Non c’è nulla di male nelle esperienze all’estero, di studio o di lavoro che siano. Queste sono infatti sinonimo di arricchimento personale e -si presume- di soddisfazione e crescita. Questo non significa tuttavia che una nazione estera, per quanto possa aver gratificato un lavoratore straniero, debba continuare a foraggiarlo vita natural durante. Questo non significa che se si trova lavoro all’estero non si possa poi trovarlo in Patria, né soprattutto che la nazione di provenienza sia da considerarsi incapace, inutile, corrotta. È ormai chiaro ed assodato poi che le politiche ultraliberiste tipiche della globalizzazione siano un fallimento. Come ha espresso bene l’economista Rodrik con il suo “trilemma”, non possono coesistere globalizzazione, democrazia e sovranità, giacché la prima esclude le seconde. La globalizzazione infatti, per “funzionare”, prevede che ogni Stato esistente adotti le stesse medesime regole, su scala mondiale. Questo presuppone che necessariamente vi saranno da una parte pochi vincitori, e dall’altra un’incredibile mole di sottomessi. Come rispondere dunque? Come risollevare le sorti di una nazione? Esattamente con politiche nazionali.

È così che si spiega l’eterna lontananza inglese dall’Europa, da ultimo sostenitrice del Brexit. La stessa motivazione la troviamo nel nuovo articolo Costituzionale del Ticino, “Prima I nostri”, che invita a privilegiare, nelle assunzioni, la manodopera locale (solo se ratificato dal Consiglio Federale Elvetico, altrimenti resterà una mera dichiarazione di intenti come a seguito di un analogo referendum del passato). Entrambe le prese di posizione, tuttavia, tanto grate ad inglesi e svizzeri che finalmente vedono nella loro nazionalità un privilegio (l’avere il giusto diritto di prelazione nel trovare lavoro), sono oggetto di grida e pianto da parte degli italiani. Gli stessi italiani che andrebbero in Inghilterra anche nei call center pur di lavorare fuori, e che in Italia -a parità di stipendio- non alzerebbero una cornetta neanche a piangere. Quegli italiani buonisti che sono favorevoli all’ingresso incontrollato degli immigrati sul nostro territorio, perché siamo ospitali ed accoglienti, e che poi si lamentano del degrado, della scarsità di lavoro e della diminuzione delle tutele sociali e sanitarie.

Signori, è l’ora di svegliarsi. Basta con le lamentele infantili, con gli appelli a ministri e a “soloni” della giustizia. È l’ora di rimboccarsi le maniche davvero; qui in Italia, adesso. Ce l’avete con l’Italia perché non vi da lavoro? Benissimo, è giunto il momento di chiedere -ed avere- politiche nazionali che ci tutelino. Avete ragione, non è giusto essere costretti a far bagagli ed andarsene; non è giusto non poter prosperare e vivere sulla propria terra. Quindi in Italia prima gli italiani. Prima ad essi il lavoro, prima per essi politiche di sostegno alla crescita demografica, sostegno sociale, culturale ed economico. Di tutti gli altri, soltanto poi, se ne può parlare ed occuparsene.