Senatore romano: Oh colleghi membri del Senato Romano, uditemi: dovremo continuare a costruire un palazzo dopo l’altro per i ricchi, o dovremo aspirare al molto più nobile proposito di fare case decenti per i poveri? Qual è il vostro voto?
Senatori [in coro]: Fanculo i poveri!
Senatore romano: Approvo!

da “La pazza storia del mondo” di Mel Brooks

Indipendentemente dalle convinzioni che chiunque legittimamente può avere circa l’affidabilità dei pentastellati, sulla loro esperienza di governo a Roma si sono concentrate enormi aspettative. Da una parte quelle di chi sognava un autentico cambiamento, che segnasse la fine delle consorterie criminose e del degrado pubblico; dall’altra, quelle degli scettici e dei fieri avversari, spettatori in attesa che la propria diffidenza o ostilità nei confronti dei grillini trovasse una clamorosa conferma. Chi aveva visto giusto, nel silenzio della cabina elettorale? Si tratta di due visioni opposte, due approcci completamente diversi alla medesima situazione. E delle due l’una: impossibile che abbiano ragione entrambi gli schieramenti. La risposta è che hanno entrambi torto contemporaneamente. Ha peccato di presunzione o di ingenuità chi ha creduto che bastasse vincere le elezioni per vedere Roma sul tappeto rosso di un nuovo inizio. Allo stesso tempo, chi oggi sostiene soddisfatto “ve l’avevo detto” o è sciocco o è in malafede, perché non ha considerato (o ha finto di non considerare) che quello della Capitale è un vero e proprio campo minato, politicamente parlando. E’ probabile che nessuno, nemmeno Giachetti, voglia stare nei panni di Virginia Raggi in questo momento. La fascia tricolore del Sindaco di Roma è un fardello pesante degli infiniti problemi che schiacciano la città. Eppure, nonostante tutte le emergenze cui è necessario far fronte immediato, sembra che la principale preoccupazione della Raggi debbano essere i giochi olimpici di Roma 2024. Per molti si tratterebbe di un’occasione straordinaria per rilanciare l’immagine della città, e quella dell’Italia con essa.  Rainews 24, nei giorni scorsi, ha mostrato dati e statistiche che, una volta letti e commentati piuttosto sbrigativamente, palesavano la “convenienza” (cit.) di organizzare a Roma i giochi del 2024. Il canale di all-news della Rai ha addirittura ripescato le immagini di Roma 1960, sottolineando il grande successo di quell’edizione, che l’ospite in studio non ha esitato a definire “prodromica al Miracolo economico” (sic).  Sorgono due domande: anzitutto, davvero “conviene” organizzare la Olimpiadi? In secondo luogo, ma questione ancor più delicata, è corretto parlare di “convenienza” in un caso di questo tipo?

Rispetto al primo punto, nonostante i grafici di Rainews, esistono ottime ragione per augurarsi che i Giochi  olimpici si facciano altrove. Viene spesso portato come esempio quello di Torino, che dalle Olimpiadi invernali del 2006 avrebbe tratto  innumerevoli e tangibili benefici. Sarebbe però un errore ritenere, per semplice induzione e partire dal caso conreto e specifico di Torino, che un evento di tal genere porterebbe dei benefici alla Capitale e al paese. I fattori da considerare sono molti di più e lo scenario complessivo è molto più articolato. E a ben guarare il dato storico sembra smentire gli entusiasti dei cinque cerchi. In molti casi il lascito si quantifica in un buco di miliardi di euro. Pechino e Sochi costituiscono un buon esempio: la prima è costata 43 miliardi di dollari, la seconda addirittura 51 miliardi. Questo non significa che per il Paese ospite non si producano dei benefici dal punto di vista economico e occupazionale, ma quel che resta in tasca a conti fatti è dato dalla differenza tra ricavi e costi. Uno studio dell’Università di Oxford (Olympic Proportions: Cost and Cost Overrun at the Olympics 1960 -2012) mostra chiaramente come negli ultimi 50 anni tutte le edizione dei giochi abbiano  oltrepassato il budget previsto in principio: “The Games overrun with 100 per cent consistency”. E’ uno sforamento che si realizza in media per una percentuale del 179%, e colpisce in maniera molto più significativa le Olimpiadi rispetto ad altre tipologie di grandi eventi. Analisi che induce gli autori ad un franco ammonimento “for a city and nation to decide to stage the Olympic Games is to decide to take on one of the financially most risky type of megaproject that exists,something that many cities and nations have learned to their peril” (it. “per una città e una nazione decidere di ospitare i Giochi Olimpici vuol dire sostenere finanziariamente uno dei progetti più rischiosi che esistono, come molte città e nazioni hanno provato sulla propria pelle”). 

Ci siamo chiesti inoltre: è giusto parlare di “convenienza”? Possiamo guardare i Giochi Olimpici nell’ottica di una mera analisi costi-benefici? O forse dovremmo considerare l’impatto che una scelta come questa produce inevitabilmente sulla gestione delle risorse finanziarie a disposizione di uno Stato? Scegliere di porre una propria città al centro del mondo per qualche settimana può portare prestigio, notorietà, successo per il Paese che decide di farlo. Può forse risultare utile a rafforzare il consenso e l’apprezzamento del suo governo. In alcuni casi gli effetti economici si sono rivelati positivi e sono serviti come base per un futuro sviluppo. Ma se anche si verificasse tutto questo, dovremmo comunque considerare ciò a cui per contro saremmo costretti rinunciare sul fronte degli interventi in campo sociale, perchè ogni cosa ha un  prezzo. Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli in questi giorni ha evidenziato come “Negli ultimi 10 anni sono quasi triplicate le persone in condizione di povertà assoluta”. Poveri che probabilmente non potranno permettersi un biglietto per la finale di atletica leggera. Se lo scenario è questo, le priorità per un governo che vuole dirsi democratico e “di sinistra” dovrebbero essere altre, con buona pace di Pierre de Coubertin.