkel e da altri paesi europei cosiddetti “falchi”, che la ristrutturazione del debito greco sia assolutamente fuori questione perché dannosa.
  2. Dimostra l’inefficacia delle riforme strutturali imposte alla Grecia dalla Troika (FMI, UE, BCE) rispetto all’obiettivo di ridurre il suo stato di indebitamento prescindendo da una sostanziale ristrutturazione del suo debito.
  3. Lascia agli europei la gestione della patata bollente di rifinanziare la Grecia, nonostante il suo stato di insolvenza sia ormai palese anche ai bambini; entro il 20 di agosto, infatti, il governo greco ha urgente bisogno di 3,4 miliardi di euro da rimborsare  alla Banca centrale europea.

Resta da vedere come la situazione si evolverà. Quello che è sicuro è che il pacchetto di aiuti da 82-86 miliardi di euro che Tsipras era riuscito ad ottenere dopo settimane di convulse trattative e continui colpi di scena non è di fatto più disponibile, visto che una larga parte di quei fondi sarebbero dovuti provenire proprio dal Fondo monetario internazionale. E’ certamente possibile che questo rientrerà nella partita in autunno, quando i paesi UE si riuniranno per discutere della possibilità di una ristrutturazione del debito greco in seguito all’avvio del piano di “riforme” da parte delle autorità elleniche. Tuttavia, in caso di decisione affermativa, la situazione sarebbe tutt’altro che risolta e sia il governo greco che quello tedesco si troverebbero nella scomoda posizione di far digerire ai propri elettori un loro palese voltafaccia: nel caso di Tsipras rispetto alla necessità di un’ulteriore stretta fiscale, nonostante egli si sia fatto eleggere con la promessa di mettere la parola fine alle politiche di austerità, mentre nel caso della Merkel rispetto all’atteggiamento di rigore perseguito finora. Non è da escludersi che alla fin fine Tsipras otterrà la tanto agognata ristrutturazione del debito, visto che il governo tedesco non sembra così disposto a far uscire la Grecia dall’euro, come sostenuto da alcuni commentatori, e potrebbe preferire inimicarsi i suoi elettori (o una parte di essi) piuttosto che abbandonare una valuta di cui la Germania ha ampiamente giovato. Tuttavia, niente cambierà per la Grecia perché, anche nell’ipotesi in cui fosse gravata da un debito più leggero dell’attuale, essa difficilmente sarebbe in grado di ripartire, visto l’effetto recessivo che le misure d’austerità implementate come condizione dei due prestiti precedenti hanno avuto sulla sua economia. La soluzione trovata dalla Grecia di concerto con le autorità europee (e forse, lo vedremo in autunno, il Fondo Monetario Internazionale), non sembra quindi nelle condizioni di risolvere il problema ma solo di procrastinarlo nel tempo con tutti i rischi per la tenuta sociale del paese che questo comporta.