Immigrati da sud, da est, da ovest. Clandestini e regolari da ponente e da levante. Storie molto poco di guerra e ben più di mafia. Di traffici umani, trasporti e nessun arresto. Siriani dai Balcani, libici, egiziani, nigeriani, congolesi e molti altri dall’Africa. Turchi via terra e dal Mediterraneo, e così via, fino a riempire la nostra Europa di centinaia di migliaia di “nuovi arrivati” ogni anno. Già, perché, come dice il comunista Rizzo: “questa immigrazione viene spinta dall’Europa e dalla finanza internazionale perché serve a distruggere le rigidità del mondo del lavoro. Gli immigrati vengono utilizzati come esercito industriale di riserva per abbattere le condizioni e i diritti dei lavoratori”.

Nel frattempo giornalisti e nuovi media non fanno passar giorno senza raccontarci storie di disperati, di fughe, di morte, di accampati e clandestini, sfruttando biecamente le immagini di famiglie ammassate e piccoli corpicini senza vita su una spiaggia. Servizi interminabili di decine di minuti per intervistare e narrare vicende il cui unico fine è strappar lacrime e dunque consenso buonista, ma sono lacrime amare e false, ipocrite, di chi per primo acconsente e permette la morte di centinaia di persone.

Vi sono poi ben altre storie che meritano di esser raccontate, prive come sono di lieto fine: quelle degli italiani disperati, sbandati e poveri in canna. Di bambini su bambini al di sotto della soglia di povertà, molto simili a quelli siriani di cui si racconta. Ma gli italiani non valgono la lacrima. Il tutto è spiegabile tramite l’atteggiamento diffuso da “buonista a tempo determinato”, quello ad esempio di chi fa al più pseudo volontariato una settimana l’anno andandosi a perdere nelle strade di Nairobi piuttosto che di Bali. Perché? Perché l’Africa è trendy e l’India è mistica. Perché la foto con un bambino africano significa un bel carico di like su Facebook e Instagram. Alla fine di quella settimana (quindi parecchie foto postate dopo) torneranno felici a raccontare il tutto ad amici e parenti, se non al mondo sempre grazie ai social di cui sopra. Qualche circolo culturale si sprecherà perfino nel pubblicare i loro quaderni di viaggio. Che eroi. Gli stessi che tolta quella settimana di “vacanza” e di “safari umano” non degneranno di uno sguardo un mendicante, e neppure daranno il loro impegno per far volontariato la restante parte dell’anno in strutture in Italia, dove fra l’altro son presenti tanto italiani quanto stranieri.

Ovviamente il capo di detti perbenisti non può che essere il nostro amato Pontefice, il quale tuttavia ha da tempo abbandonato la cura delle questioni morali e in materia di fede quale Vicario di Cristo per “pontificare” su faccende meramente politiche. In un Vaticano che da monarchia assoluta presto si avvierà a cambi “costituzionali” ed elezioni presidenziali, dove Dio sarà considerato alla stregua di un mero amministratore delegato. Non vi è infatti nemmeno più il Salvatore nelle parole di Bergoglio, che sempre più ricorda da vicino i teorici della liberazione, ossia falsi ecclesiastici che hanno fatto del socialismo la vera unica fede.

Ma no, il mondo è bello perché multicolor! Siamo tutti belli, non c’è dubbio. Gli stessi europei sono frutto di secolari incroci etnici. Tuttavia, vi è differenza fra una cultura europea, e dunque romana, ellenica, celtica e cristiana, ed un pericoloso calderone di europei frammisti a cinesi, neri e bangladesi. Infatti, se è piacevole e finanche utile conoscere nuove culture, è decisamente azzardato riempire le nostre città di gente d’altra etnia e identità, soprattutto perché noi non ricordiamo la nostra, radici dimenticate sulle quali troppo facilmente stanno crescendo bulbi di sconosciuta origine. Ci avviamo alle famiglie multiculturali prive di radici e cultura, senza renderci conto che favoriamo un disegno distruttivo. Infatti, come sosteneva un antesignano della globalizzazione, il Conte Coudernove-Kalergi, “è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente domabile dall’èlite al potere”. Una previsione del futuro, proseguendo di questo passo? Basta guardare all’America dei giorni nostri, un non-Paese ricco di non-culture. Ma che razza di nazione è quella senza il proprio popolo? La diversità e il rispetto tra i popoli è la vera ricchezza degli esseri umani e non la massificazione asservita al dominio dei potenti.

Ma no, ma no noi dobbiamo accogliere chiunque faccia richiesta, nessuno escluso. Ecco allora il ministero degli Interni che si mostra pronto a riadattare ex caserme e carceri dismessi per far posto a questa mole esagerata di disperati, ben pochi dei quali con regolare diritto di asilo, dinanzi a folle oceaniche di quelli che a tutti gli effetti son clandestini che spesso –chi per scelta chi per necessità- diventano teppaglia. Però sì, ma sì accogliamoli tutti, anche se spazio non ce n’è e lavoro nemmeno. Anche se i soldi per mantenerli non ci sono, tanto che agli italiani indigenti non spetta nulla. Ma dai, ma dai accettiamo la qualunque, magari quegli stessi scafisti solo ultima ruota del carro di un traffico internazionale, e traffico quasi mai di “immigrati” e disperati ma di “emigranti”, gente di classe intermedia che insegue il suo italian dream in cerca di fortuna. Un falso mito, quello dell’Europa prospera e felice, che gli stessi governi africani stanno disperatamente cercando di smontare, invitando i propri connazionali a restare nella loro terra, dove hanno diritto di vivere e prosperare.

Ma che razzismo! Di più, che leghismo! Ma cosa stiamo dicendo, gli stranieri sono produttivi, loro, mica come gli italiani scansafatiche. Eh già, infatti: “il commercio dei negri e le naturali conseguenze che ne derivano si possono giustamente valutare come un’inesauribile riserva di ricchezza e di potenza per questa nazione, la molla principale che mette in movimento ogni ruota”. Così parlava il commerciante inglese Postlethwayt a metà Settecento, usando parole nella sostanza decisamente poco differenti da quelle odierne di Monsignor Perego, che ha detto “gli immigrati sono una ricchezza significativa sul piano economico, sono il 10% degli occupati e incidono per l’11% sul Pil”.  Questioni di termini e significato, le “razze” sono etnie, i negri sono “diversamente colorati”. Quanto ai “negrieri” è pure esso un termine in disuso, oggi si chiamano infatti antirazzisti, progressisti e politicamente corretti.