L’attesissima visita del Papa negli States, conclusasi domenica sera dopo giornate di visibilio per l’intera nazione, si è svolta all’insegna dall’usuale clamore mediatico, con sovrabbondanza di prime pagine, slogan e titoloni. Il Papa antiliberale nella terra più liberale di tutte. Il Papa peronista e socialisteggiante nella terra del grande capitalismo e della fede incondizionata nel libero mercato. Ovviamente, quelle in merito al Papa tendono ad essere categorizzazioni facili, e perciò da rifuggire, modellate dall’abilità manipolatrice dei media che fanno leva sul messaggio, a onor del vero, non sempre chiaro e netto (gesuitico, si direbbe) di Francesco. Quale sia l’esatto pensiero del Papa in ambito socio-economico nessuno l’ha ancora capito. Nella fumosità del dibattito mediatico molti, soprattutto da ambienti sinistrorsi, si affannano a tirarlo per la talare mentre altri, dai salotti liberali, si incaponiscono a criticarlo senza troppe riverenze. I redivivi cattocomunisti, gli ambientalisti e i radical chic ne acclamano il messaggio, a loro dire, rivoluzionario, dalle venature, sempre a loro dire, marxisteggianti e egualitariste. I liberali di destra si mantengono, da parte loro, su posizioni cautamente o apertamente critiche. C’è chi, assumendo toni ponderati, non vede nella riflessione socio-economica di Francesco una critica aprioristica del libero mercato, bensì un invito, forse troppo benecomunista, ad un capitalismo purificato dalle logiche della massimizzazione del profitto. Altri, invece, considerano l’Evangelii Gaudium e la Laudato Si alla stregua di due manifesti biecamente anti-capitalisti e anti-liberisti, una sorta di ignorante concentrato di tutti i luoghi comuni possibili contro gli inoppugnabili benefici dei free markets. Vuoi perché il Papa è, in fin dei conti, un argentino che di economia non ci capisce molto (come lui stesso ha confermato); vuoi perché è argentino e quindi ha un’idea distorta di capitalismo, lontana anni luce dal virtuoso capitalismo nordamericano; vuoi perché è argentino e quindi è inevitabilmente anticapitalista e basta. Su queste linee si muovono le analisi dell’Acton Institute, think tank americano pro-mercato di ispirazione cristiana, e dell’Istituto Bruno Leoni, bastione liberale nostrano. Ad esempio Lottieri, del Bruno Leoni, legge la Laudato Si di Francesco non semplicemente come un’enciclica green, ma come un pericolosissimo attacco alla proprietà privata. D’altro canto, dalla sede dell’Acton di Roma non hanno esitano a definire Francesco un popolista alla pari di Donald Trump per la sua presunta opposizione alla globalizzazione. Eppure, quasi a sconfessare le lingue ardite, il Papa ha dichiarato, proprio a Philadelphia, che la globalizzazione è cosa buona e giusta purché non livelli le identità dei popoli e delle nazioni. Così come aveva ribadito, nella Evangelii Gaudium, che il business è una vocazione nobile purché “l’imprenditore si lasci interrogare da un significato più ampio della vita” (203). D’altronde, se si legge la Laudato Si nel suo insieme, rifuggendo la tentazione di liquidarla dopo i primi paragrafi come un insieme di banali riflessioni ecologiste, è difficile trovarvi una critica all’economa di mercato in sé. I toni saranno pure più cauti e meno entusiasti della Centesimus Annus di Giovanni Paolo II ma leggere nella Laudato Si un endorsement allo statalismo o al socialismo suona esagerato, se non intellettualmente disonesto. Considerazioni probabilmente sufficienti a scontentare no-global e gauchisti, ma non a rasserenare gli animi liberomercatisti. Forse, si potrebbe cogliere un che di distributista nel ragionamento di Francesco, come sembrerebbero suggerire le seguenti righe della Laudato Si: Le autorità hanno il diritto e la responsabilità di adottare misure di chiaro e fermo appoggio ai piccoli produttori e alla diversificazione della produzione. Perché vi sia una libertà economica della quale tutti effettivamente beneficino, a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. La semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica”. Ma sarebbe probabilmente avventato chiamare in causa Chesterton e Belloc. Così come ci sembra un’imprudenza incasellare in maniera categorica il pensiero economico di Francesco, benché sia possibile rilevare due punti su cui il Papa pare avere le idee chiare. In primo luogo, la critica netta allo strapotere della finanza e al salvataggio delle banche da parte delle autorità statali, aspetto, quest’ultimo, condiviso peraltro da molti liberali tra cui lo stesso Lottieri di cui sopra. Da notare che l’atteggiamento di biasimo rispetto al sistema finanziario non implica necessariamente una chiusura all’economia di mercato, giacché un conto sono i profitti sullo scambio di beni e servizi, un altro sono quelli su prodotti finanziari più o meno utili al progresso dell’umanità. D’altro canto, fino a che punto la Dottrina Sociale della Chiesa consideri legittimi i guadagni puramente finanziari, in particolare quelli speculativi, non è chiaro, checché ne dicano coloro che considerano la condanna scolastica del prestito ad interesse come irrimediabilmente superata. In secondo luogo, il Papa appare fermo nella sua critica ad una “concezione magica” e fideistica del mercato quale inconfutabile strumento di progresso economico. È vero che l’economia fiorisce laddove fiorisce il mercato (quello reale, non quello finanziario). Ma è pure vero che i market failures esistono eccome; così come è vero, per dirla alla Sandel, che i mercati non sono affatto moralmente neutri. Ciò detto, speriamo di non aver tirato la talare al Papa anche in questa sede.

Riferimenti:

http://www.acton.org/pub/commentary/2015/09/09/francis-trump-populist-nexus

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=16865

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-usa-43614/