Molte pagine sono state scritte sul ruolo svolto dall’innovazione tecnologica nella vita dell’uomo, come motore propulsivo del miglioramento della qualità della vita. Potremmo dire che progresso tecnologico e benessere dell’uomo procedono a braccetto, essendo il secondo, secondo la visione predominante, interamente dipendente dal primo. Dal telefono al frigorifero, l’uomo ha incessantemente posto la propria intelligenza al servizio della comunità per operare definitivamente quel balzo in avanti che lo slegasse dalla contingenza a cui è sottoposto il regno animale. L’obiettivo dell’affannosa ricerca tradotta in invenzioni tecnologiche è stata ed è risparmiare tempo ed energia (fisica e mentale) al fine di preservare sé stessi dal logorio della vita e ridurre al minimo gli sforzi, lasciare che computer e robot lavorino al posto dell’uomo svolgendo dalle operazioni più semplici (come sbucciare la mela) alle più complesse per riguadagnare tempo. I media elettrici- che McLuhan definisce entusiasticamente “estensioni dell’uomo”- sono divenuti i nuovi occhi dell’individuo, sono un’estensione della sua fisicità e mente,  (un quinto arto, un secondo cervello) e ne hanno potenziato a dismisura le facoltà. E se i progressi raggiunti fino ad oggi dalla tecnologia appaiono sorprendenti, è solo con la rivoluzione digitale degli anni Novanta che si fa più vicina l’utopia del superuomo tecnologico, che forse più uomo non è.

La rivoluzione digitale ha annunciato in linguaggio HTML e a suon di bytes la fine della schiavitù dell’uomo e l’inizio per lui di una nuova sfolgorante era. Non solo un uomo dall’esistenza facilitata, interconnessa e tridimensionale- e forse immortale- ma soprattutto libero dalle pesanti catene imposte dal capitalismo. L’avvento del Web mette fine all’epoca fordista- triste capitolo della storia operaia- per aprirne una tutta nuova: quella, appunto, post-fordista. La catena di montaggio introdotta da Ford nella sua fabbrica fu l’applicazione delle idee dell’ingegnere Taylor, che per primo pensò che principi scientifici potessero essere applicati al lavoro. Divisione verticale  e orizzontale del lavoro, sostituibilità dei lavoratori permisero di incrementare la produttività ma a caro prezzo: l’autonomia del lavoratore. I lavoratori furono ridotti ad automi, privati dell’autonomia e del potere decisionale, senza prospettive di crescita delle competenze, destinati a replicare giorno dopo giorno gli stessi identici gesti: macchine tra le macchine. Internet ha offerto per la prima volta nella storia dell’umanità spazi di autonomia fino ad allora inimmaginabili. Metafora di una nuova era per l’umanità, Internet è il mondo del “tutto è possibile”. La globalizzazione ha abbattuto distanze e confini che prima separavano gli individui e il dialogo, le connessioni, gli spostamenti appaiono più immediati;le gerarchie sociali, politiche ed economiche si appiattiscono in un mondo che regala a tutti il diritto di parlare, associarsi liberamente. La rivoluzione digitale ha altresì inaugurato l’era della cornucopia: l’economia si sbarazza dei vincoli di scarsità, promettendo ricchezza senza fine grazie alla possibilità di produrre e distribuire a costo zero un’infinità di prodotti e servizi immateriali e creare dal nulla nuove industrie.[1] La rete come mai era avvenuto in passato è luogo di scambio di beni materiali ma soprattutto immateriali, piattaforma di incontro, fucina creativa, veicolo di idee e messaggi. Eclissato il modello di fabbrica fordista, il modello propugnato è quello del lavoro autonomo. Soppresse quasi del tutto le gerarchie, i lavoratori hanno spazi sempre più ampi di autonomia, possono gestire il proprio tempo e lavoro, lavorando anche comodamente da casa. Il lavoratore è imprenditore di sé stesso, è il motto.

I guru della New Economy riassumono le mirabilia del Web in due parole chiave:: libertà e ricchezza. Il web offre, per la prima volta nella storia dell’uomo, la possibilità a chiunque di esprimersi. Non serve essere giornalisti professionisti per fare i reporter, né scrittori dotati per pubblicare un libro, né ancora cantanti per girare un video e caricarlo su youtube. Il web è l’esaltazione dell’amatorialismo, è la libertà di esprimersi ai massimi livelli. Non solo. La rete promette ai più capaci- o fortunati- di trasformare un sito web in ricchezza. Numerosi gli articoli in rete che riportano la storia di chi, dal nulla, ha guadagnato milioni di dollari aprendo un negozio online ed altrettante numerose le guide che spiegano passo dopo passo come fare di Internet una fonte di reddito. E perché non provarci? Dopotutto il miliardario Zuckenberg ha iniziato così…Jeremy Rifkin, economista di fama mondiale, nella sua ultima fatica The End of the Capitalism afferma senza mezzi termini che il capitalismo ha i giorni contati. “The capitalist era is passing… not quickly, but inevitably. A new economic paradigm — the Collaborative Commons — is rising in its wake that will transform our way of life- dice Rifkin- Hundreds of millions of people are transferring bits and pieces of their economic life from capitalist markets to the global Collaborative Commons. Prosumers are not only producing and sharing their own information, entertainment, green energy and 3D-printed goods at near zero marginal cost and enrolling in massive open online college courses for nearly free, on the Collaborative Commons. They are also sharing cars, homes, clothes, tools, toys, and countless other items with one another via social media sites, rentals, redistribution clubs, and cooperatives, at low or near zero marginal cost.”[2] Proprio l’economia a costo zero a cui la rete ha consentito di nascere e moltiplicarsi, ucciderà il capitalismo.

La fine annunciata del capitalismo non è che la sua evoluzione 2.0. Se il futuro è il web e le fabbriche sono il passato, il capitalismo non muore ma cambia forma. Può assumere la forma confortante di un tweet o quella divertente di un app per l’i-phone, ma resta capitalismo. L’imperativo è sfruttare e vendere. E perfino l’economia del gratuito alla quale accenna Rifkin altro non è che un abile trucchetto con il quale le grandi aziende (Google e Microsoft in primis) si fanno la guerra per sottrarsi fette di mercato. I programmi e le applicazioni free, ovvero gratis, non lo sono mai completamente. E perfino nei servizi che agli internauti appaiono totalmente gratuiti- un dono della rete- fanno entrare milioni di dollari nelle tasche degli azionisti. Il meccanismo di sfruttamento della forza lavoro- una forza lavoro meno tutelata, meno retribuita e in una certa misura più alienata rispetto all’operaio fordista- permane. I knowledge workers, che per primi avrebbero dovuto beneficiare delle opportunità della rete, risultano invece i più penalizzati, colpiti dalla precarietà, dalle retribuzioni al ribasso, dalla concorrenza dei “dilettanti” della rete. Scrive Carlo Formenti in “Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro”: “E’ vero che la rete ha favorito la nascita nuove forme di cooperazione sociale per la produzione di beni non commerciali, ma è altrettanto vero che il capitale le usa per appropriarsi sistematicamente di risorse che in precedenza godevano dello status di commons immateriali sottratti al dominio del mercato, nonché per sfruttare il lavoro gratuito di milioni di prosumers connessi via Internet. Il nuovo modo di produzione- afferma l’autore- resta a tutti gli effetti capitalistico.” Ad oggi, ci sono solo due categorie che macinano utili grazie al Web (in barba alle promesse di ricchezza per tutti e mentre la forbice tra ricchi e poveri del pianeta si allarga a dismisura): le grandi aziende che controllano le maggiori società tecnologiche (Google, Facebook,..) e coloro che sfruttano o abilmente manipolano la credulità dei prosumers. Tra questi si annoverano non solo gli autori di fantomatici manuali su come diventare ricchi con un sito web, su come diventare SEO specialist o fare del marketing online il proprio secondo lavoro; vi rientrano di pieno diritto anche coloro che attingendo a pieni mani dalla rete dell’abbondanza, sfruttano il lavoro gratuito di prosumer ignari (alla faccia dell’etica e della proprietà intellettuale) spacciandolo per il proprio. A questi e solo a questi la ricchezza, a loro-i prosumers- la gloria di un like.

[1]Carlo Formenti: “Felici e sfruttati. Capitalismo digitale e

[2]http://www.huffingtonpost.com/jeremy-rifkin/collaborative-commons-zero-marginal-cost-society_b_5064767.html