L’Italia è il paese delle rivoluzioni a metà, magari celebrate in qualche sperduto e grigio tribunale o su un qualche segreto tavolo imbandito di Azzeccagarbugli e dove di certo non mancano i cortigiani di ieri, che si fanno traditori di oggi… Ma il Belpaese forse dovrebbe vantare, come anticipatore, un fenomeno che oggi sembra coinvolgere buona parte del raggio d’azione europeo: il populismo. In Italia quest’ultimo rimane una forma di indignazione anti-elitaria, anti-casta, ma come giustamente ci fa rilevare uno dei massimi studiosi di tale tendenza -Marco Tarchi- potremmo anche definirla un’ideologia dalle capacità liquide e camaleontiche, o meglio ancora una neo-ideologia al tempo del abbattimento totale del partito inteso come libero luogo di discussione e come scambio di idee. Il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini all’indomani della fine della Guerra inaugurò questo tipo di atteggiamento, fondamentale si dirà per capire l’ascesa che ha scombussolato l’equilibrio politico italiano alle elezioni nazionali del 2013, attraverso il Movimento Cinque Stelle. In realtà anche la caduta della Prima Repubblica, Tangentopoli e la prima fase del berlusconismo possono essere ascritti a casi di populismo. All’epoca, tra il 1992 e il 1994, Berlusconi seppe infatti cavalcare l’onda del consenso piena di sentimenti negativi, di manette e  monetine, contro la così detta “casta”. Chiariamoci: la Prima Repubblica non è scomparsa a causa del populismo, gli errori di quella classe dirigente erano ben noti e quando si aprì il vaso di Pandora tutti i nodi, a forza di custodie cautelari, vennero al pettine. Ma la reazione che ne seguì fu più preoccupante del fatto in sé perché varie sfaccettature di una mentalità populista si imposero nel nostro Parlamento: dai Bossi ai Di Pietro, dai girotondi al linguaggio televisivo del berlusconismo… L’espandersi nella pubblica opinione di sentimenti, umori e giudizi legati ad un certo tipo di mentalità all’epoca rientrarono e in questo fu abilissimo Berlusconi che cavalcò le opinion populiste. Questo accade perché l’immagine del partito azienda si distaccava dalle vecchie logiche di potere, Berlusconi stesso si presentava come “alternativo ai politici di professione”

Oggi queste tendenze sono ancora più forti, paradossalmente, dell’epoca di Tangentopoli e il grande successo di Grillo prima e di Salvini poi, ne sono una testimonianza. Lo stesso Renzi, il quale teoricamente è Segretario di un partito tradizionale per i canoni attuali, ha una componente populista a cui affida molta della sua comunicazione. Le ultime uscite del premier in chiave anti-Europa e pro-Italia (“a settembre, completate le riforme, andremo in Europa, non dico che faremo casino, ma quasi…”) e la chiusura verso il reddito di cittadinanza, che è un modo per scardinare un tipo di elettorato storico della sinistra italiana e al contempo agguantare quello più centrista e moderato, rappresentano gestioni del potere che rientrano perfettamente in un atteggiamento psicologico che se non è populista è sicuramente post-ideologico. La considerazione forse un po’ pessimista, eppure disincantata è che al tempo della crisi non è tanto il populismo quello che cresce in modo inarrestabile, quanto la mancanza delle sue possibili risposte: culture politiche di riferimento e idee per farlo rientrare nell’alveo delle sue fisiologiche percentuali elettorali. Quando però i fogli sono bianchi e la vacuità della politica e delle istituzioni si accentuano, ecco che il populismo prende piede

L’affluenza alle urne, anche dalle ultime elezioni, dimostrano tutti i limiti dell’offerta politica, ma ancora di più la confusione della stessa. Ed ecco che si è spinti a votare sull’onda degli scandali, delle ostriche pagate con i soldi dei contribuenti e di tutti quei fenomeni dilaganti di corruzione. Mancano i riferimenti, manca quella tensione ideale, ma anche quella contrapposizione se vogliamo personale e caricaturale tra berluscones e anti-berluscones che ha caratterizzato la Seconda Repubblica. Vi sono poi delle differenze: se il Movimento 5 stelle ha una forma di populismo che fa leva su posizioni politiche storicamente “di sinistra” come la questione morale, il reddito di cittadinanza, la lotta alla casta, l’onestà, lo scandalo dei vitalizi…tutte forme già sperimentate furbescamente dall’Italia dei Valori di dipietrana memoria, mentre la Lega di Salvini si connota più per un populismo di destra, anti-elitario ( e lo abbiamo visto quando il leader padano si è recato sabato sul palco dei giovani di Confindustria). Intendiamoci: la dialettica grillina è di tipo verticale; loro sono la casta, i politici corrotti, il potere, noi invece siamo il popolo che entra in Parlamento e propone il reddito di cittadinanza e l’onestà come moda per moralizzare i forti (loro) contro noi, i deboli (che siamo maggioranza e comuni cittadini). Ricorda molto la dialettica servo-padrone che già Marx aveva ripreso da Hegel per interpretare la storia in chiave borghesia-proletariato. Il Movimento 5 stelle, più che una continuazione, ne è una perfetta riproposizione.

Nell’altra sponda cambia solo il tipo di tensione, di dialettica, non più di tipo “verticale” cioè servo-padrone bensì di tipo “orizzontale”, nel momento in cui Salvini e i suoi spostano il conflitto all’interno della società civile e identificano ciò che è appartenenza, ciò che è comunità, ciò che è localismo contro la globalizzazione e le sue ripercussioni quali l’immigrazione e l’appartenenza a mondi percepiti come diversi e come “altri da sé”.  Sono operazioni ambedue di semplificazione, perché le realtà sociali sono molto più complesse e sovra-strutturate rispetto ai messaggi che i politici di oggi vogliono far trapelare. Il dramma è che i cittadini non riescono a riattivare una loro coscienza, un loro sistema immunitario. Si dirà che anche forme di politica più tradizionali non vi stiano riuscendo… e in effetti che cos’è il renzismo se non una prosecuzione dei Programmi della Commissione Europea con altri mezzi?