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Era Giugno, gli ultimi dieci giorni del mese, l’Italia usciva da poco dal referendum sulle trivelle, gli studenti avevano finito le scuole e le temperature salivano. La notizia che scosse nel profondo l’opinione pubblica veniva però da un altro paese: la Gran Bretagna aveva deciso  di lasciare l’Unione Europea, smentendo completamente le previsioni e dimostrando così la scarsa utilità, non solo dei sondaggi, ma anche degli exit-poll, che in quella occasione, come spesso accade, si erano dimostrati fuorvianti. La volontà popolare delle periferie e delle campagne inglesi, radicate al proprio territorio, si era opposta con successo alla multiculturale Londra provocando l’ira della classe intellettuale nostrana ed europea che mal sopporta chiunque si opponga al progetto egemone europeo. Appena presa la decisione però ci fu poco tempo per ragionare: una grande fetta di media, economisti opinionisti e partiti, ovvero chi detiene l’opinione pubblica, aveva già deciso che sarebbe stata una catastrofe e fece di tutto per farci accettare questo fatto. Tra telegiornali, quotidiani, mensili, trash televisivo, convegni, era davvero difficile trovare qualcuno che non profetizzasse un’invasione di cavallette o i fiumi ricolmi di sangue.

In pochi giorni la sterlina perse il 20% del valore, sia per il fatto che era diventata riserva di valore in seguito ad un periodo negativo dell’euro, sia a causa delle paure generate da quello che era potenzialmente un grande cambiamento. Nonostante la Brexit fosse lontanissima, e in tre giorni nessun altro indice si fosse mosso, in tanti sentenziavano, talvolta anche senza competenza economica alcuna, di come gli inglesi fossero stati stupidi, miopi, ignoranti e quant’altro. Qualcuno addirittura, accecato dalla rabbia e dall’ideologia, e basandosi nuovamente sulle dichiarazioni di voto, di cui abbiamo sperimentato l’affidabilità, decise che sarebbe stato giusto vietare il voto agli anziani perché hanno pochi anni davanti, o a chi vive fuori dalle città, perché non ha la giusta concezione del mondo. A chi, razionalmente, faceva notare che l’economia reale impiega anni per recepire i cambiamenti e che quindi già non avrebbe senso trarre delle conclusioni subito dopo l’effettiva uscita del paese, figurarsi anni prima di essa, veniva risposto che la caduta della sterlina e della Borsa di Londra nei primi giorni fossero sufficienti come segnale estremamente negativo. Inutile dire invece quanto Borsa e tasso di cambio siano due indici troppo suscettibili per permetterci di ottenere delle informazioni rilevanti per un giudizio di tale complessità.

La City di Londra, bastione degli anti-Brexit

Oggi, a distanza di quattro mesi da quella scelta coraggiosa, sostenere che si sia trattato di un grosso errore risulta davvero difficile. Gli indici macroeconomici infatti sono quasi tutti positivi. Anche il Fondo Monetario Internazionale, (stessa cosa per Moody’s), che in un primo momento si era schierato contro questa scelta, ha rivisto in positivo le previsioni di crescita; la Gran Bretagna risulta infatti essere la prima economia all’interno del G7 in quanto a crescita del Prodotto Interno Lordo, che si stima nel 2016 raggiungere un +1,8%. Quello del Pil però è solo uno dei tanti dati in crescita. La borsa di Londra infatti, dopo un calo iniziale che sembrava confermare le previsioni negative, è cresciuta del 10% in soli quattro mesi, battendo tutti i partner europei, segnale davvero di grosso peso dopo che in molti avevano temuto per la permanenza dei grandi gruppi finanziari nella City. La disoccupazione, nonostante il sussidio che la rende meno temuta è stabile al 4,9%, livello bassissimo se paragonato all’Italia (11,6%) e comunque il più basso in Inghilterra dal 2005. I salari reali sono in crescita del 2,5%, cifra che supera le attese. Il cuneo fiscale per le imprese è al 20%, ma è previsto scendere al 17% entro il 2020. 

Nessuno lo direbbe, ma anche gli investimenti esteri, che invece dovrebbero essere i più penalizzati da una decisione come questa, sono in crescita dell’11%, come anche la fiducia dei consumatori che, nonostante il clima di terrore, è in crescita del 5%. Le vendite al dettaglio sono aumentate dell’1,4% e la richiesta di sussidi di disoccupazione è calata. Pare chiaro che, eccetto il tasso di cambio, tutti gli indici siano in positivo e niente lascia intravedere un peggioramento della situazione. Chi mastica un po’ di economia sa bene però che tutti questi dati, a Brexit non ancora avvenuta, non hanno molta rilevanza: la lungimiranza dei britannici si vedrà nel tempo, anni dopo l’effettiva uscita, e molto dipenderà da come andranno le trattative tra il governo di Teresa May e l’Unione. I numeri che abbiamo finora infatti, riflettono solo le aspettative su ciò che avverrà e non ci permettono di dire nulla più. I dati sopra elencati però sono bastati a smentire chi, il 24 Giugno, dall’alto della sua ignoranza, era già in attesa, pronto a gioire per magnificare l’Europa, dei dati negativi su Pil e occupazione inglesi, dati negativi che mai sono usciti.

“Brexit significa Brexit, e faremo in modo che sia un successo” ha dichiarato il Primo Ministro britannico Theresa May, in occasione del raduno conservatore di Birmingham a inizio ottobre