Di problemucci le banche, da un po’ di tempo a questa parte, ne hanno provocati a valanghe. In generale sono dovuti alla tendenza tutta finanziaria di privatizzare gli utili, per poi socializzazione le perdite in caso di azzardi speculativi fallimentari da parte della banca; come? Basti pensare ai numerosi (e carissimi) finanziamenti made in Bce che negli anni sono arrivati a rimpinguare le casse bancarie di mezza Europa, pagate ovviamente con le tasse dei cittadini. A seguire sono arrivate diverse minacce di prelievi forzosi, fino a quando dalle parole si è passati ai fatti: chiamatelo, se volete, Bail-in. Di che cosa si tratti ce lo ricordiamo bene tutti: un provvedimento in vigore da quest’anno in base al quale, in caso di dissesto bancario, a pagare i debiti di un istituto siano, oltre gli azionisti e gli obbligazionisti (il che è pur giusto, non posson mica star lì a dividersi soltanto gli utili), anche i poveri correntisti con depositi superiori ai 100.000 euro, che hanno la sola colpa di esser clienti.

Che la cosa risulti essere una “corazzata potemkin” bancaria, ossia una “cagata pazzesca”, lo ha capito perfino il governatore della Banca d’Italia, Visco, che osserva: «il bail-in è figlio di una costruzione europea irregolare, incompleta, che richiede, per la sua stessa sostenibilità, di essere integrata con gli elementi mancanti». Che questa non fosse una soluzione efficace infatti, lo si poteva immaginare ben prima della crisi delle piccole banche e della rapina a danno dei contribuenti. Manovre di questo tipo, oltre a non risolvere affatto i problemi e le lacune degli istituti, hanno fatto sì che gli italiani (o almeno quei pochi a cui è rimasto ancora qualche spiccio in tasca), optino sempre più per il famigerato materasso, ben guardandosi dal mettere finanche un nichelino in banca. Questa (ben giustificata) sfiducia nel sistema bancario spinge sempre più le persone ad investire o comunque spendere i sudati guadagni, se non addirittura paradossalmente aumentare l’evasione ed il ricorso al “nero”.

Il fulcro del problema lo ha infatti ben inquadrato Visco, parlando di “costruzione europea irregolare”, la stessa che, oltre ad averci imposto una moneta non nostra e che prendiamo a prestito, ha anche eliminato la sostanziale differenza fra banche commerciali e banche di investimento. Il riferimento va all’approvazione del testo unico bancario, risalente al 1993, che abrogava di fatto una nostra fondamentale riforma bancaria del ‘36. quest’ultima, approvata in seguito alla crisi del ‘29 ed alle pesanti ripercussioni che ebbe sul sistema finanziario, economico e sopratutto sociale, volle distinguere le due principali funzioni bancarie: quella imprenditoriale da quella di investimento. La prima divenne propria delle banche comemrciali, quelle ossia specializzate nella sola erogazione di prestiti e denaro a famiglie ed imprese, una funzione fondamentale atta a rilanciare e sostenere consumi ed investimenti. L’attività di “investimento” era invece interessata alle attività finanziarie e dunque, per forza di cose, speculative. Questa distinzione ha fatto sì che, per decenni, anche in caso di azzardatissime scommesse finanziarie il risparmio dei cittadini rimanesse salvo. Senza di esse? Si arriva, non a caso, alla crisi mondiale del 2008. Eppure sarebbe tanto facile, se gli istituti bancari si impegnassero nella sola attività commerciale, guadagnerebbero sicuramente di meno, e poco alla volta nel lungo termine, ma si tratterebbe di un’attività sicura e a basso rischio. Sarebbe, se si vuole, una banca a misura d’uomo.