La classe media statunitense è una specie in via d’estinzione. Non lo dice il WWF ma il BLS (U.S. Bureau of Labor Statistics). Certo non è una novità, ma col passare del tempo emergono sempre più dati allarmanti riguardo alla situazione occupazionale a stelle e strisce. Uno di questi è la forte eterogeneità dei posti di lavoro creati. Dal 2014 ad oggi sono stati assunti 524mila camerieri e baristi, mentre l’industria manifatturiera ha perso 13mila occupati. Tale dato va analizzato attentamente, andando oltre ai meri numeri: è ovvio che lo stipendio di un cameriere non possa essere generalmente superiore a quello di un operaio specializzato. La tendenza pare essere quella comune anche all’Eurozona, una progressiva pressione al ribasso sui salari e una polarizzazione della ricchezza.

La classe media, quella dell’American Dream che si costruisce una famiglia onestamente e con il duro lavoro, è diventata nel 2015 una minoranza negli States. La ricchezza va alle famiglie benestanti, lasciando le briciole al ceto che per tradizione caratterizza l’intera società a livello culturale, economico e letterario. Per la prima volta dal 2014 le ore lavorate settimanali stanno subendo una leggera flessione, e quota nominale di PIL derivante dalla manifattura è in forte discesa, discordando dalla quota derivante dai servizi, in convinta ascesa. Stiamo forse assistendo alla deindustrializzazione degli USA? Presto per dirlo. Di certo l’intera economia americana non è in piena salute, come dimostrano la crescita del PIL annualizzata che va scemando e l’incapacità di stimolare come in altre epoche una galoppante espansione della ricchezza nazionale. C’è chi, addirittura, paventa una imminente recessione, dettata come sempre recentemente da una mancata risposta dell’economia reale agli stimoli di natura finanziaria che imperversano sui mercati dai primi tempi post-recessione. Non è possibile infatti credere che basti giocare sulla leva della liquidità per riattivare il ben distante mondo produttivo in cui quella liquidità non ha la minima intenzione di entrare.

Per la verità questa ossessione tutta monetarista ha portato a quella trappola della liquidità tanto paventata in tempi non sospetti da Keynes: ad oggi il rendimento dei titoli di stato a breve/medio termine è vicino allo zero (se non negativo) in buona parte delle economie avanzate. Intestardirsi con politiche indette unicamente dalla Banca Centrale, escludendo a priori la leva fiscale governativa, non può che portare alla creazione di una ricchezza inaccessibile alle classi inferiori della popolazione, destinate quindi ad assistere impotenti alla polarizzazione di risorse utili alla ripresa. La politica monetaria da anni “accomodante” (per usare il gergo dei banchieri centrali) ha immesso talmente tanta liquidità da provocare, nel caso in cui fosse una strategia funzionante ed efficiente, una iperinflazione dilagante. In realtà sappiamo che non è così per due motivi principali: primo, quella liquidità non è arrivata al tessuto produttivo, secondo, non è la base monetaria in sé a creare inflazione. I prezzi aumentano solo se l’economia corre, se c’è domanda, se i salari permettono ai consumi di ripartire. È indubbio il fatto che siano le classi medie e medio/basse quelle meglio attrezzate a riattivare l’economia di Main Street: la via intrapresa pare però che non sia quella del bicchiere di vino, stimolazione e inflazione, quanto quella dell’anemia competitiva, fatta di bassi tassi e di riduzione del salario. La creazione di una sacca così grande di lavori a basso salario non può infatti che ridurre la presente (nonché futura) capacità di una economia, si tratti di quella americana o di quella europea, di reagire agli shock esterni.