“Invece di portare crescita, alcune politiche neoliberiste hanno aumentato le disuguaglianze, compromettendo un’espansione economica duratura”. Se non si fosse a conoscenza dell’autore di questa affermazione senza dubbio la si attribuirebbe al complottista di turno, all’ultrà keynesiano o a qualche fan-boy di Treviri che dorme con il Peluche di Karl Marx. Tale periodo ipotetico non si realizza: il documento arriva direttamente dal dipartimento di ricerca del Fondo Monetario Internazionale. Colpo di scena. È necessario considerare il paper in questione per quello che è, ovvero un evento che deve essere ricordato. Dal titolo eloquente, “Neoliberalism: oversold?”, l’articolo denuncia argomentando scientificamente e con la pacatezza che un documento ufficiale pretende gli effetti collaterali del neoliberismo sull’economia mondiale, strizzando l’occhio alla situazione europea. “Ci sono effetti dell’agenda neoliberista che non hanno avuto i risultati previsti”, come ad esempio “un aumento della disuguaglianza che colpisce il livello e la sostenibilità della crescita. Anche se la crescita è il punto cardine dei neoliberisti, essi devono prestare attenzione agli effetti sulla distribuzione [della ricchezza]”. Parole forti ed eloquenti che non necessitano di ulteriore commento. Il FMI non si ferma qui, anzi. Nel paragrafo intitolato “Size of the state” privatizzazioni e vincoli di bilancio sono descritti come punti principali dell’agenda neoliberista, scoprendo sostanzialmente l’acqua calda. Interessante è il proseguo: “Certamente molti Paesi (per esempio del sud Europa) hanno poca scelta nell’impegnarsi nel consolidamento fiscale, perché altrimenti i mercati non permetterebbero loro di continuare a indebitarsi” però si precisa che “per paesi fiscalmente affidabili il beneficio di una riduzione del debito, in termini di protezione contro future crisi fiscali, si scopre relativamente basso, soprattutto con rapporti debito/PIL molto elevati.” Leggere tra le righe è un’arte sottile che non appartiene a tutti, certo è che se qualcuno volesse atteggiarsi a possederla non esiterebbe a pensare all’Italia.

La nostra penisola, come ricordato in un articolo del Ministero dell’Economia, ha fatto registrare un avanzo primario di bilancio 19 anni su 20, dal 1994 al 2014, come nessun altro in Europa. La rincorsa maniacale al vincolo del 3% del deficit e, oggi, del pareggio di bilancio è sintomatica dell’attenzione che l’Italia dedica ai suoi conti (vincolata da trattati sovranazionali). Fatica sprecata? Forse. Prosegue il FMI: “ad esempio ridurre il rapporto debito/PIL dal 120% al 100% in pochi anni porta piccolissime riduzioni del rischio di crisi”. Se è vera la terza legge della dinamica, ed è vera, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Il FMI riscopre Newton: “I costi [del consolidamento fiscale] potrebbero rivelarsi grandi, molto più grandi dei benefici. Il fatto è che, per avere un livello inferiore di debito, le tasse, aventi un effetto distorsivo sull’economia, devono essere alzate o la spesa produttiva tagliata, o entrambe le cose”. La sintesi è che “il costo dell’aumento delle tasse o dei tagli alla spesa necessari potrebbe essere superiore alla riduzione del rischio di crisi portata dal debito calmierato”. Ah, dici poco. Questo documento si legge quasi da sé e fa emergere criticità insite nel cieco dogma del vincolo esterno, portante in seno la necessità (tra le altre cose) di “tagliare i rami secchi” dello Stato, aumentare l’IVA e soffocare il tessuto produttivo. “Questo non nega che un debito alto sia un male per crescita e welfare ma il punto è che i costi sociali derivanti dal debito più alto (onere del debito) sono già stati sostenuti e non possono essere recuperati, sono un costo implicito” – di conseguenza – “tra vivere con un debito più alto, lasciando che il rapporto debito/PIL scenda progressivamente con la crescita, e generare deliberatamente surplus di bilancio, governi con un ampio margine fiscale farebbero meglio a scegliere la prima ipotesi”. Il Fondo Monetario Internazionale parla chiaro: inutile ridurre forzosamente il debito pubblico, specie se molto elevato, attraverso l’austerità. I vantaggi sono minimi e i costi sono decisamente superiori, per la precisione “le politiche di austerity non solo generano maggiori costi sociali […] ma colpiscono la domanda peggiorando occupazione e disoccupazione”. Affermazione forte però sostenuta da una buona dose di oggettività: “In media, operazioni di consolidamento dell’1% su PIL incrementano dello 0,6% la disoccupazione a lungo termine e alzano del 1,5% in cinque anni l’indice Gini (maggior disparità di reddito)”. Poi la mano vola in alto e schiaffeggia il neoliberismo, svegliando da un lungo sogno: “i benefici di alcune politiche importanti per l’agenda neoliberale pare siano stati un po’ esagerati”. Ah dici poco, parte seconda. Il quadro che va profilandosi è di una incosciente applicazione di principi ancorati al passato e alla più intangibile delle teorie iperuraniche. La realtà dei fatti è un po’ diversa dalla mano invisibile o dal fascino radical-chic dello Stato minimo.

“Gli evidenti danni economici derivanti dalla disuguaglianza suggeriscono che i governi dovrebbero essere più aperti alla redistribuzione di quanto essi lo siano oggi […] le politiche dovrebbero […] aumentare la spesa in istruzione e training, aumentando l’uguaglianza tra le opportunità”. Per caso il FMI ha afferrato falce e martello? Ne dubitiamo fortemente ma il cambio di rotta porta a pensare che il dipartimento di ricerca non abbia più potuto ignorare le conseguenze di politiche a dir poco discutibili e anacronistiche al netto del progresso scientifico. Il paragrafo si conclude accompagnato da fuochi pirotecnici: “In alcuni casi le spiacevoli conseguenze della distribuzione dovranno essere risolte utilizzando tasse e spesa pubblica per ridistribuire il reddito. Fortunatamente la paura che queste stesse politiche possano danneggiare necessariamente la crescita sono infondate”. Queste dichiarazioni sono una pietra miliare del pensiero economico, tra le prime giunte dai “piani alti” che mettono in discussione il dogma neoliberista: portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo FMI era perduto ed è stato ritrovato. Come ciliegina sulla torta, prima di riportare le fonti utilizzate, i ricercatori affermano che “queste ricerche suggeriscono il bisogno di una visione più sfumata di ciò che l’agenda neoliberista è in grado di raggiungere […] I governi, e le istituzioni come il FMI che li consigliano, dovrebbero essere guidati non dalla fede, bensì dalla prova di ciò che ha funzionato”. Insomma il Fondo Monetario Internazionale sta prendendo le distanze dalla politica economica dominante in questo stagnante 2016, introducendo il concetto di religione, culto, dogma neoliberista: ai più tutto ciò frullava nella testa da tempo, solo che adesso non è più un “peccato” pensarlo.