Una flebile crescita di soltanto poco più di un punto percentuale, non si può nemmeno chiamare crescita ma stagnazione, nonstante la congiuntura favorevole legata all’euro relativamente debole e il prezzo del petrolio ai minimi storici. Le stime sulla crescita del PIL italiano sono state peraltro già riviste in quanto nuovi fattori congiuntural internazionali (Brexit) e nazionali (il mancato aumento dei contratti a tempo indeterminato e la crisi bancaria) hanno eroso anche il misero aumento prospettato dal governo volutamente gonfiato per evidenti scopi elettorali, viste le allora imminenti elezioni comunali.

Stime che poco tempo fa sono state regolarmente bocciate prima dal FMI e da Bankitalia, poi direttamente in casa cioè dall’Ufficio Parlamentare del Bilancio e adesso anche la società di rating Fitch ha tagliato le stime in merito, pronosticando un disastroso 0.8%, quasi mezzo punto percentuale in meno rispetto a quello che aveva pronosticato il governo nel DEF ad aprile. Bocciature tutte motivate dalla continua pressione sul settore bancario italico e dai potenziali effetti della Brexit, che evidentemente il governo aveva mal considerato, anche se già ad aprile il fronte dell’uscita dall’UE in Gran Bretagna cominciava ad essere in vantaggio nei relativi sondaggi.

Ma soprattutto queste stime sono state smentite dalla realtà dei fatti, in quanto nel secondo trimestre di quest’anno la crescita del PIL è stata dello 0%. Quindi, a meno di grandi sorprese, sarà un trionfo se la crescita annuale risulterà infine dello 0.5%. Anche se le stime di Fitch fossero corrette, non si potrebbe certo dire che uno 0.8% di crescita del PIL rappresenti per l’Italia l’uscita dalla crisi, bensì la conferma di una persistente situazione di stagnazione, considerando che i contratti a tempo indeterminato sono nuovamente crollati nei primi 5 mesi dell’anno e i consumi crescono soltanto dell’1% insieme agli investimenti. E serve a poco sapere che il potere d’acquisto è aumentato di 2.9 punti percentuali, in una situazione come la nostra le persone non consumano, non perché non possono, ma perché non vogliono, in quanto si aspettano un ulteriore inasprirsi della crisi e rimandano le spese. Questa situazione non farà aumentare i consumi e la produzione pertanto frenerà ancora, provocando una spirale negativa chiamata deflazione; in un tale contesto, l’aumento del potere d’acquisto è pressoché inutile.

Non osiamo immaginare, poi, di quanto saranno riviste al ribasso le stime dei prossimi anni contenute nel DEF, cioè quelle del 2017 e 2018, se quelle di quest’anno sono già state quasi dimezzate dai centri studi più importanti del mondo. Il Governo gonfia i dati (poi smentiti puntualmente da tutti), ma è inutile girarci intorno: siamo condannati alla coperta corta dell’euro, dell’austerità (che purtroppo non può essere abbandonata finché rimane in vita la moneta unica) e della diminuzione degli investimenti. La condizione necessaria ma non sufficiente perché ci sia ripresa è l’abbandono della moneta unica (che di questo passo crollerà nel peggiore dei modi, senza coordinamento e in maniera scomposta a seguito di una qualsiasi delle crisi che si prospettano, come quella dei migranti o quella bancaria), di tutti quei trattati che frenano la nostra crescita come il fiscal compact, la regola del 3% di spesa, del 60% di debito pubblico e quella follia chiamata patto di stabilità; se non si prende coscienza di questo e non lo si pone quale priorità nell’agenda politica, tutti i discorsi si riducono a chiacchiere da bar al livello di “vengono qui a rubarci il lavoro” e “se so magnati tutto” come direbbero a Roma. Bisogna tornare a essere onesti intellettualmente e riconoscere che la nostra condizione attuale non può portare altro che previsioni di crescita da zero virgola, ovvero da prefisso telefonico.