Dall’ 1 al 22 Luglio 1944, le maggiori potenze internazionali si ritrovano a Bretton Woods (USA – New Hampshire) per definire gli accordi che avrebbero regolato i rapporti economici globali al termine della secondo conflitto mondiale. In queste circostanze vedono la luce le moderne organizzazioni finanziarie internazionali (Fmi e Banca mondiale), organizzazioni che tramite il loro operato avrebbero poi spianato la strada all’inizio di una vera e propria nuova epoca: quella del neoliberismo economico o, utilizzando una terminologia più alla moda (seppur coniata dall’ Economist sin dal 1962), quella della cosiddetta globalizzazione dell’economia. A mezzo secolo di distanza, una di queste due istituzioni tira le somme di quanto conseguito e, forse per la prima volta, lo fa in maniera velatamente critica. Il risultato è quanto emerge dal report (Neoliberismo: Sopravvalutato?), pubblicato dal dipartimento di ricerca del Fondo monetario internazionale lo scorso 25 Maggio. Inizia così:

“Invece di generare crescita, alcune politiche neoliberiste hanno incrementato le disuguaglianze e messo a repentaglio l’espansione dell’economia”.

Continuando nella lettura, ciò che ci si trova di fronte non è tuttavia, come sarebbe lecito aspettarsi, un totale rinnegamento dell’agenda neoliberista, alla quale – precisano gli autori – c’è anzi parecchio da ringraziare. Dall’abbattimento delle barriere economiche alle privatizzazioni, sono tante le misure che hanno contribuito alla crescita esponenziale dell’economia e facilitato il miglioramento delle condizioni socioeconomiche della popolazione globale. Non tutto ha funzionato alla perfezione però. Di alcune di queste alcune politiche economiche non è infatti possibile negare il completo fallimento.  E si tratta, invero, di due veri e propri capisaldi del neoliberismo.

Uno – Libera circolazione dei capitali. La convinzione che una persona o una società debbano poter spostare i propri soldi da un posto all’altro senza dover rendere conto allo Stato è da sempre uno dei dogmi della dottrina. Ed in effetti ciò facilita enormemente gli investimenti dando la possibilità, a chi abbia un surplus di liquidità, di poterlo investire altrove – ad esempio in un economia emergente – creando benefici per se e per lo Stato ospitante. Fin qui tutto bene, se non fosse che vale anche il processo opposto. Così come si è liberi di immettere i propri capitali in una qualsivoglia economia, così si sarà anche liberi di riprenderseli alimentando una prassi che vede gli investitori speculativi pompare liquidità (cd hot money) nelle casse di un economia emergente (traendo profitto dal trend in salita), salvo poi riprenderseli indietro alla minima oscillazione dei mercati, per andare a speculare da un’altra parte. Nel quasi 20% dei casi analizzati dagli autori, all’aumento improvviso degli investimenti esteri è poi susseguito un pesante shock finanziario. Ma occhio a fare di tutta l’erba un fascio perché, se è vero che in quest’ottica gli investimenti di puro capitale possono possono potenzialmente rappresentare un rischiosi, lo stesso non vale ovviamente per quelli compiuti in strutture e risorse umane. Il problema comunque rimane poiché, in una situazione di libero mercato e quasi totale deregolamentazione, limitare i primi per agevolare i secondi è opera quasi impossibile.

Due – Consolidazione fiscale (leggi austerity). Altro pilastro dell’agenda neoliberista è il controllo della dimensione degli Stati. In altre parole il controllo del loro debito pubblico. Si dice che l’economia di uno Stato sia teoricamente in buona salute quando produce a sufficienza da poter (un fantomatico giorno) ripagare i propri debiti. Il rapporto tra quanto dovuto e quanto prodotto (debito/PIL) deve quindi rimanere basso; più basso è e meglio è per l’economia. Se il debito cresce, aumenta anche il rapporto tra i due indicatori, e se il gap è alto significa che lo Stato non produce abbastanza per ripagare tutti i suoi debiti. Superfluo ribadire quindi, che troppi debiti fanno evidentemente male all’economia di uno Stato. E non solo alla sua, ma potenzialmente anche a quella di tutti coloro gli abbiano concesso prestiti.  La medicina che le istituzioni finanziarie internazionali  hanno da sempre prescritto per “salvare” le economie malate dei paesi di mezzo mondo è la cd austerity finanziaria.

L’austerity opera principalmente su due versanti. Da una parte tagliando la spesa pubblica (quindi il denaro che lo stato spende) e dall’ altra aumentando le entrate (cioè le tasse). Così facendo, il rapporto debito/PIL si restringe, il rischio di insolvenza diminuisce e l’economia del Paese ritorna a star bene.  Peccato però che non sia tutto così semplice e lineare, e che queste medicine abbiano in realtà effetti  collaterali non da poco. Tagliando la spesa pubblica si toglie anche allo Stato la possibilità di spendere e quindi di nutrire l economia reale con nuovi investimenti. Al contempo, aumentando le tasse si taglia la capacità dei cittadini di spendere, investire, e quindi contribuire a loro volta alla crescita del PIL. A questo punto ci si ritrova in una specie di loop al ribasso nel quale il PIL scende di pari passo con il debito (perché nessuno più spende), lasciando il bilancio economico dello Stato invariato. Non quello dei cittadini, che con meno soldi in tasca, vivranno peggio e si indebiteranno di più.

Quanto proposto nel report sposa un approccio diametralmente opposto rispetto a quello appena descritto. Lasciare cioè che lo Stato continui a spendere, seppur continuando ad indebitarsi.  Perché se lo Stato continuerà ad investire, i denari pubblici faranno come si suol dire girare l’economia, contribuendo anche ad aumentare il Prodotto Interno Lordo. Nel lungo termine quindi, il fatidico rapporto debito-PIL ottimale sarà raggiunto ugualmente, non tagliando il debito bensì facendo crescere il prodotto, rilanciando inoltre l’economia e al contempo scongiurando anche l’inasprimento delle disuguaglianze sociali. La botte piena e la moglie ubriaca insomma. Ostry, Loungani e Furceri (gli autori del report) hanno quindi scoperto la soluzione alla piaga economico-finanziaria che affligge il pianeta terra? Niente affatto. C’è gente che queste cose le sta dicendo da quarant’anni – governi, organizzazioni non governative, economisti premi Nobel – sostenuti negli ultimi anni anche da un’accresciuta consapevolezza della società civile. Se pero il mea culpa proviene dallo stesso Fmi – l’organizzazione che forse più di tutte a contribuito all’affermazione del dogma neoliberista – allora verrebbe da dire che siamo di fronte ad una vera e propria svolta epocale. Ahinoi non e questo il caso.  Alla redazione del report hanno partecipato – come appena evidenziato – solo tre persone, appartenenti per altro ad un singolo dipartimento (quello di ricerca), che è tutt’altra cosa rispetto al braccio operativo del Fondo. Quello che per capirci vola di paese in paese a dispensare pillole di saggezza economica (i cd economic hitmen raccontati da John Perkins). Ergo, probabilmente siamo ancora ben lontani da un cambio di rotta significativo nell’operatività del Fondo, ma già il fatto stesso che questo report sia stato reso pubblico (per stessa ammissione degli autori ciò non sarebbe potuto accadere cinque anni fa) ha certamente manifestato un’evidente frattura nella stessa struttura interna dell’organizzazione.  E questo non può che farci ben sperare.