In questi giorni la riunione dei rappresentati permanenti dei 28 paesi della UE (Coreper) ha confermato l’estensione delle sanzioni economiche nei confronti della Russia fino a gennaio 2016. Un’estensione che era stata auspicata attraverso grandi proclami al recente G7 in Germania, dove gli Stati Uniti si erano sincerati della buona fede dei propri alleati. Eppure i risultati degli ultimi decenni dovrebbero portare le nostre classi dirigenti a riflettere sul sistema delle sanzioni economiche e su i loro reali successi, specialmente nel caso di effetti boomerang come per l’Italia. Fino ad ora le sanzioni economiche sono sempre state giustificate dalle leadership occidentali come un metodo di pressione contro regimi criminali o Stati che attuano comportamenti non in linea con la comunità internazionale (che i nostri fanno sempre coincidere con le nazioni occidentali). Non potendo arrivare in certi casi al conflitto armato, si è spesso scelto di applicare delle restrizioni al commercio o a singoli settori industriali. Ma al di là della retorica politica i risultati ottenuti sono sempre stati abbastanza deludenti, come nel caso iracheno e iraniano. Nei primi anni ’90 si decise di punire il regime di Saddam per l’invasione del Kuwait e gli atti criminali del governo iracheno, ma l’embargo economico finì solo per penalizzare la fascia più povera della popolazione, mentre il dittatore rimase saldamente al potere fino alla guerra del 2003. Anche le sanzioni adottate nei confronti dell’Iran hanno conseguito risultati assai modesti e discutibili, finendo solo per ottenere un leggero rallentamento dell’estensione dell’influenza iraniana. Di sicuro non hanno minato il regime teocratico degli ayatollah, né hanno fermato il programma nucleare (hanno ottenuto molto più effetto i sabotaggi degli israeliani e degli Usa). Infatti una delle conseguenze collaterali delle sanzioni è proprio il rafforzamento delle classi dirigenti avversarie, le quali possono fare leva sul nazionalismo e scaricare le proprie inadempienze economiche su i nemici esterni. A questo effetto va sommato il danno economico che è derivato per le nostre aziende implicate negli affari iraniani, dato che l’Italia era il primo partner commerciale a livello europeo.

Il caso più emblematico rimane però quello russo in seguito alle vicende ucraine del 2014. Non potendo applicare le sanzioni tramite l’Onu (la Russia ha potere di veto), l’Occidente ha scelto unilateralmente di colpire determinati settori dell’industria russa con risultati assolutamente scarsi. Infatti la recessione che sta attanagliando la suddetta nazione deriva principalmente dal calo del prezzo del petrolio e dalla fuga di capitali iniziata un anno fa. Nonostante i titoli roboanti dei nostri mass media le sanzioni hanno portato ad un rafforzamento del consenso di Putin, oltre che un danno a livello geopolitico ed economico per l’Europa. Con una mossa giudicata deleteria anche da americani come Kissinger, la UE ha spinto la Russia nelle braccia della Cina, rafforzando quel fronte orientale poco affine all’Occidente, che ormai si può permettere una plateale derisione degli Usa & company. Inoltre le ripercussioni per le aziende europee sono state abbastanza evidenti, specialmente per quelle italiane. Infatti una delle verità nascoste dai nostri leader riguarda l’effetto della Globalizzazione sulle sanzioni in atto; in un mondo con numerose potenze in ascesa, le restrizioni praticate dall’Occidente perdono sempre più di efficacia, dato che Putin e altri possono rivolgersi alla Cina, all’India, al Sud America, ecc. per sostituire i prodotti occidentali. Cosa che sta avvenendo per il mercato ortofrutticolo italiano, il quale ha subito notevoli danni. Senza contare poi che il mondo degli affari trova sempre molteplici vie per trafficare con i paesi sanzionati, attraverso triangolazioni, prestanome e paradisi fiscali, mentre le poco furbe imprese italiane rimangono al palo guidate da gente più realista del re… Insomma, nel giro di due/tre anni la Russia dovrebbe essere in grado di annullare quasi completamente anche i minimi effetti delle sanzioni, dimostrando platealmente non solo l’inefficacia del metodo fino ad ora adottato, ma anche la stolta politica economica perseguita dall’Unione Europea.