È un fatto universalmente riconosciuto che quasi tutte le nazioni sviluppate abbiano un debito pubblico di estese proporzioni, ma è anche vero che non sempre ciò è causa di preoccupazione per i governi in carica: alcuni paesi, infatti, non si sentono schiacciati da quell’enorme massa di denaro inesistente, poiché sono certi che saranno in grado di ripagare quanto dovuto oppure, qualora non riuscissero a reperire la liquidità presa in prestito, sanno che le conseguenze che dovranno affrontare non saranno particolarmente dolorose. In questo caso il loro debito pubblico si potrebbe definire sostenibile. Altri Stati, invece, oppressi dal debito, purtroppo non possono fare altro che tentare di reperire i fondi necessari al pagamento mediante politiche di austerità, volgarmente definite di “macelleria sociale”. Il loro debito pubblico è insostenibile e, una volta sprofondati in questo circolo vizioso, dopo un po’ saranno costretti a fare default, a dichiarare bancarotta, con gravissime conseguenze.

Un esempio che calza a pennello per quanto concerne il primo caso è il Giappone. Il Paese del Sol Levante ha un debito che misura circa il 250% del PIL, tuttavia ha una moneta sovrana e forte (grazie alla domanda interna) che può essere svalutata in qualsiasi momento, ha dei tassi di interesse molto bassi (1-1,5%) e soprattutto i detentori del debito (almeno per il 75%) sono i giapponesi stessi. Questo permette al paese dell’Imperatore di non giacere prono alle pretese dei grandi banchieri globali. Al contrario, la Grecia è l’esempio principe per il secondo caso, anche se pure l’Italia si presta bene. Abbiamo un debito pubblico “soltanto” attorno al 130% del PIL ma siamo comunque costretti all’austerity e, più recentemente, anche al bail-in. Come mai? Innanzitutto per una questione di spread e di interessi sul debito: ogni anno paghiamo miliardi di euro che non abbiamo mai ricevuto. In secondo luogo, non abbiamo (più) una banca centrale prestatrice di ultima istanza. Ringraziamo per questo la buonanima di Carlo Azeglio Ciampi, che proprio in questi giorni sta ricevendo una sorta di “beatificazione laica” post mortem. Infine, unico punto a nostro favore, al 2013 gli istituti di credito privati, i famigerati hedge funds speculativi, detenevano meno del 40% del debito. Questo dimostra l’infondatezza di eventuali scenari apocalittici qualora uscissimo dalla moneta unica e ci riappropriassimo della sovranità monetaria e finanziaria. Non saremmo ricattabili, ma è anche vero che lo Stato Italiano costituisce un’eccezione nel panorama europeo: le banche e l’FMI possiedono oltre l’85% del debito greco, e circa il 60% nel caso della Germania e della Francia.  

Il libero mercato tende per natura all’autoregolazione; l’intervento dello Stato si limita esclusivamente all’evitare che i più potenti possano abusare dei più deboli, come, per esempio, nella fornitura di beni o servizi di pubblico interesse come la sanità, la ricerca o, per l’appunto, i finanziamenti. Il fallimento del mercato si verifica quando esso non è più “libero”, bensì manipolato e controllato da alcuni gruppi di potere che nell’ombra lo piegano al servizio dei propri interessi. L’atto di prestare denaro mette le gigantesche banche sovranazionali in una condizione di potere nei confronti di chi ha ricevuto il prestito e così pochi uomini tengono al guinzaglio intere nazioni.  Così come la Rivoluzione Industriale in Inghilterra fu favorita dallla Bank of England, che mantenne i tassi di interesse artificiosamente bassi, così l’Italia post-unitaria priva di infrastrutture iniziò il proprio percorso verso lo status di potenza economica grazie ai finanziamenti pubblici. Tutto questo avvenne principalmente dal 1896 in poi, soprattutto sotto il governo di Giovanni Giolitti. Tra le due guerre, la politica economica del Fascismo fu piuttosto deludente, se si eccettuano la Legge Mennichella del ’36, la rinegoziazione del debito operata dal Ministro Giuseppe Volpi e la costituzione dell’IRI.  Fu proprio l’Istituto per la Ricostruzione dell’Industria la struttura trainante del cosiddetto “miracolo economico” (che di fatto durò soltanto pochi trimestri alla fine degli anni ’50). Il segreto erano i bassi salari, una classe media consumatrice in ascesa che garantiva la domanda interna e una moneta svalutata che facilitava le esportazioni. Proprio come la Cina nei decenni 1990-2010.

Poi la macchina iniziò a rallentare, prima di arrestarsi del tutto. Per funzionare il sistema necessitava di materie prime a basso costo e dopo lo shock petrolifero del ’73 i prezzi dell’oro nero e di molte altre risorse schizzarono alle stelle. Il complesso delle esportazioni poteva reggersi soltanto o sui bassi salari (ma la qualità della vita dei lavoratori era salita troppo e occorreva delocalizzare per ottenere profitti decenti) oppure sulla qualità dei prodotti (e l’Italia aveva poche aziende in settori strategici). Tuttavia rimaneva comunque un fitto tessuto di PMI che rappresentava una colonna portante per l’economia italiana. Eravamo alla fine di un ciclo, come avrebbe detto Schumpeter, e così avvenne la stagione calda del ’68 che, con il suo motto “vietato vietare” apriva di fatto la strada ad un periodo di liberalizzazione non solo economica, sociale o culturale, ma una vera e propria “liberalizzazione ontologica” per usare una locuzione di Andrea Bonomi. Insomma, eravamo tornati all’età della pietra. Dopo almeno due decenni di benessere keynesiano ci fu il risveglio della belva neoliberista. Il tema della decadenza morale, culturale e spirituale della civiltà occidentale cominciò a diffondersi all’inizio del ‘900, ma il declino meramente economico iniziò negli anni ’80. Da allora tutti gli dèi sono morti e l’unico che regna incontrastato sulle loro macerie è quello del consumo, che governa col pugno di ferro. Poi è arrivato l’Euro che ha dato il colpo di grazia alla nostra economia.

Il sistema dello Stato banchiere non funziona in eterno, ma per cicli di al massimo vent’anni. Alla fine arriva sempre o la disoccupazione o l’inflazione eccessiva. In Cina il Partito lo ha capito, per questo sta riconvertendo il sistema delle esportazioni e delle costruzioni in modo da alimentare la domanda interna. Questo spiega le recenti turbolenze in borsa e il rallentamento della crescita del PIL. Difatti adesso è l’India che punta a soppiantare la Cina e a diventare l’hub dell’industria mondiale. In Cina stanno sorgendo diverse piccole e medie imprese e molte grandi industrie stanno investendo sull’innovazione tecnologica. Anche il settore della finanza mondiale non è stato trascurato, come testimonia la fondazione dell’Asian International Investment BankLa storia della Germania è simile. Non appena dopo la riunificazione (come dimenticare la frase di Andreotti: “Mi piace così tanto la Germania che preferivo quando ce n’erano due”), o meglio sarebbe più corretto dire anschluss, il governo abbassò il salario minimo per impostare un’economia basata esclusivamente sulle esportazioni. A questo serve l’Euro: a battere la concorrenza in Europa. Con questo trucco la Germania sta andando avanti, anche se non è priva di fragilità strutturali che rischiano di venire a galla. Un esempio? La Deutsche Bank, che sta attraversando “la più grande crisi della sua storia”, come afferma Der Spiegel.  Insomma, lo stato che finanzia la crescita economica non è la panacea per tutti i mali, ma un’ipotesi che, data la situazione attuale, i nostri governanti dovrebbero cominciare a prendere in seria considerazione.