Scintille e colpi di sciabola è ciò a cui abbiamo assistito in questi giorni. I due soggetti politici belligeranti, Renzi e Juncker, hanno acuito un clima di tensione che si trascinava già da tempo, precisamente dai giorni in cui la legge di stabilità italiana era stata vagliata dalla Commissione. Una legge di stabilità che, insieme alla riforma del lavoro, vira bruscamente in direzione di una flessibilità economica di cui Juncker si ritiene padre. “La flessibilità l’ho introdotta io” tuona il Presidente della Commissione. Evidentemente, degli anni 80′ e della signora Thatcher, non è rimasto nulla.

La direttiva del Bail-in, entrata in vigore il 1 gennaio con l’intento di armonizzare la materia dei salvataggi bancari all’interno dell’Unione, è il principale punto di attrito di questi giorni. L’atto europeo si pone in una posizione di aperto contrasto agli aiuti statali alle banche, responsabili delle loro attitudini al moral hazard. La direttiva si scontra con il piano di salvataggio italiano di quegli istituti in difficoltà attraverso il veicolo delle bad bank; essendo la direttiva priva di efficacia retroattiva, i 500 miliardi di aiuti pubblici alle banche tedesche che si sono susseguiti dal 2008 in poi non entrano nell’occhio del ciclone.

Aiuti di Stato sì, aiuti di Stato no. E’ questo il tema delle prime pagine di inizio anno. Nonostante al vertice della Commissione vi sia un uomo che, durante la sua carica governativa nel suo Stato di origine, non abbia certo disdegnato quell’aiuto pubblico che oggi, mentre ricopre la massima carica del principale organo legislativo dell’Unione, si affanna a condannare.

Juncker è stato per 18 anni il primo ministro del Granducato di Lussemburgo. Incarichi di questa durata fanno pensare a quell’antica concezione paternalistica dello Stato che spadroneggiava nell’Europa centrale dei secoli scorsi. Il Lussemburgo è da sempre considerato un paradiso off shore, meta privilegiata dei capitali in cerca di un’allocazione poco dispendiosa. Ancora oggi detiene il 12% dei capitali in fuga a livello globale. Punto forte: i servizi fiscali elargiti a persone fisiche o giuridiche non residenti nel Granducato. Analizzando la normativa fiscale lussemburghese non si notano grandi favoritismi: se in Italia l’IRES si attesta al 27,5%, l’equivalente lussemburghese varia dal 20% al 21%, senza considerare le imposte comunali. Condizioni più favorevoli, certo, ma senza che vi sia quell’abisso che vado a giustificare quel 12% di capitali prima citato. Ed è qui che entrano in gioco gli aiuti di Stato. Alla base dello scandalo luxleaks che ha coinvolto 340 fra aziende, multinazionali e banche non vi sono certo le aliquote ufficiali. E’ stata conclamata, nel caso di FCA e di Starbucks, la concessione di aiuti di Stato da parte del Tax Office lussemburghese. (1)

Attraverso i tax rulings gli Stati stimano l’ammontare di tasse che le aziende dovranno versare nel caso decidessero di investire nel loro territorio. Nel caso del Lussemburgo l’investimento non ha nulla a che fare con l’investimento produttivo, sia ben chiaro. Sono come delle contrattazioni private che di distaccano totalmente dai parametri fiscali ufficiali. Constatato che il Lussemburgo garantiva le migliori aliquote (a volte, secondo lo scandalo luxleaks, inferiori all’1%) si passava dal tax rulings al transfer pricing, forma anglofona per definire un classico trasferimento di fatturato da uno Stato all’altro attraverso l’uso di filiali interne al gruppo societario.

Il Commissario europeo per la concorrenza si è espressa con un palese imbarazzo quando furono definite le somme che FCA e Starbucks dovevano risarcire a causa dei questo artificio contabile. Artificio di cui Juncker, in virtù di quei 18 anni passati sul trono, non poteva non essere a conoscenza. Stabilite le somme tutto è tornato come prima. Del luxleaks nessuno parla più: il Parlamento europeo ha naturalmente bocciato l’apertura di una Commissione di inchiesta. Se così fosse stato avrebbe corso il rischio di esercitare una funzione ispettiva, come un vero Parlamento. Schultz, paladino della legalità finanziaria, non commenta. Nessuna procedura di infrazione è stata aperta nei confronti di uno Stato membro che, proprio nel cuore dell’Europa, è solito alla pratica del dumping fiscale. Sarà un caso, ma queste procedure si avviano solo con il consenso della Commissione.

(1) http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-10-21/la-ue-sanziona-fiat-e-starbucks-vantaggi-fiscali-illegali-lussemburgo-110411.shtml?uuid=AChz2WKB&fromSearch