C’era una volta l’Arcadia, una terra verde e rigogliosa racchiusa fra le montagne selvagge della Grecia. Vi regnava il dio Pan, per metà uomo e per metà caprone, sempre accompagnato dal suo corteo di satiri e driadi. In questo immenso giardino non esistevano preoccupazioni: i frutti della terra crescevano spontanei e abbondanti, le greggi e gli armenti pascolavano in tranquillità donando il proprio latte ai pacifici pastori. Nelle acque placide e cristalline dei fiumi nuotavano le naiadi, ninfe delle acque: nude, libere, bellissime. L’Arcadia era un luogo perfetto, un idillio incantato dove ogni essere vivente abitava in perfetta armonia. L’uomo, gli animali, le divinità, gli spiriti delle foreste erano un tutt’uno con la natura. Questo mondo di pace e tranquillità è stato per secoli l’ispirazione di innumerevoli opere letterarie, dalla poesia ellenistica di Teocrito alle Bucoliche di Virgilio, dal poema di Jacopo Sannazaro fino ai lavori di John Keats. Grazie allo straordinario successo di questi e di altri capolavori, si è imposto nell’immaginario collettivo il modello di un pastore idealizzato, umile di fronte alla bellezza che si schiude davanti ai suoi occhi, felice di poterla celebrare con la musica del flauto. La vita dei campi viene individuata come via maestra per la felicità.

Oggi si è perso qualunque tipo di curiosità per questa rappresentazione. L’Arcadia non affascina più e ha smesso di essere la protagonista dei componimenti poetici. Di tale disinnamoramento ha parlato anche G.K. Chesterton, giornalista, romanziere e saggista prolifico, uno dei più acuti e pungenti critici della modernità, tanto da meritarsi il titolo di “principe del paradosso”. In un breve scritto intitolato “In difesa delle pastorelle di ceramica”, l’autore lamenta la scomparsa dell’entusiasmo per la vita arcadica, che è “oggi esposto al dileggio del realismo”. Quei pastori delle poesie sembrano appartenere ad una dimensione mitologica, figlia di un di di un gusto artistico ormai superato e pertanto totalmente priva di interesse per la contemporaneità.

Del resto “il sentimentalismo scialbo dell’ideale arcadico” è riconosciuto dallo stesso Chesterton; allo stesso tempo, lo scrittore afferma con convinzione che i pastori dell’Arcadia abbiano ancora qualcosa da dire al nostro mondo.

“Il concetto di pastore ideale è assurdo per la nostra mentalità moderna” scrive Chesterton, e senza dubbio la realtà economica che ci circonda è ben diversa da quello scenario di pace rappresentato nella poesia pastorale, che a noi appare artificioso e ingenuo. Eppure quello del Pastore Ideale è stato il solo mestiere del popolo a conquistare un posto accanto alle occupazioni dell’aristocrazia, pari a loro per nobiltà e importanza. La considerazione di cui hanno goduto nei secoli personaggi come Titiro e Amarilli non è seconda a quella di principi e sovrani.

“Senza dubbio il pastore della poesia bucolica era assai diverso dal pastore della realtà” ammette Chesterton, che però aggiunge: “Lungi dall’essere contrario al Pastore Ideale, vorrei che esistessero un Postino Ideale, un Droghiere Ideale e un Idraulico Ideale”. Da una parte dunque c’è l’immagine mitica, dall’altra gli uomini reali e le difficoltà del mondo in cui vivono e lavorano: in questo senso, l’idealizzazione ha il compito prezioso di elevare la realtà e di offrire un modello di comportamento e azione. Infatti, afferma Chesterton, “anche se nessun ideale cancella la terribile fatica e la noia legate ai dettagli sgradevoli di qualsiasi mestiere, quell’ideale esiste di sicuro sullo sfondo e fa sì che nell’insieme valga la pena sopportare sia la noia che la fatica”. Pertanto ogni lavoro dovrebbe potersi riferire ad una immagine di benessere e felicità, ad un esempio di vita capace di guidare le scelte ed ispirare, indipendentemente da quanto questa visione ideale sia effettivamente distante dal vero. Per Chesterton rifiutare questa idealizzazione e nobilitazione “dimostra che non siamo dei veri democratici”. Se adottassimo il nuovo punto di vista, infatti, la nostra percezione della realtà dovrebbe cambiare radicalmente. Cambierebbe anzitutto il modo di considerare le varie attività lavorative e di guardare a chi le svolge. Sempre più persone sono costrette a svolgere attività che l’opinione comune giudica umilianti e degradanti: vi sono costrette dalle esigenze economiche, dal disagio sociale, dalle disuguaglianze. La società vede in questi individui gli sconfitti, gli ultimi, come se il fatto di svolgere una mansione umile implicasse necessariamente una loro pochezza di spirito; come se alla bassezza del mestiere corrispondesse la bassezza del loro animo. Per poter dire con fermezza che non è così dobbiamo ribaltare la prospettiva. “E’ sciocco pensare che il villano se ne andasse in giro ricoperto di nastri, ma è meglio che saperlo vestito di stracci e rimanere indifferenti alla cosa” ragiona Chsterton. “Non possiamo infatti apprezzare le sfumature della vita umile finché le sue virtù ci appaiono disgustose quanto i suoi vizi, e le sue gioie cupe quanto le sue tristezze”. Se abbiamo a cuore i destini dei vinti della terra, dobbiamo dare ascolto a Chesterton e riprendere in mano il libri di poesia. Al rigore dei calcoli e delle statistiche dobbiamo sostituire il potere dell’immaginazione, che per lo scrittore inglese serve “non tanto a trasformare le meraviglie in fatti, quanto a convertire i fatti in meraviglie”. Una società e un’economia più giuste e umane passano quindi necessariamente per uno sguardo nuovo su quanto ci sta attorno: una lettura del mondo che ci permetta di dire, con Chesterton, che “in epoche caratterizzate dal predominio incontrastato degli ideali di potere e di civiltà più arroganti e complessi, l’ideale del contadino perfetto rappresentava senza dubbio, in una forma o nell’altra, il concetto che nella semplicità e nella fatica c’è dignità”.