Se privassimo la transazione economica fra un usuraio ed un debitore della diacronicità, non resterebbe altro che una transazione irrazionale. Perché mai un individuo dovrebbe ricevere una somma di denaro, solo per poi restituirla con gli interessi, cioè registrando una netta perdita? La tradizionale definizione della banca come istituzione che vende denaro non ci consente di sciogliere tale nodo. Tommaso d’Aquino, invece, quasi un millennio fa l’aveva allentato. Ciò che l’usuraio e, derivativamente, la banca vendono non è il denaro ma il tempo, e più in particolare il tempo e le possibilità che intercorrono fra la contrazione del debito e la sua estinzione. Il tempo ci consente di comprendere cosa rende razionale lo scambio che, sincronicamente considerato, sarebbe semplicemente un nonsenso economico. Ma se il tempo può essere venduto, allora esso è a pieno titolo un bene. E basterebbe fare riferimento alle innumerevoli espressioni metaforiche, sempre denotative dell’umana concezione dei propri oggetti materiali o teorici, per accorgersi di come questa elaborazione concettuale sia ben radicata nell’humus del nostro linguaggio e della nostra cultura. Si invita, infatti, a non ‘perdere tempo’ perché ‘il tempo è prezioso’, oppure ci sono soluzioni che consentono di ‘guadagnare tempo’ – e chi non optasse per queste, solo ‘perderebbe il suo tempo’ oppure avrebbe del ‘tempo da vendere’. Perché, non lo si dimentichi, ‘il tempo è denaro’.   Se Tommaso condannava l’usura come peccato in quanto furto del tempo appartenente a Dio, possiamo allora, con uno sguardo diverso, chiederci oggi che cosa con questo tempo sia (venialmente?) rubato, che cosa costantemente l’umanità perda nel suo commercio con un divino spodestato.

Oltre a perpetui preventivi, banche, mutui et similia, basta prendere in considerazione l’appello ai servizi di professionisti, figli della divisione del lavoro, che sostituiscono quelle che una volta sarebbero state mediazioni sociali. Anziché comprare una casa entrando in un duraturo e temporalmente dispendioso rapporto di indebitamente morale con i vicini, è più comodo e sbrigativo il riferimento all’agente immobiliare che con un sovrapprezzo consente di portare a termine in fretta la transazione. Lo stesso varrebbe per la lavanderia, gli psicanalisti, la prostituzione ed infiniti altri. Ciò per cui quel sovrapprezzo sta è la fatica che sarebbe stata impiegata nel procurarsi personalmente i risultati desiderati, uno sforzo che sarebbe costato tempo (ma non denaro). Se, in fondo, si preferisce pagare denaro al posto del tempo è perché il tempo stesso è ritenuto avente valore e tale valore è determinato anche dalle possibilità che il tempo guadagnato consente di sfruttare alternativamente – qui il circolo vizioso tempo-denaro è evidente. Il tempo usato è sempre un costo-opportunità che avrebbe potuto essere impiegato per creare reddito, per esempio facendo gli straordinari, oppure con lavori part-time, o, solo al limite, con attività ‘a tempo perso’. La coltivazione della socialità o di attività autenticamente edificanti sono sempre minacciate dalla performance degli altri, che nel contempo possono far fruttare il proprio tempo più di quanto non lo facciamo col nostro, rivelando così che il tempo infruttuoso non è semplicemente una pausa di stallo ma una retrocessione rispetto ai competitori che avanzano – quelli che non hanno tempo da perdere.

Ma cos’è il tempo di cui queste pratiche ossessivamente parlano? Quale il tempo in riferimento al quale esse si costituiscono e dal quale dipendono? Sarebbe sufficiente un attimo di tregua, una breve sosta nel pensiero per riconoscere che questo incessante sproloquio della modernità è possibile solo a partire da una sostanzializzazione del tempo. Il tempo è concepito come un ente che scorre inesorabilmente, che ci travolge nella sua fredda incombenza e lascia accozzaglie di cadaveri nel suo alveo. Noi non sappiamo pensare il tempo se non come un con-tempo, cioè un medesimo tempo identico per tutti, che dev’essere impiegato proprio perché l’ozio è lo sperpero di un bene gratuitamente concesso quanto prontamente estorto. Se la sosta nel pensiero si prolungasse ancora un po’, subito balzerebbe all’occhio come questo tempo sia esclusivamente il tempo dell’orologio, il quale deve partire imprescindibilmente da infinite premesse assiomatiche ed ingiustificate, ovvero l’irreversibilità del tempo, la sua misurabilità implicante l’omogeneità di istanti identici e, ancora, il tempo come entità – e nemmeno Baudelaire o Apollinaire hanno saputo sottrarsi a quest’immagine. Ma l’orologio è solo ciò che misura il tempo, dunque esso non è il tempo. Eppure il nostro concetto di tempo, in un’inversione fra indicante ed indicato, coincide tout court con il tempo creato dall’orologio, un tempo deforme nella sua perfetta identità, nella fredda e incrollabile simmetria. L’orologio è solo un oggetto; la sua misura uno stato di cose. Quando si chiede “che ora è?” si intende implicitamente solo quale sarebbe lo stato di orologi concordi se osservati in quel momento – nessuno infatti potrebbe rispondere senza consultare l’orologio, il telefono o senza immaginare cosa leggerebbe se vi guardasse.

Ritorniamo, allora, sui nostri passi: se non si può che vivere in questo delirio, qual è il tempo perduto, o meglio i tempi perduti? Il primo tempo perduto è il tempo dell’edificazione. È solo nella rivoluzione industriale inglese che germina la nozione di tempo libero in contrapposizione al tempo occupato. Sarebbe ottusamente borghese considerare il tempo antecedente ai turni in fabbrica, il tempo prima della legiferazione degli istanti collettivi come inattività, ozio o tempo sprecato perché improduttivo. La settimana lavorativa di cinque giorni, il tempo più sbiaditamente segnato dal giorno e la notte erano la culla di socializzazione, aiuto reciproco e lavori informali, educazione dei minori, divertimento; queste attività equivalgono alla creazione di identità, individuali e collettive, di cultura e, ambiziosamente, vorrei dire di senso – e del senso, con la mestizia di noi tutti, non può esservi alcun surrogato economico. Il secondo tempo perduto, infine, è il tempo dell’esistenza. “Che ‘ora’ è?” è sinonimo di “quale ‘adesso’ è?”, poiché l’orologio non può che indicare il presente. Così, nel totale fraintendimento del tempo dell’orologio con il tempo in quanto tale, acquisiamo il passato ed il futuro solo come proiezioni di altri punti-ora, come allora-di-un-ora. Questo chiasmo di prima e poi che stritola in un eterno presente abortisce preventivamente ogni senso di un tempo cairologico in forza di quello cronologico, nonché ogni possibilità autentica di rapportarsi, o meglio appropriarsi, del proprio futuro e del proprio passato, cioè del proprio tempo. Ma ciò è possibile solo se, in ultima analisi, scorgiamo che noi siamo la temporalità.

Nessun lieto fine di un tempo ritrovato, di un viatico per riprenderci qualcosa che l’affollamento del mondo ci ruba; solo un finale amaramente tragico, che sussurra che ciò che è perso con il tempo è il senso autentico della possibilità, ciò che è perso con la possibilità è il senso autentico della nostra esistenza – prima e dopo Tommaso un peccato mortale, ma peccato sempre più sbiadito di chi ormai non e-siste più per poterlo commettere.