A poche settimane dalla sua entrata in vigore, il decreto “salva banche” più che salvifico si rivela mortifero. Il suicidio del pensionato, impiccatosi perché defraudato dei suoi risparmi, è avvenuto il 28 novembre ma solo ora se ne ha notizia. Occultata per settimane alla stampa e alla cronaca, tra l’altro molto fameliche di risvolti noir, la notizia è venuta fuori in tutta la sua tragicità. Non ci saranno funerali di Stato, ma solo uno scaricabarile da parte delle autorità governative nei confronti dell’Unione europea, di cui il “decreto salvabanche” ha recepito le direttive. Da Bruxelles la risposta è a sua volta un’accusa di poca chiarezza da parte di Banca Italia e Consob, colpevoli di aver permesso la vendita di prodotti poco adeguati al profilo del risparmiatore. Il terrorismo bancario e finanziario è silente, non ricorre a sparatorie né rivendica gli attentati, ma fa leva sulla vergogna, sull’umiliazione della vittima raggirata che, attraverso il gesto estremo del suicidio, attua la negazione assoluta della realtà. Non c’è sentimento più insopportabile del tradimento di coloro nei quali è stata riposta cieca fiducia, in virtù di una presunta e sedicente professionalità, di un’imparzialità e una solidità che un istituto di credito garantisce. Comprare obbligazioni e titoli bancari non è come acquistare un’auto usata: dietro i prodotti offerti dalle banche ai propri risparmiatori si muovono flussi economici, indici, quotazioni, correlazioni tra tassi,  un fluire di speculazioni di vario livello e portata. Gli indicatori con i quali viene prospettata al pubblico la redditività rimandano a un linguaggio criptico, indecifrabile per cliente che li acquista. Vale per certo la regola generale della finanza, per cui maggiore è il rischio e maggiore è il rendimento, ma dietro la prospettiva di alto guadagno si celano una serie di insidie, per la cui segretezza il venditore riceve una provvigione. Il desiderio di facile ricompensa è il trait d’union tra il cliente risparmiatore e il venditore promotore, entrambi alla ricerca della massimizzazione del proprio benessere con il minore sforzo. Tale principio fu espresso per la prima volta dal filosofo ed economista J. S. Mill con la teoria dell’homo oeconomicus, che altro non è che la proiezione delle pulsioni ataviche dell’individuo al piacere nel contesto delle leggi del mercato.

Il capitalismo ha privato l’uomo della sua istintività nelle ricerca del godimento e l’ha rimpiazzata con la razionalità, necessaria affinchè il raggiungimento del piacere, oggettivato nel denaro, venga raggiunto con il minore dispendio di risorse ed energie in un sistema complesso quale quello economico. Ma il principio di razionalità si infrange contro la diversa disponibilità di informazioni delle parti coinvolte -le cosiddette asimmetrie informative del mercato – per cui chi ha una maggiore dotazione di informazioni tende a nasconderle per trarne vantaggio. Il divario di conoscenza realizza così un rapporto di vittima/carnefice,  in cui il principio di piacere, soddisfatto dal denaro, prevale sulla moralità e sull’etica. Le Banche, istituzioni addette all’intermediazione nel mercato finanziario, travolte anch’esse dalla legge dell’homo oeconomicus, passano da garanti del risparmiatore a complici della carneficina. L’atavica pulsione di morte connaturata nell’uomo, che porta l’inconscio a gioire della morte dell’Altro, in quanto ostacolo al proprio godimento e per questo nemico,  prevale sulle istanze di civilizzazione della società moderna, decretandone la sua sconfitta.