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Siamo partiti stamane da Roma, in macchina, carichi di libri del Circolo Proudhon Edizioni, per arrivare a Pescara, di preciso a Montesilvano, per seguire la due giorni economica organizzata dall’incontenibile professor Bagnai, ministro dell’economia nei nostri sogni proibiti, già nostro ospite a dicembre scorso nella capitale. Copriremo l’evento, nei limiti del possibile, in questo paginone che verrà aggiornato minuto per minuto, ora per ora, da qui fino a domenica pomeriggio.

Ci trovate fuori dalla sala del convegno

Ci trovate fuori dalla sala del convegno

Riportiamo quanto si legge sul sito di Asimmetrie: “l’edizione di quest’anno, intitolata C’è vita fuori dall’euro (!/?), avrà come filo conduttore le esperienze dei paesi dell’Unione Europea non appartenenti all’Eurozona. La prolusione introduttiva verrà tenuta da László Andor (Università Corvinus di Budapest, già Commissario Europeo per l’Occupazione, gli Affari Sociali e l’Integrazione). Le problematiche riferite alla gestione di una valuta nazionale in seno all’Unione Europea verranno affrontate, fra gli altri, con Mojmir Hampl (vicegovernatore della Banca Nazionale Ceca) e Gyula Pleschinger (membro del Consiglio Monetario della Banca Nazionale Ungherese). Il tema della crisi migratoria verrà approfondito con Kelly Greenhill (Tufts University). Gli scenari aperti dalla Brexit verranno esaminati con Roger Bootle e Brigitte GranvilleHeikki Patomäki (Università di Helsinki) e Antoni Soy (Università di Barcellona) descriveranno la situazione dei rispettivi paesi. Un panel di membri del comitato scientifico di a/simmetrie e di membri del Manifesto di Solidarietà Europea approfondirà il contenuto degli interventi ponendo domande ai relatori e scambiando opinioni con essi”. Qui, il programma completo.

La diretta streaming di sabato pomeriggio

La sala è completamente piena, ci saranno almeno 7-800 persone. Alle 14.30 il professor Bagnai è entrato con microfono ad archetto, si è immerso nel pubblico introducendo l’incontro e spiegando il perché di questo appuntamento fisso. Ogni anno il #Goofy cresce a livello di partecipazione. Complimenti sentitissimi agli organizzatori.

Pienone assoluto

Pienone assoluto

Che l’Unione Europea non sia egualitaria è risaputo, come d’altra parte confermò anche l’ex presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso che ammise qualche tempo fa: “la UE fu pensata apposta per essere un antidoto ai governi democratici” (le prove sono qui). Per questo motivo quando in Europa c’è un problema dovuto alle sue asimmetrie sistemiche, chi ha la “soluzione” viene additato come “traditore”. Tra questi ultimi sicuramente i Paesi dell’Est, come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, che avendo furbamente mantenuto elevati livelli di sovranità nazionale, hanno potuto garantire ai rispettivi popoli alte percentuali di crescita. Ci ricorda il prof Bagnai che il “sogno” europeo però venne costruito sulla libera circolazione della forza lavoro (Schengen) e dei capitali (Maastricht), un delirio onirico nel quale le libere nazioni non possono avere spazio. Conseguenze? Un sistema fortemente squilibrato.

László Andor è un economista e politico ungherese, Commissario europeo per l'Occupazione, gli Affari Sociali e l'Integrazione nella Commissione Barroso II dal 2010 al 2014

László Andor è un economista e politico ungherese, Commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari Sociali e l’Integrazione nella Commissione Barroso II dal 2010 al 2014

Squilibri, disuguaglianze e crescita: ripensare l’integrazione monetaria dell’Unione Europea.

La crisi europea ha diverse concause: un’unione monetaria fatta in fretta e furia senza che fosse mai completato il suo processo di integrazione, Paesi economicamente “più forti” che non reinvestono il loro surplus, ed in generale una sperequazione di natura fiscale. È intervenuto a questo proposito Laszlo Andor, della Corvinus University di Budapest, politico ungherese già commissario europeo per l’occupazione, gli affari sociali e l’integrazione, parlando di un’evidente caratteristica dell’Unione: l’instabilità. Come diversi esperti nonché il nobel per l’economia Paul Krugman hanno spesso sottolineato, un’unione di Paesi con scopi, potenzialità e prerequisiti completamente differenti non potrà mai funzionare. La crisi infatti, tanto economica quanto fiscale, è dovuta ad una completa mancanza di coesione sociale. Come diceva l’economista Rodrik, la globalizzazione, la sovranità nazionale e la democrazia non possono coesistere, perché l’una esclude le altre, e la Ue è figlia proprio di quella globalizzazione, tanto che abbiamo da una parte dei vincitori (come è potuta essere la Germania) e dei vinti (come i Paesi del Sud Europa). Differenze sul piano fiscale sono ad esempio quelle che rendono possibile ai giganti dell’economia digitale di evadere tasse per miliardi, potendo infatti sfruttare con facilità queste asimmetrie internazionali (è un esempio il caso Apple). Una soluzione necessaria, sostiene Andor, è di cambiare politiche per correggere esattamente questi squilibri, prima di tutto sostenendo i Paesi più in difficoltà. Tuttavia si tratterebbe anche in questo caso di un  mero palliativo, giacché per correggere davvero la Ue, bisognerebbe prima distruggerla per poi ricostruirla da principio; ma anche a quel punto la “rinascita” della Ue, cui prodest?

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Kelly Greenhill è autrice di “Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy”

La migrazione come arma: implicazioni per l’Unione Europea e non solo.

“La migrazione è uno strumento militare”, questo quanto sostiene la professoressa di politica internazionale Kelly Greenhill della Tufts University del Massachusetts. Attraverso delle espulsioni deliberate si possono infatti eliminare i dissidenti interni contrari a un regime;  sopratutto si possono indurre concessioni da parte di Stati target. Si tratta né più né meno di uno strumento di coercizione. Un esempio può essere  Fidel Castro che spinse 125000 cubani nelle coste degli Stati Uniti. Ancora, nel 1972 il leader dell’Uganda espulse decine di migliaia di cittadini al solo scopo di espropriarli dei loro beni. Un caso più recente è quello dell’Isis, che ha minacciato più volte di invadere l’Europa attraverso la Tunisia (anche se a questo proposito non esistono al momento prove concrete). La  Greenhill distingue diversi attori principali in queste migrazioni: primo fra tutti il “coercitore”, colui che manipola direttamente gli spostamenti di massa al fine di perseguire i propri scopi. Vi sono poi gli “agenti provocatori”, che non sono coercitori diretti, ma si fanno portavoce di quest’ultimi. Terza categoria gli “opportunisti”, coloro che non generano in alcun modo flussi di migrazione, ma che comunque traggono vantaggi concreti da flussi generati da altri. In quest’ultimo caso può essere un esempio il presidente pakistano, che ha ottenuto tutta una serie di concessioni per tenere più di tre milioni di profughi afgani durante la guerra in Afganistan. La Turchia ha più recentemente fatto lo stesso  con i siriani, ottenendo in cambio diversi miliardi di euro, più un canale preferenziale per velocizzare il suo processo di annessione alla Ue.  Insomma, la professoressa americana, attraverso le sue numerose ricerche, dimostra quello che  molti hanno sempre pensato senza tuttavia poterlo confermare coi dati: che gli attuali fenomeni migratori di massa non hanno nulla a che vedere con guerre e emergenze umanitarie, essendo invece strumenti di coercizione (minaccia) da parte di pochi per sporchi, sporchissimi, interessi; alla faccia del politically correct.

Heikki Patomäki, University of Helsinki

Heikki Patomäki, University of Helsinki

Finlandia e Spagna. Paesi diversi, storie diverse?

Il caso Finlandia, una falsa storia di “successo”. Negli ultimi anni questo Paese è sempre stato considerato un modello economico virtuoso della comunità europea. Pensando a quelle fredde terre infatti ci si presenta l’immagine di una nazione produttiva, con un sistema scolastico di alta qualità, e con una grande attenzione per la green economy. La Finlandia, allora, sembra essere un raro esempio di eccellenza in mezzo a quei tanti, nella Ue, i cui conti sono criticamente in rosso. Sembra, appunto. Il professore di Geopolitica della University of Helsinki, Heikki Patomaki lo ha spiegato con una metafora: “siamo sembrati più cattolici del Papa, pur essendo ortodossi”. Come spesso accade, infatti, nel corso degli anni sono stati mostrati dati ben distanti dalla realtà. Anche la terra finnica, al pari del resto del mondo, ha subito processi di finanziarizzazione che hanno portato da una forte crescita (+4%) negli anni Sessanta e Settanta, ad un crollo al di sotto del 2% negli anni Novanta. A causare questo incredibile declino è stata l’applicazione di politiche neoliberiste tipiche degli anni Ottanta (siamo negli anni del “wolf of Wall Street”). Già prima della crisi del 2008 gli investimenti tanto pubblici che privati erano estremamente diminuiti, le scuole non erano più al top come in precedenza, e le privatizzazioni avevano portato ad esternalizzare la produzione finlandese (è il caso della Nokia, ora americana), tanto che all’inizio degli anni Novanta la disoccupazione aveva superato la soglia del 20%. Ciononostante la Finlandia ha continuato ad essere additata come Paese “virtuoso”, una solidità economica che – ci hanno raccontato- è stata “resa possibile” da quella che è stata poi una rigida applicazione delle misure provenienti da Bruxelles e Washington. Dopo la crisi del 2009 il Pil è crollato di ben l’8%, un declino rapidissimo accompagnato da un’enorme perdita di capacità industriale, un vortice negativo cui l’embargo con la Russia non ha poi giovato affatto. Nel frattempo anche i finnici hanno subìto politiche di austerità, e dunque c’è stato aumento della tassazione, taglio della spesa pubblica, che comunque non ha frenato la crescita del debito pubblico (essendo le manovre di austerità notoriamente fallimentari, come molti esperti hanno ammesso, Fondo Monetario Internazionale incluso), e non hanno certo rilanciato la crescita economica.

Crescita e inflazione in Finlandia

Crescita e inflazione in Finlandia dal 1980 ad oggi (per approfondire c’è Goofynomics)

Si può forse dire che possa essere virtuoso uno Stato che negli ultimi anni è sceso dal primo all’ottavo posto nella competitività in Europa? A proposito di fiscalità non si può non citare il “moltiplicatore fiscale”, strumento che serve a valutare la relazione tra il Pil di un Paese e la sua fiscalità, e da cui dipendono i prelievi fiscali di uno Stato. In Finlandia si credeva pari allo 0,5%, mentre il FMI ha calcolato essere in realtà il triplo, ossia 1,5%. Si consideri che l’economista John Maynard Keynes postulava che il moltiplicatore fiscale fosse tipicamente superiore a 1 e che quindi a ogni aumento delle tasse o riduzione delle imposte di 1 euro dovesse corrispondere un calo del Prodotto interno lordo complessivamente superiore a 1 euro. Il prof Bagnai ha aggiunto a tal proposito: “questa storia del moltiplicatore a 0,5% che è invece 1,5%, sapete dovete sapere che si è verificata in Grecia, ma forse non sapete che si sta verificando anche in Italia. Quindi prepariamoci a fare la fine della Grecia”. Ancora una volta dunque la dimostrazione di quanto non esista né possa esistere “virtù” nell’Unione Europea, ma solo al di fuori.

Antoni Soy, Universidad de Barcelona

Antoni Soy, Universidad de Barcelona

La Spagna faceva parte dei cosiddetti “Piigs”, gli “infrequentabili”, i Paesi, tra cui anche l’Italia, che per primi sono crollati dopo la crisi del 2008. La penisola iberica però, da questa combriccola di “cicale”, è riuscita a scrollarsi di dosso questa etichetta, avendo raggiunto una crescita incredibile negli ultimi anni. Solo nel 2015 infatti la Spagna ha avuto una crescita del 3,2%, accompagnata da un aumento di oltre mezzo milione di posti di lavoro, e quindi da una forte diminuzione del tasso di disoccupazione. “Un miracolo” lo hanno definito, ma come è stato possibile? A spiegarlo è stato Antoni Soy, professore di economia applicata dell’Università di Barcellona. Le ragioni alla base di questo incredibile processo sono sicuramente stati degli importanti adeguamenti nei prezzi e nei salari, dunque, un costo unitario del lavoro assai basso connesso al deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro; fattori, ad ogni modo, temporanei. Nel calderone però manca un ingrediente fondamentale, che ovviamente il mainstream non ci ha raccontato: un mostruoso incremento del deficit. In Europa, ormai è chiaro, l’integrazione tanto economica quanto fiscale che in generale normativa non è mai avvenuta davvero; per dirla altrimenti, ognuno fa quel che gli pare. Lo abbiamo visto con la “flessibile” applicazione (o meglio, non applicazione) di Schengen da parte di molti, e ancora e sopratutto per quanto riguarda i parametri previsti da Maastricht e poi ripresi dal patto di stabilità.

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Il nostro maratoneta Guido Rossi mentre segue il #Goofy5 minuto per minuto. Tra le altre cose è anche autore di due saggi economici per il Circolo Proudhon Edizioni: “Teorema greco” e “Sfida alla tecnofinanza“.

Così, mentre noi litighiamo quotidianamente con Bruxelles sugli “zero virgola” nella manovra di bilancio, altri sfondano clamorosamente la famosa soglia del 3% massimo di indebitamento annuo rispetto al Pil, e la Spagna è uno di questi: 10,4% di deficit nel 2012; 6,9% nel 2013; 5,9% nel 2014; 4,8% l’anno scorso e 3,6% quest’anno. La Spagna cioè spende sempre molto più di quanto incassa e di conseguenza il suo debito pubblico è passato dal 45% del Pil nel periodo precedente alla crisi del 2007 al 101,2% previsto nel 2016. Insomma, siamo ancora una volta davanti a un clamoroso caso di mistificazione. È evidente come questi valori “positivi” sono al contempo controbilanciati da tutta una serie di “esternalità” negative: innanzitutto la disoccupazione. Nonostatnte l’incredibile aumento di posti di lavoro, i disoccupati restano ad alta quota, ben il 22%. Allo stesso tempo la svalutazione interna, e dunque la bassa inflazione, non permette di erodere il valore reale del debito. In tutto ciò, un’aumento delle importazioni a fronte delle minori esportazioni ha provocato un peggioramento delle partite correnti. Miracolo quindi? Non proprio. L’establishment europeo, as usual, ha proposto manovre correttive tutt’altro che benefiche per il popolo spagnolo: riforme di austerità, deregolamentazione finanziaria, liberalizzazione, privatizzazioni e libera circolazione del capitale umano. In queste condizioni non è ovviamente possibile sanare una condizione apparentemente florida quanto invece assolutamente precaria. Il professor Soy, da parte sua, propone quelle che ritiene essere le politiche alternative e proposte che sarebbero davvero efficaci, prima fra tutte la sovranità nazionale, e dunque l’abbandono dell’euro, e degli squilibri esterni che esso comporta.

A proposito di ieri sera

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Si ricomincia. La diretta streaming di domenica mattina su questo link
La vita fuori dall’Eurozona
“Se c’è vita fuori dall’euro? Come potete vedere sono vivo e in buona salute, e sono felice di non far parte dell’euro”, parola di Mojmir Hampl, Vice Governatore della Banca Centrale della Repubblica Ceca, nazione che gode di una moneta sovrana: la corona. I ciechi sono i secondi produttori di macchine per abitante al mondo, più di Corea del Sud e Germania messe insieme, hanno almeno una fabbrica per qualsiasi prodotto, hanno un livello di disoccupazione tra i più bassi in Europa e sono tra i pochissimi che possono vantare un surplus commerciale con la Germania (ossia è più quello che esportano verso gli alemanni di quello che importano). Insomma, la Repubblica Ceca è Paese florido “nonostante” sia fuori dall’Eurozona, tanto che la popolazione è fortemente contraria alla Ue e soprattutto alla moneta unica, per diversi motivi:
sentimentali: il Paese vanta una lunga storia di stabilità economica e monetaria, e possiede la Corona dal 1892; si tratta di una tradizione molto antica e non vi era nessun motivo di trovare un nuovo nome alla loro valuta.
economici: se ci sono shock nell’economia reale qualcosa deve essere flessibile per controllarli, e questo è il caso del cambio monetario:“credo fortemente nel ruolo di stabilizzazione della politica monetaria”, ha aggiunto Hampl.
risultato: l’euro teoricamente doveva aiutare i Paesi ad avere risultati migliori rispetto a chi al di fuori dall’eurozona, ma indubbiamente, come molti calcoli hanno dimostrato, così non è. I Paesi “eurodotati” hanno avuto crescita dell’1% in meno ogni anno rispetto a chi fuori dall’euro, un risultato straordinariamente negativo. Il progetto euro difatti è stato creato dal tetto alle fondamenta anziché, come logica vorrebbe, viceversa. In conclusione, la moneta unica non è molto attraente per la Repubblica Ceca, ma attenzione, non è sempre stato così. Le elites politiche hanno pensato e suggerito che prima si fosse entrati nell’euro meglio sarebbe stato; ancora, che questa sarebbe stata la strada per il successo. Il popolo tuttavia non ha mai creduto loro a questi appelli tanto che dieci anni fa vi sono state aspre discussioni. Se le i governanti e i massmedia non sono riusciti a imporsi, “quindi anche voi non preoccupatevi, si può riuscire a cambaire le cose e le posizioni dei nostri governanti!”.
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Mojmir Hampl, Vice Governatore della Banca Centrale della Repubblica Ceca

“Se la Troika ha torto”. Esiste anche un’altra storia, in Europa, che ci racconta come esistono “terze vie” ai tecnicismi della burocrazia Ue; ce ne ha parlato Gyula Pleschinger, della Magyar Nemzeti Bank, la Banca Centrale ungherese. L’Ungheria è statatra le nazioni più colpite dalla crisi del 2008. Nel 2009 aveva grossi deficit nei conti correnti e nella bilancia dei pagamenti; la crescita era estremamente negativa (-7%), l’indebitamento con l’estero era di circa il 10%, e coinvolgeva tutti i settori dell’economia. Come nella migliore delle tradizioni europee, a Budapest si presentarono gli emissari della Troika, chiedendo misure di austerità che avrebbero comportato nuovi oneri per lo Stato. Il governo però decise di adottare nuove e diverse soluzioni, optando per l’applicazione di un piano di riforme strutturali molto ampio. Come prima mossa sono state abbassate le tasse sul reddito, applicando al contempo tasse temporanee a chi i soldi ancora li aveva, come banche, istituti assicurativi, le grandi imprese, e il settore finanziario, in gran parte straniero e privato. Le tasse in questione dopo il 2012 sono state rimosse; nel frattempo il governo ha riposto il guinzaglio alla banca centrale, rimettendola sotto il suo diretto controllo, e così facendo gli ungheresi hanno potuto aumentare la liquidità, finita poi nei titoli di Stato, tanto da ridurre il debito.

Gyula Pleschinger, della Magyar Nemzeti Bank, la Banca Centrale ungherese

Soprattutto, e questo è stato il provvedimento più importante, sono stati introdotti programmi di “finanziamenti per la crescita” da parte della banca centrale: oltre due trilioni per le piccole- medie imprese grazie alle quali è stata possibile una crescita esponenziale dell’occupazione, e a una crescita dell’1-1,5%. Questa enorme mole di denaro è stata poi interrotta, quando ormai il debito stava diminuendo, e la crescita aveva già raggiunto il 3%, con il deficit di bilancio non più alto del 1,5%. La morale? Come ha giustamente osservato Pleschinger: “se avessimo seguito la ricetta della Troika al momento saremmo come la Grecia. Basta dare uno sguardo ai Paesi che, come la Slovacchia, hanno scelto di stare nell’Eurozona con grandi aspettative, per poi vedere i loro obiettivi ampiamente delusi, e senza alcun beneficio”.

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Bagnai, back to the future, le conseguenze macroeconomiche della ri-adozione di una moneta nazionale in Italia. Sebbene le pubblicazioni scientifiche dimostrino il contrario, molti rappresentanti dell’intellighenzia italiana esprimono toni apocalittici nel descrivere una nostra ipotetica uscita dall’euro; ma sbagliano, e di tanto, come spiega chiaramente Alberto Bagnai, padrone di casa di questa due giorni su “euro, mercati e democrazia”, e professore di politica economica dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Pescara. Guardando l’andamento del nostro Pil dall’unità d’Italia ad oggi, secondo il Fondo Monetario Internazionale (non certo noto per le sue “rosee” e nemmeno azzeccate previsioni) una nostra eventuale uscita dall’euro ci porterebbe a raggiungere nel 2012 un livello nemmeno pari al nostro Pil nel 2007. Ma questo è niente. Lo scenario tipico dell’intellettuale progressista italiano (la platea ride) è quello di un disastro economico peggiore della seconda guerra mondiale. Su un recente articolo de “Il Manifesto” dal titpòp “le conseguenze dell’uscita dall’euro”, si leggono dati totalmente privi di riscontro, e di senso (la platea continua a ridere). Si legge infatti: “la caduta del Pil dell’Italia sarebbe pari a circa il 40% nel primo anno e al 15% negli anni successivi per almeno un triennio”. La domanda, a questo punto, è da dove provengano questi dati; da uno studio delle banche svizzere del 2011, che si concludeva così: “l’unico modo per cautelarsi dal rischio di una rottura dell’euro è non avere l’euro”, che giustamente il Professor Bagnai ha tradotto con “seguite il nostro consiglio disinteressato, portate i vostri soldi a Ubs, firmato Ubs”. Quello che stupisce, continua il professore “è il livello di accecamento religioso dei nsotri colleghi”. Non a caso l’economista Mario Nuti è intervenuto a proposito di quella “caduta del 40% di Pil”, sostenendo la totale assurdità dello scenario.

Bagnai show

Bagnai show

Gli anonimi autori dello studio hanno risposto così: “stavamo tentando di combattere il populismo”. Chiaro. Vediamo allora alcuni grandi “populisti”:

1) Nicholas Kaldor, economista ungherese che nel 1971 – e quindi in tempi non sospetti – diceva che sarebbe stato un errore fare un’unione monetaria prima che politica, perché l’unione monetaria avrebbe creato pressioni economiche che avrebbero impedito di arrivare a una unione politica

2) Rudiger Dornbusch, economista tedesco del MIT che nel 1996 ha sostenuto: “il problema della moneta unica è che sposta aggiustamento dal mercato del lavoro, e che quindi poi ci saranno perdite di prodotto e di occupazione”.

3) Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, il quale ha detto che continuando in questa direzione ci sarà deflazione, e prima ancora che i banchieri centrali intervengano ci saremmo avvitati in una spirale dalla quale sarà difficile uscire.

4) Martin Feldstein, economista statunitense che nel 1997, quando il cambio della lira stava già andandosi ad agganciare all’euro, ha detto che invece di aumentare l’armonia intraeuropea, l’euro rischia di creare conflitti.

5) Pier Carlo Padoan, attuale ministro dell’economia, che lo scorso giugno ha ammesso “o Berlino condivide i rischi o questo euro non ha senso”.

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Ora, che l’euro sia un enorme problema lo si va dicendo da un pezzo, ma il fatto più grave è che questa unione non può durare perché alimenta una divergenza sempre maggiore delle economie dei Paesi membri. Il problema, ancora, è che l’unione monetaria non è per la condivisione del rischio, ma per lo scaricamento verso altri. Tra i principali fattori “di rischio” presi in considerazione in caso di uscita dall’euro, vi è quello della cosidetta “ri-denominazione”, ossia lo stress finanziario derivante dal ri-nominare il debito (al momento l’euro) in un’altra valuta (chiamiamola, nel notro caso, “lira”). Secondo diversi studi, l’Italia è il Paese col minore rischio di denominazione; in particolare nel 2016 è stato calcolato un indice di rischio di denominazione per i paesi dell’eurozona. “Dove è verde non c’è rischio”, spiega Bagnai, “dove è giallo c’è un pò di rischio, dove è arancione ti sei fratturato e dove è rosso hai le budella di fuori. Come al pronto soccroso”. Da questo studio risulta che l’Italia è il Paese che ha in assoluto il rischio minore, e se al pronto soccorso chi sta meglio deve attendere di più, “in questo caso significa che dovremmo aspettare di meno, che dovremmo andarcene!”. Ovviamente la sola uscita dal cambio fisso non garantirebbe la nostra salvezza, “bisogna pensare a delle politiche nazionali: stabilizzare i precari dlla pubblica amministrazione, politiche di investimenti pubblici che facciano da volano alle iniziative private, e molto altro. Se si fa questo non è sicuro che sia una recessione nel breve, ma sicuramente una espansione nel lungo”.