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Donald Trump ha fatto retromarcia sull’ambiente? Non proprio. Partecipando ad una tavola rotonda organizzata dal New York Times, il Presidente eletto ha colto l’occasione per fare alcune precisazioni sul proprio programma. Trump è sembrato possibilista per quanto riguarda l’accordo di Parigi. Invece di ricorrere all’approccio sprezzante sui temi ambientali, spesso adottato nel corso della campagna elettorale, il Presidente ha dichiarato di stare valutando con molta attenzione e con mentalità aperta l’accordo di COP21. Si tratta di un indiscutibile passo in avanti, se si considera che solo qualche mese fa prometteva di ritirare l’appoggio degli Stati Uniti, nel caso in cui avesse vinto le elezioni. Il punto è che le elezioni Trump le ha vinte per davvero, e quelle promesse si sono fatte in una notte incredibilmente concrete, impegnative, pesanti, così come è cresciuta la preoccupazione nel mondo ambientalista per il ruolo che l’America di Trump giocherà in futuro nella lotta ai cambiamenti climatici. Con le ultime dichiarazioni Trump concede un piccolo spiraglio, comunque ancora troppo ristretto perché si possa parlare di un’autentica apertura. Del resto, non è immediato che Trump possa guidare gli USA fuori dall’accordo sul clima, i cui termini prevedono che un Paese che lo abbia ratificato non possa chiamarsene fuori automaticamente: devono prima trascorrere 3 anni, e l’uscita unilaterale diviene effettiva solo dopo un anno. Si arriverebbe insomma al 2020, quando ormai il mandato di Trump sarebbe scaduto. Esiste una seconda possibilità, consistente nell’uscita dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. In questo caso, nel giro di un anno il ritiro diverrebbe effettivo trascinando via con sé gli obblighi assunti, tra cui lo stesso accordo di Parigi. Infine, Trump potrebbe anche decidere più semplicemente di non rispettare gli impegni presi dagli Stati Uniti con la ratifica dell’accordo, senza particolari ripercussioni burocratiche, dal momento che non sono previste sanzioni in caso di mancato adempimento.

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Minatori partecipano ad un comizio in favore di Trump durante la campagna elettorale.

Ancor meno luminoso è lo scenario che si profila sul fronte interno. Trump ha confermato la linea dura contro la legislazione ambientale voluta dal suo predecessore Obama: cancellazione delle norme e dei regolamenti “verdi” in favore di un rilancio della produzione di carbone e combustibili fossili. Il programma della nuova Presidenza si inserisce in un contesto particolarmente difficile per l’industria carboniera, che ha affrontato anni di crisi e depressione, abbattutesi in particolar modo sulle famiglie dei minatori. Sfiduciati e impoveriti, questi uomini e queste donne hanno trovato in Trump il loro campione, la voce che li rappresenta e che racconta loro un futuro in cui l’America torna ad essere grande. Il nemico numero uno è stato individuato nelle politiche ambientali del governo Obama, ma in realtà il problema è che il carbone è sempre meno competitivo, spinto all’angolo dalle nuove tecniche estrattive che hanno favorito l’affermazione dello shale gas, un gas metano contenuto in rocce argillose. E’ un sistema di estrazione economicamente più conveniente e tanto basta a soppiantare l’industria carboniera. Questi lavoratori vanno tutelati e sostenuti. Anche a loro dev’essere garantito un futuro da protagonisti. Ci sono delle vite e delle comunità che si sono sentite dimenticate e lasciate ai margini dello sviluppo, nonostante si trovino proprio nel cuore dell’Occidente ormai avviato verso la Quarta Rivoluzione industriale. L’America non è solo New York o la California, come Hillary Clinton ha scoperto a proprie spese. Federico Rampini nel suo ultimo saggio “Il tradimento. Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle élite” sintetizza in modo impeccabile questo paradosso. Al confronto con la rete ferroviaria giapponese o con lo straordinario piano di investimenti voluto dal Presidente cinese Xi Jinping per connettere la Cina al mondo (600 miliardi per costruire porti, aeroporti, oleodotti, reti elettriche), la rete infrastrutturale americana sembra quella di un Paese del Terzo Mondo. Fatiscente, arretrata, inefficiente e costosa: è la metafora di una nazione che guida l’economia globale ma che non è ancora riuscita a risolvere molte delle contraddizioni al proprio interno.

Le promesse elettorali di Trump in materia di energia, tra cui la deregolamentazione del settore petrolifero e il raggiungimento dell’indipendenza energetica

In una delle prime dichiarazioni dopo la notte elettorale e la consacrazione della vittoria, Donald Trump ha affermato che “tutte le persone finora dimenticate non lo saranno più”. E’ un obiettivo cruciale ed è la ragione per cui Trump è riuscito ad affermarsi su una candidata che non è stata in grado di dare voce al malessere sociale. Lui, il miliardario, in qualche modo ci è riuscito (altro paradosso americano). La risposta al disagio delle comunità non va però ricercata nelle vecchie ricette di un sistema economico ormai insostenibile per il Pianeta e per l’umanità che lo abita. Rievocare nostalgicamente l’immagine dell’America che fu, non servirà a rendere di nuovo grandi gli Stati Uniti. Come ha scritto il climatologo Luca Mercalli nel suo editoriale sull’ultimo numero della rivista Valori, stiamo curando con un’aspirina un malato morente. La vera sfida della politica oggi è riuscire a spiegare che la transizione verso un modello di economia più giusto, pulito e sostenibile non comporta solo costi, ma può costituire un vantaggio per tutti e garantire dignità a ciascuno.