L’indice di sostenibilità economica di un Paese pare equivalere alla sua visibilità mediatica. Più se ne parla e più ci si avvicina al default. Meno se ne parla e più ci si avvicina al benessere. Caso esemplare è la crisi greca dal 2010 vede gli ellenici vicini al fallimento ogni due mesi, intervallati da periodi di agghiacciante silenzio stampa che agli occhi della popolazione italiana (e non solo) corrispondono istintivamente ad un miglioramento della situazione. È importante vederci chiaro: gli indicatori macroeconomici della culla della democrazia sono complessivamente peggiorati rispetto all’era pre-troika.

Tragico, anzitutto, il rapporto debito pubblico/PIL che è passato dal 146% nel 2010 a 179% nel 2015. Presumibilmente il rapporto è stato gravato dalla pesante recessione che ha colpito la Grecia, facendo registrare la seguente serie: -5,45% (2010), -8,86% (2011), -6,57% (2012), -3,9% (2013), +0,77% (2014) e – 0,2% (2015). Sintetizzando e rendendo più intuitivi i suddetti dati, basti pensare che dall’inizio della cura “anti-default” la Grecia ha perso circa il 18% del Prodotto Interno Lordo. Lacrime e sudore di intere generazioni. Se il debito pubblico riporta uno stock e il rapporto debito/PIL uno stock raffinato, l’indicatore del deficit/PIL permette di conoscere il flusso di variazione degli obblighi finanziari ellenici verso privati e investitori. Nel 2009 è stato toccato il punto più basso dall’inizio della crisi, -15,7%, per poi rientrare, per così dire, verso i parametri di Maastricht. La cura Troika non sembra però aver messo in ordine i conti del paziente greco. Se nel 2012 sembrava si potesse parlare di “sentiero di rientro”, con un -8,8%, nel 2013 un -12,4% ha posto fine ai sogni di gloria: nel 2015 il rapporto def/PIL è stato attestato a -7,6%. Importante sottolineare che tali ingenti deficit di bilancio sono stati generati, specialmente dal 2010 in poi, dall’applicazione di una soffocante austerity che ha compresso il reddito dei privati, nonché la ripresa, annichilendo ogni qualsiasi possibilità di racimolare con le imposte la somma desiderata, ovvero il gettito previsto. Nel frattempo il paese viaggia nella deflazione più sfrenata dal 2013 e la disoccupazione fatica a scendere sotto al 24%. Sorge spontanea una domanda: con quali basi è possibile definire “salva” l’economia greca?

Di fatto, le manovre imposte da UE, BCE e FMI sono state indirizzate a salvaguardare il destino dei creditori della Grecia più che della Grecia stessa. Ad oggi tre quarti del debito pubblico ellenico risultano essere nelle mani dei fondi “salva-stati” EFSF e ESM (60% circa) e del Fondo Monetario Internazionale (12% circa). Il 72% dei titoli è, di conseguenza, sotto giurisdizione esterna alla Grecia: in caso di Grexit non sarà possibile convertire tali titoli nella nuova Dracma, obbligando uno Stato in ginocchio a dover pagare in moneta svalutata un debito in Euro. La gabbia della moneta unica e le sue implicazioni impongono alla Grecia enormi sacrifici, con risultati precedentemente esposti, per poter implorare di essere mantenuta in vita con una bombola di ossigeno “made in Bruxelles”. Esemplificativa è la pubblicazione da parte di Wikileaks della discussione tra Poul Thomsen (Direttore del dipartimento Europa del FMI) e Delia Velculescu (capo missione per il FMI sul programma greco): i due interlocutori parlano della necessità di imporre uno scenario imminente di default per imprimere un’accelerazione alle trattative e costringere Tsipras ad un accordo. Si è di fronte ad un ricatto che non dovrebbe sorprendere eccessivamente i lettori. Il progetto di una moneta unica con una Banca Centrale che non garantisce i debiti dei singoli Stati (paradosso dei paradossi, ndr) non poteva che generare la situazione che si sta vivendo oggi. Come se non bastasse, il mandato popolare, ricevuto dal premier Alexis Tsipras dapprima con l’exploit elettorale di Syriza e dopo con la schiacciante vittoria del referendum consultivo del 2015 (il 61% affermò il suo “NO” al nuovo programma di austerity), è stato totalmente ignorato. Il premier greco avrebbe potuto cogliere l’attimo, la coesione generata dallo scontento e da un paese ridotto ad un rudere, e imporre il suo volere alzando gli scudi della sovranità e pretendendo dignità per il suo popolo. Non ha avuto il coraggio e l’azzardo di farlo: senza una Banca Centrale, senza una moneta sovrana, il governo non si è sentito sufficientemente forte per poter affrontare quella crociata.

Il risultato è l’affermazione del principio procrastinatore, con un’economia perennemente appesa ad un filo. Allegoricamente ci si trova di fronte ad un paziente in coma irreversibile che può essere mantenuto in “vita” da attrezzature mediche, oppure essere lasciato morire definitivamente. Essendo l’economia greca il soggetto dell’allegoria, dopo l’eutanasia è legittimo poter pensare ad una resurrezione, ad una rinascita: si parla di un organismo civile, non biologico, e in quanto sostenuto da una convenzione sociale è possibile riscrivere la storia. Con tutti i rischi e le implicazioni del caso, una Grexit (condizione necessaria e sufficiente) e un default (condizione necessaria ma non sufficiente) sembrano le uniche flebili possibilità di poter tornare a respirare autonomamente, comprendendo la differenza tra vivere e sopravvivere.